"Tra gli anni '50 e '60, con una
popolazione che si aggirava tra i due e i tre milioni
di persone, l'industria cinematografica di Hong Kong produceva
una media di 200 film l'anno, raggiungendo talora a punte
di 300 film. Negli anni '90 invece, con una popolazione
di sei milioni di persone circa, la produzione media si
aggira sui 140 film l'anno, ma è scesa sotto a
cento nel 1996 quando vari problemi economici hanno cominciato
a farsi sentire. Nessun'altra industria cinematografica
al mondo ha mai raggiunto una quantità simile pro
capite." (Derek Elley, Welcome to Hong Kong, dal
Catalogo XII UdineIncontri Cinema 1998)
Il cinema di Hong Kong è sempre stato il principale
riferimento per la diaspora cinese, soddisfacendo i mercati
di Taiwan, Singapore, Malesia, Indonesia, e le Chinatown
nelle varie metropoli occidentali (pur essendo la Cina
quasi chiusa ai prodotti cinematografici dell'ex colonia
britannica), e si è quindi ritrovato a dover rispondere
a gusti popolari assai più vasti rispetto ai propri
ristretti confini geografici. Hong Kong è il fulcro
creativo dell'Estremo Oriente, e nonostante i problemi
dovuti alla riunificazione con la Cina, continua a produrre
film che sembrano in costante sintonia con il pubblico,
adattandosi ai repentini cambiamenti di gusto e di mode
di un mercato molto vasto.
Il kung fu è il paradigma formale e strutturale
del cinema di Hong Kong, una sorta di macro mitologema:
il calco linguistico insomma di un intero immaginario.
Con Bruce Lee, il cinema di Hong Kong si proietta nella
contemporaneità, anche se nelle gesta di Chen continua
a vivere in tutto il suo rancore un'identità cinese
che sentendosi mortificata dal confronto con la storia,
identifica nel protagonista di Dalla Cina con furore,
una rivendicazione metastorica della propria superiorità
culturale. Il cinema di Bruce Lee "cortocircuitava"
la tradizione delle arti marziali esponendola alle influenze
occidentali.
Il cinema di Hong Kong è un cinema di generi nel
cui corredo genetico è insita la velocità,
il dinamismo e l'azione che a partire dai film di kung
fu di Bruce Lee, ma ancora prima con Zang Che e King Hu,
le sue formulazioni più interessanti e innovative.
Il rinnovamento stilistico parte dalle arti marziali perché
è un genere che esalta l'azione, dove una società
in rapida evoluzione come quella hongkonghese, una città
violenta e che vive in fretta, si rispecchiano in un mondo
lontano e mitico, ritrovando il senso delle proprie radici
e al tempo stesso uno spirito ed una estetica adatta ai
propri tempi.
I duelli e gli eroi che volano non sono una novità,
ma nuovo è lo stile con cui vengono rappresentati.
Il cinema d'avanguardia a Hong Kong nasce come cinema
di massa e questo spiega come dalle arti marziali partano
tutti i grandi registi, compreso Woo. In quell'ambito
è nato un nuovo modo di concepire il ritmo del
film, struttura e verosimiglianza del racconto.
L'azione è l'occasione per esprimere una visione
del mondo e un'estetica del cinema, attingendo a simbolismi
millenari opportunamente aggiornati. Gli eroi di Woo sono
cavalieri che si muovono nel mondo moderno e hanno sostituito
le spade con le pistole, sono gli eredi dei cavalieri
dei vuxiapian e non a caso le coreografie degli scontri
a fuoco sono diretti da martial arts director.
Lo stile al cinema si sa, è un concetto nebuloso.
E' spesso identificato con i contenuti costanti e ricorrenti
nell'opera di un regista.
La semiologia, partendo dall'ultimo Metz, si è
sforzata invece di interpretare lo stile come un fatto
unicamente linguistico, come una "marca di enunciazione"
che rinvia all'autore del testo, sospendendo in qualche
modo l'omogeneità della finzione. Entrambe queste
posizioni hanno un vizio di fondo, cioè conoscono
la tesi da dimostrare: che quanto importa di un autore
è la sua poetica o che quello cinematografico è
un linguaggio autoriflessivo.
Secondo Bordwell il concetto di stile è definito
dall'uso sistematico della tecnica del mezzo cinematografico.
Noel Burch vede la storia del cinema occidentale come
la vittoria di un tipo di stile che favorisce l'illusione
di realtà e l'immersione dello spettatore nella
finzione.
Il modo di espressione del cinema cinese classico è
il piano sequenza, cioè una ripresa ininterrotta
contenente una o più azioni prolungate, nel melodramma
cantonese ad esempio ogni inquadratura è in funzione
dei movimenti degli attori nello spazio e il découpage
non interviene a sottolineare la forza delle azioni e
delle battute.
"Se la profondità di campo serve a rappresentare
i rapporti e i contrasti ma anche a esprimere una collettività
che vive ancora del senso della dipendenza reciproca,
l'uso del montaggio e di inquadrature non neutrali si
intensifica, secondo Shu Kei, man mano che l'individuo
si stacca dal gruppo e il cinema non riflette più
lo spirito comunitario ma i conflitti." (Pezzotta)
Alcuni registi cominciano ad adottare angolazioni di ripresa
non neutrali e l'affermarsi del genere fantastico favorisce
il sorgere di un'estetica che valorizza il montaggio.
I film di arti marziali della metà degli anni sessanta
rappresentano una rottura ancora più netta. Lo
spettatore occidentale è fortemente tentato di
attribuire a registi come King Hu o Zang Che la creazione
di uno stile moderno, fortemente eclettico e frammentato.
Visti oggi, i film di questi registi sembrano audacemente
sperimentali e perfettamente consci degli scopi espressivi
da raggiungere con determinati strumenti linguistici propri
del mezzo cinematografico.
Il film di arti marziali aveva una lunga tradizione, ma
lo stile era impacciato nella messa in scena, e poco realistico
nella rappresentazione. Negli anni sessanta ad Hong Kong
cominciarono ad essere distribuiti i film giapponesi di
samurai e i western di Sergio Leone e Sam Peckimpah e
lo stile tradizionale apparve ormai sorpassato.
I registi cominciarono a sperimentare nuovi stili scoprendo
una grammatica e una sintassi propria del mezzo cinema.
E proprio a partire dagli anni '60 registi e produttori
di Hong Kong cominciano a studiare il cinema americano
e a saccheggiarlo. Non lo copiano, ma isolano alcuni elementi
strutturali e li trasferiscono in un contesto diverso
dove assumono spesso un'altra funzione.
Molto spesso si tratta di prendere lo scheletro di un
film amato, per poi riempirlo di un contenuto autonomo.
Ad esempio John Woo, in Bullet in the Head riprende
la struttura e i singoli episodi del Cacciatore
di Cimino, ma sono solo le funzioni strutturali ad essere
prese in prestito, mentre logica degli eventi, disegno
dei personaggi, stile e modo di rappresentazione sono
solo hongkonghesi.
Ad una visione di superficie il cinema di Hong Kong appare
molto stilizzato e al tempo stesso molto realistico, vuole
coinvolgere lo spettatore presupponendo la conoscenza
di una serie di regole complesse, ma offrendo il massimo
di finzione e di realismo senza fa dimenticare allo spettatore
che di finzione si tratta. Immagini, quelle del cinema
di Hong Kong, che invocano una sospensione dell'increduilità
e una visione ingenua, con gli eroi dei film che di punto
in bianco saltano e volano sfidando le leggi della gravità
o continuano a combattere incuranti delle ferite subite.
I protagonisti di A Better Tomorrow 2, prima
dello scontro finale, superando con un balzo sovraumano
quanto inverosimile un muro, entrano nella dimensione
cavalleresca e senza tempo degli eroi e continuano a combattere
nonostante i loro corpi siano crivellati di colpi, non
rispettando più le regole di verosimiglianza e
realismo che fino a quel momento avevano seguito. Ma al
tempo stesso esiste un codice articolato che rispetta
in genere i parametri del cinema di finzione classico.
Il cinema classico ha come prerogativa, di cancellare
ogni traccia della sua produzione, cercando di evitare
quegli effetti di straniamento (spesso autoreferenziali)
che farebbero cadere la credibilità della storia
che si racconta. Il cinema di Hong Kong invece non sembra
credere appieno in ciò che racconta e anche senza
cadere nell'autorefernzialità, attraverso ellissi
che accorciano lo spazio e il tempo, e aumentano il ritmo,
più un montaggio ultraveloce e frammentato, sacrifica
spesso il disegno complessivo della storia all'emozione
di un momento.
Bordwell ha parlato a proposito del cinema d'azione, di
un sistema stilistico basato al tempo stesso sulla chiarezza
e sull'amplificazione espressiva.
Da una parte inquadrature leggibili, che presentano l'azione
nel modo più diretto, dando subito il senso del
movimento, di chi si trova dove e di quale pericolo corre;
dall'altra un sistema di accenti (zoom, ralenti, effetti
sonori) che guidano lo sguardo verso ciò che è
importante. E' un cinema che si rivolge più ai
sensi e meno orientato alla comprensione. Anzi a volte
si sfocia nel caos percettivo e nell'anarchia visiva.
Da una parte si ritorna al concetto di attrazione del
cinema primitivo dove lo spettacolo è il corpo
dell'attore in movimento.
Può essere preso ad esempio un qualsiasi film di
Jackie Chan dove l'attrazione è esercitata dalle
coreografie dei combattimenti di arti marziali e dagli
stunt eseguiti senza nessun trucco o controfigura.
Il modo di John Woo di trattare l'azione è assai
differente, anche se l'importanza del movimento dell'attore
non è certo inferiore. Il montaggio scompone l'azione
in ogni sua parte, enfatizzando, dilatando, ponendo l'accento
su gesti e movimenti. Basti pensare all'analisi di una
sequenza di A Better Tomorrow o di Hard Target.
John Woo apre nuove strade alla rappresentazione dell'azione.
Woo aveva in precedenza girato film di arti marziali e
wuxiapian, ma usare una pistola rispetto ad una spada,
in un film equivale ad una perdita di fisicità.
Woo, combinando il montaggio ultraveloce con l'uso del
ralenti riesce a costruire una macchina stilistica che
rende in modo analitico e pregnante azioni spesso simultanee,
dilatando di fatto il tempo dell'azione complessiva. Le
logica dei raccordi è rispettata, e le azioni,
per quanto rapidissime, sono chiare, secondo il modello
di Zang Che. La ricostruzione dell'azione attraverso il
montaggio crea un ritmo basato su contrasti fra i tempi,
tra i rumori, i silenzi e la musica. In più l'utilizzo
del montaggio alternato crea ed enfatizza la suspance
e il dramma.
Woo ha montato alcuni dei suoi film e altri li ha supervisionati
e il problema principale dei suoi primi film negli USA
è stato proprio il controllo del montaggio.
Il suo utilizzo del ralenti, idealmente è in contrasto
con il montaggio frenetico, che mentre il ralenti costringe
alla contemplazione e il montaggio invece mescola e disgiunge.
In A Better Tomorrow 2 ci sono sei tagli per
mostrare Ti Lung che uccide Shing Fui-on con una spada,
in Bullet in the Head ci sono sette tagli che
alternano tutti i punti vista possibili per una scena
relativamente breve in cui Tony Leung si aggrappa a una
catena e lanciandosi contro il nemico. Questo crea una
incrinatura nell'equilibrio del flusso del reale che Woo
ristabilisce con il ralenti, (in alcuni casi anche con
il fermo immagine) che non serve soltanto a chiarificare
le azioni, ma è la marca di enunciazione di una
intensificazione emotiva.
Questa intensificazione è però lontana da
tentazioni voyeuristiche. In una sequenza di Bullet
in the Head, un soldato si appresta ad eseguire l'uccisione
di un terrorista. I fotografi occidentali si apprestano
a fotografare la scena, mentre i tre protagonisti osservano
e un gruppo di suore allontana i bambini. Il soldato spara,
e la vittima è ripresa di spalle. Il colpo sposta
la testa della vittima e mostra una Pietà sullo
sfondo. Ma il successivo controcampo mostra il sangue
che schizza dalla tempia, finché il corpo non cade
a terra e il soldato appoggia il piede sulla vittima.
Woo non chiude gli occhi di fronte alla rappresentazione
della violenza, non usa ellissi. Ma non è violenza
come spettacolo, l'enfasi è posta invece sul peso
della morte, sulla sua dimensione tragica, al di là
della sottolineatura religiosa che Woo ha voluto inserire.
E qui non c'è una intenzione catartica, ma di partecipazione
e coinvolgimento emotivo. La cura con cui è stata
costruita la sequenza è segno di una consapevolezza
sia dei mezzi stilistici che degli effetti da ottenere,
e lo scopo di questi procedimenti non è soltanto
visivo. La frammentazione del montaggio e la logica spettacolare
e millimetrica dei raccordi hanno fatto della morte un
momento di puro dinamismo, il sangue non è mai
gratuito, ma è la traccia di una sofferenza e di
un sacrificio a cui l'eroe non si sottrae, ritratto e
immortalato, sospeso nei suoi gesti e nelle posture che
esprimono tutta la sua tensione.
A cura di Daniele Malavolta
INDICE:
--CAPITOLO 0 - BIOGRAFIA
--CAPITOLO 1 - FORTUNA CRITICA
-1.1- L'ambasciatore del cinema di Hong Kong
-1.2 - Sei film che hanno cambiato il cinema di Hong Kong
-1.3 - Un domani migliore a Hollywood
-1.4 - Come faccio il regista
-CAPITOLO 2 - DALLA COMMEDIA ALL'HEROIC BLOODSHED
-2.1 - Le commedie
d'azione
-2.2 - Stile orientale
- CAPITOLO 3 - MAESTRI
-3.1 - Zang Che
-3.2 - Melville
- CAPITOLO 4 - DA HONG KONG A HOLLYWOOD
-4.1 - Melodramma
-4.2 - Personaggi
ed eroi
-4.3 - Americani
-4.4 - La Vendetta di Hollywood
- CAPITOLO 5 - FILMOGRAFIA
- CAPITOLO 6 - BIBLIOGRAFIA
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