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Malauguratamente Riichi viene però colto con le mani nel sacco da Ryôko che rimane comprensibilmente shockata davanti ad un fatto così grave, e non esita a voler chiudere tutti i rapporti con il suo fidanzato in una intensa scena che si svolge ad un tavolino di un bar nella quale ella rovescia un bicchiere di acqua in testa a Riichi. Questa separazione sarà importantissima per entrambi, nonché un punto chiave dell’intero film: Ryôko viene messa davanti alla cruda realtà, la perdita di Riichi coincide anche con il suo passaggio all’età adulta in maniera netta e decisiva, e apre così una nuova fase della sua vita. Per prima cosa infatti, quest’ultima porta a Yuji tutte le foto scattate sin dall’infanzia fino ad arrivare alla fine della scuola, segno della decisione di voler cancellare totalmente il passato, inoltre si taglia i capelli, altro gesto simbolico per indicare il taglio netto con il periodo adolescenziale e l’ingresso nell’età adulta. Yuji, anziché distruggere le foto come gli è stato chiesto da Ryôko che non ne ha avuto il coraggio – sarebbe stato troppo doloroso – le porta a Riichi, in un disperato tentativo di rimettere a posto le cose per tornare ad essere tutti felici. Questo porterà Riichi all’inizio di una fase di profonda depressione (e da qui a poco comincerà il “Lato B: per l’estate”) che lo farà riflettere sulle proprie scelte e lo renderà insensibile a tutto quello che nella fase precedente della sua vita lo emozionava: persino le provocazioni dei bulli di strada, che prima erano il suo pane quotidiano, adesso gli sono completamente indifferenti, e addirittura arriverà a rompere anche con Naomi subito dopo aver bruciato le foto di Ryôko, resosi conto che il passaggio ad un’altra fase della sua vita non è quello che veramente sta cercando e che sta solo facendo soffrire le persone che gli stanno intorno. Quando Riichi, nel pieno della sua depressione, va a trovare la madre, alla domanda riguardante lo stato di salute del padre lei risponde con la frase “quando combatti, assicurati di vincere”. E questa frase fa si che Riichi si renda conto che alla fine dei conti a lui va bene la vita da bulletto di periferia che ha sempre fatto, e non gli interessa affatto diventare adulto (e responsabile); a dimostrazione di ciò, il giorno seguente Riichi non esita a buttarsi di nuovo nella mischia come ai vecchi tempi… Nel frattempo Yuji si innamora di Masae, una collega di lavoro di Ryôko, e a fatica riesce a fare breccia nel suo cuore, anche se fin dall’inizio qualcosa di negativo aleggia sulle spalle dell’amico di Riichi, senzazione che scaturisce da due scene che fanno capire che presto Yuji non ci sarà più. Come spiegato in maniera egregia da Tom Mes nel suo Agitator: The cinema of Takashi Miike, in questo caso il regista mette a conoscenza lo spettatore di qualcosa che i protagonisti ancora non sanno, ovvero la scomparsa definitiva (morte?) di Yuji, unico dato certo visto che ancora non si conosce né come né quando esattamente tutto ciò succederà. Anche questa nota stonata va ad aggiungersi all’insieme di eventi spiacevoli che comporteranno l’inevitabile disgregazione del gruppo, inframezzata da brevi momenti di felicità dovuti all’apparente riavvicinamento da parte soggetti ma che in breve tempo si rivelerà nient’altro che un’illusione. La scena che meglio rappresenta questo aspetto è quella che vede Tetsuo tornare dai suoi amici dopo un periodo passato in gattabuia. Il gruppo sembra essere tornato ai vecchi tempi, Tetsuo è felice perché ha un bel macchinone sotto il culo – il fatto che ciò lo renda felice come un bimbo denota la sua immaturità – e i tre amici partono per un bel giro a tutta birra. Ma dopo poco, per colpa di un pirata della strada, la macchina andrà a schiantarsi fuori strada lasciando i passeggeri miracolosamente illesi, e facendo tirare allo spettatore un respiro di sollievo, visto che da un momento all’altro ci si aspetta la morte di Yuji. E infatti, in una scena girata e montata in maniera magistrale dal regista, Yuji, dopo una serie di falsi allarmi, troverà la morte grazie ad un fulmine ma il tutto assumerà un aspetto tragicomico anziché drammatico. E il fatto che per Yuji la morte sopravvenga proprio in questo momento può ragionevolmente significare che il mondo di violenza concreta comincia a far parte della vita dei personaggi, che perdono l’invulnerabilità e l’innocenza passando dall’infanzia/adolescenza all’età adulta. Bravo comunque è il regista, che in questo tipo di scene mostra il suo lato più anarchico e selvaggio, suscitando nello spettatore delle sensazioni che secondo le convenzioni non dovrebbero comparire. Dopo questo evento irrimediabile, ogni elemento del gruppo va per la sua strada, e mentre Riichi continua nel suo voler rifiutare il passaggio all’età adulta, Ryôko ha già fatto la sua scelta di voltare pagina e iniziare così una nuova fase della sua vita (guardate la scena dell’addio tra i due, veramente intensa). La componente violenta, marchio di fabbrica dei film di Miike, in Kishiwada shônen gurentai: Chikemuri junjô-hen compare in un qualche modo frenata per i motivi di cui sopra riguardanti il contrasto tra infanzia e età adulta. Dal punto di vista visuale quindi, di sangue ne scorre meno che in molti altri film del regista, e anche il rosso che solitamente è sempre ben presente in film del genere (guardate Fudoh dove il colore è utilizzato in maniera magistrale) in questo film è meno evidente. Il rosso è però ben presente in una delle scene visivamente più belle del film, ambientata all’interno del locale frequentato dai protagonisti, dove vediamo una donna che comincia a danzare al suono di un flamenco. Dopo pochi passi di danza, la donna si lascia avvolgere da un velo rosso e si lascia trasportare sempre più dal sinuoso incedere della musica, e anche gli avventori sono come stregati da questa musica ammaliante in un crescendo di intensità, fino ad arrivare al termine dove tutti sono stremati. E non a caso la scena del flamenco si svolge in un momento emotivamente delicato nonché intenso del film, ossia quando Ryôko lascia Riichi dopo averlo scoperto con Naomi e cade in profonda crisi, intensificandone così il pathos. A mio avviso, uno dei momenti più alti del film. Assieme ai successivi Young Thugs: Nostalgia e Dead or Alive 2: Birds, questo Young Thugs: Innocent Blood è uno dei film più rappresentativi di Miike per quanto riguarda il tema della nostalgia. Se non un capolavoro – ogni tanto affiora qualche evitabile rallentamento - il film rimane pur sempre un ottimo lavoro, uno dei più personali, dove si riesce quasi a percepire come la materia ivi trattata stia a cuore al regista. A cura di Valerio Spisani |
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