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Le coordinate spazio-temporali all’interno delle quali si svolge l’intera vicenda, sono indicate in maniera ben precisa, dal momento che per tutta la durata del film compaiono immagini televisive raffiguranti il primo sbarco sulla luna del luglio 1969 e le rivolte studentesche post ’68. Tutto ciò non fa che rafforzare l’atmosfera nostalgica di cui questo film – ancora più del precedente Chikemuri junjo hen/Innocent Blood– è pervaso. Un altro elemento che Miike rappresenta in maniera egregia in Bôkyô/Nostalgia è quello della scoperta della sessualità e del mistero della nascita. La prima immagine raffigura la nascita di Gesù bambino, e subito dopo – nel flashback di cui sopra – viene rappresentata la nascita di Riichi. Miike vuole quindi insistere su quanto sia importante, nel passaggio che va dall’infanzia all’adolescenza, la scoperta di come nascano in realtà i bambini, e che le cicogne e i cavoli non c’entrano proprio per niente. La componente sessuale quindi entra a far parte del mondo di Riichi, il quale – come del resto i suoi coetanei – è spinto da una profonda curiosità per quella cosa segreta che hanno le donne in mezzo alle gambe. Da tanti piccoli dettagli si possono ricavare delle allusioni al sesso e alla nascita, dai buchi nel terreno che andranno poi coperti alla fine del film (quando il passaggio all’adolescenza è pressochè completo), alle immagini del razzo che vola verso la luna che potrebbe simboleggiare un fallo; per non parlare di scene già più esplicite, come quella – senza dubbio la più strampalata del film – che vede il fratello di uno degli amici di Riichi che si masturba per poi spiccare il volo, e come sottofondo si sente una canzone che parla del papà. Ma la vera e propria scoperta, da parte di Riichi, del sesso e dell’amore, è rappresentata dal suo rapporto con la propria insegnante Ito, che fa scaturire in lui delle sensazioni nuove che si possono avvicinare all’amore. Ed è per questo che Riichi guarda con curiosità lo strano comportamento di una donna, Ito, che piange per il suo uomo, e anche se non capisce esattamente cosa stia succedendo tra i due, sente la necessità di sgridare e persino minacciare l’uomo perché ha fatto piangere l’amata maestrina. Nel film compaiono anche un paio di brevi ma significativi episodi che ribadiscono quanto Miike sia un regista ad alto tasso di comunicatività: con poche immagini riesce a dire molto. Gli episodi in questione riguardano il personaggio di Ryôko, ovvero la futura ragazza di Riichi, protagonista del precedente Chikemuri junjo hen/Innocent blood. In una notevole scena senza parole, Ryôko (di cui non viene nemmeno detto il nome) è alle prese con il suo primo ciclo mestruale, e questo crea un parallelo con il passaggio dall’infanzia all’adolescenza di Riichi; Ryôko compare poi verso la fine del film, dove è alla finestra che si sta pettinando mentre Riichi è dal barbiere che si sta rasando i capelli, in un gesto che simboleggia il cambiamento, la rottura con il passato e l’inizio di un'altra fase della vita (in parallelo con quanto succedeva nel film precedente, dove era invece Ryôko a tagliarsi i capelli). Subito dopo i due ragazzi si incrociano lungo la strada e Riichi rivolge un timido saluto a Ryôko per proseguire diritto per la sua strada: anche qui il parallelismo col finale di Chikemuri junjo hen/Innocent Blood è evidente. Se in questo film il tema della nostalgia è quello predominante, a partire dal titolo, anche le altre tematiche tipiche dei film di Miike sono qui ben presenti. La componente violenta è in questo caso tenuta a freno, come accade del resto negli altri film del regista dove compaiono personaggi non adulti, ma la ricerca della felicità – come può essere il tentativo di fuga dall’ambiente circostante – è invece ben presente. In una delle scene più significative del film, Riichi, Yuji e Tetsuo partono da soli per un viaggio diretti verso l’isola di Shikoku per raggiungere il cugino di uno di essi, e dopo pochi giorni si rendono conto che la distanza da percorrere a piedi è davvero inaffrontabile. Nel momento di massimo sconforto, essi incontrano un pescatore seduto sul molo(Riichi Nakaba, il “vero” Riichi) che è alle prese con un dipinto. I ragazzi rimangono però sorpresi quando si accorgono del soggetto del dipinto: non il mare, come sembrava logico supporre, ma una casa tra le montagne. Il pescatore spiega infatti a Riichi come nella sua memoria lui veda una casa tra le montagne, e che non è importante spostarsi fisicamente per trovare la felicità, ma è importante lasciar correre la fantasia e l’immaginazione (caratteristica propria dell’infanzia e dell’adolescenza) e soprattutto sentirsi liberi e senza restrizioni. Dopo questo episodio cardine, i tre ragazzi decidono quindi di rinunciare al viaggio e di tornare a Kishiwada, dove cominciano subito a far correre la fantasia, ispirati anche dalla notizia dell’allunaggio statunitense: rubando materiali vari qua e là, decidono di costruire un razzo (ovviamente finto) e partecipare così ad un concorso scolastico. Nemmeno l’intervento nefasto di Sada, nemesi di Riichi, e la sua mini gang, riesce a contrastare l’opera di Riichi e dei suoi amici, e alla fine – dopo un po’ di inevitabile zuffa – si ritrovano, qualcuno anche controvoglia, a collaborare tutti assieme alla realizzazione dell’opera che vincerà poi il primo premio. Non è difficile scorgere nel razzo e nel viaggio sulla luna, oltre che la metafora fallica di cui sopra, anche e soprattutto l’archetipo del viaggio con la fantasia, il viaggio sulla luna: evidentemente l’episodio deve avere segnato l’infanzia di molti ragazzini dell’epoca, e Miike era tra questi. Tirando le somme, è facile capire il perché Miike consideri questo film come il suo preferito, dal momento che narra della primavera della sua vita, fatta di spensieratezza e priva di preoccupazioni per il futuro. Un film che è si nostalgico, ma che nonostante le vicende ivi rappresentate, non tutte definibili propriamente come positive, è privo di malinconia ma trasmette una sensazione di felicità. Il mondo dell’infanzia è un mondo senza restrizioni dove si è liberi di spaziare con l’immaginazione. A cura di Valerio Spisani |
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