
aka: Sei Miu Sau Chan, Si
Wang Xie Zhen
Interpreti: Rosanne Wong Yuen Kwan, Race Wong Yuen
Ling, Anson Leung Chun Yat, Michelle Mai Suet
Montaggio: Curran Pang Ching Hay
Art Director: Siranat Ratchusanti
Soggetto: Oxide Pang Shun, Pang Pak Sing
Musica: Payont Term Sit
Fotografia: Decha Srimantra
Produttore: Oxide Pang Shun, Danny Pang Fat
Produzione: Magic Head Film Production Co., Ltd., Universe
Entertainment Limited
93'
Ab-Normal Beauty è un’avventura
in solitario di Oxide Pang (il fratello, Danny produce) la
metà artistica dei Pang Bothers, esponenti di punta
della porzione più patinata e estetizzante del new
horror asiatico, responsabili, tra l’altro, della saga
di The Eye. Se la tematica di fondo è poco
interessante, lo sviluppo apportato dal regista è assolutamente
intrigante. Certo, va ammesso che il linguaggio utilizzato
è fin troppo spesso quello proprio della pubblicità
televisiva con un utilizzo accorto e strategico dei cromatismi
e una post-produzione fin troppo interventista e “à
la page”.
Ma il film è molto meno superficiale di quanto possa
sembrare; infatti ci troviamo di fronte ad un perfetto proseguo
di un’idea di cinema già inaugurata da The
Eye, una teoria assolutamente interessante sullo sguardo
e una riflessione sulla superficialità dello stesso
e sulla parzialità della visione. Certo, in The
Eye, il trapianto che portava ad un nuovo stadio di percezione
era un livello di analisi fin tropo banale, ma qui si raggiunge
un substrato superiore di approfondimento affatto leggero.
Dal soggetto ci si potrebbe aspettare l’ennesima variazione
alla Project Zero, una sorta di Shutter ante-litteram;
invece anziché mettere in scena fantasmi più
o meno reali (ma c’è spazio anche per quelli,
nel trauma della protagonista e nei fantasmi morali che albergano
nel profondo della propria psiche; alibi? Motivazione narrativa?
Poco importa) il film indaga altrove invertendo il terrore
degli altri per far emergere quello personale. Come poco importa
la banalissima e forzata risoluzione finale sul “chi
è chi”. La rivelazione –orribile e affrettata-
è praticamente inutile, il criminale poteva essere
chiunque ed è inutile il palesarsi della sua identità,
visto che siamo ben lontani da un thriller argentiano perché
l’evento possa avere un minimo interesse narrativo (se
non per un pubblico occidentale sbadato che pretende sempre
lo “spiegone”).
I primi minuti del film, straordinari, sono quelli che meglio
illustrano questa teoria dello sguardo. In scena le due protagoniste
in cerca dello scatto pregno di elevata composizione e interesse
artistico, esplorano la città e il mondo si plasma
a loro immagine o meglio illustra come l’occhio dell’artista
possegga una gamma di possibilità interpretative maggiori
rispetto alla persona comune. Su questa riflessione il regista
riesce così a sbizzarrirsi con composizioni del quadro
solenni, complesse e variazioni cromatiche azzardate. Ecco
che un’architettura assume una potenza evocativa superiore
alla media, un condominio si tinge di rosa e i colori si annullano
o fondono seguendo un’idea tutta mentale della percezione
visiva. La riflessione sullo sguardo e il suo potere è
particolarmente vivace all’interno del new horror asiatico,
si pensi anche alla straordinaria potenza voyeuristica contenuta
nel videogioco Silent Hill 4, dove poco importa cosa accade
nella parte esplorativa del gioco in sé; la sezione
realmente interessante è quella in cui lo sguardo del
“giocatore” si fonde con quello del protagonista
possedendo immense capacità di visione/spia, dalle
finestre, attraverso buchi sul muro (nell’appartamento
attiguo vive una prosperosa e affascinante fanciulla) fino
a tutta la visita, nella dimensione parallela, delle stanze
di un enorme condominio piene di tracce della vita degli inquilini;
ecco quindi che scopriamo giocattoli, collezioni di vinili,
riviste pornografiche, sbirciando in modo invasivo nella vita
altrui. Il potere quindi e le possibilità della visione
raffinata. Uno sguardo dalla pregnanza sessuale e defloratrice.
Il proseguo della storia è affascinante ma nettamente
più banale anche se sempre accompagnato da una regia
all’altezza che può talvolta infastidire a causa
di una post produzione eccessiva e vistosa.
La ragazza, una perfetta e virginea Race Wong che regala il
suo corpo ad un ruolo in cui si cala con una partecipazione
esemplare, cerca la perfezione fotografica e la troverà
nel ritratto dell’istante della morte, che trova suo
malgrado a dovere affrontare capitando nel luogo di un incidente
mortale. Da quel momento è una continua discesa nel
macabro e immorale, fino a che i gusti estetici della ragazza
attireranno le mire di uno psicopatico particolarmente pittoresco.
Il film possiede moltissimi ottimi istanti e alcuni picchi
di alto cinema; assolutamente magistrale è la sequenza
in cui la ragazza scavalca la balaustra di un terrazzo di
un palazzone e gioca in bilico ad assaporare l’emozione
di un possibile suicidio, come è gestito in maniera
sublime il primo scatto che confronta la ragazza con la morte
e risulta quasi insostenibile il confronto finale con il maniaco.
Tutto sommato il film resta un’opera minore come accade
spesso ai Pang Brothers, una perfetta somma di ottimi attimi
di cinema persi su un tappeto narrativo a tratti semplice
e fin troppo banale.
A cura di CZ:

|