
Titolo cantonese : An na yu wu lin
Titolo mandarino : On loh yue miu lam
Interpreti : Miriam Yeung, Ekin Cheng, Denise Ho, Wong You Nam, Yasuaki Kurata, Lo Meng, Cheung Tat Ming, Hui Siu Hung, Chloe Chiu, Tats Lau, Cha Chuen Yee, Michael Clements, Maggie Lau, Lee Lik Chi
Coreografie : Stephen Tung
Sceneggiatura :Chan Hing Kar, Lau Ho Leung
Musiche : Comfort Chan Kwong Wing, Ken Chan Kar Yip
Data di uscita : 2003
97’ ca.
C’è una specie di sottofilone
del cinema di Hong Kong verso il quale mi avvicino sempre
con un certo timore. Sono quelle commediole sentimentali senza
troppe pretese che mettono in scena amori impossibili, spesso
ostacolati da differenze sociali (un po’ come in molti
film indiani), sempre poggiate su una coppia di attori sulla
cresta dell’onda. Se l’algoritmo del genere sono
Andy Lau e Sammi Cheng, protagonisti di alcuni prodotti in
tema (tipo Yesterday
Once More), altre volte cambia il duo ma non
la formula, come nell’orribile Driving Miss Wealthy
(con Lau Ching-wan e Gigi Leung), nel carino Dry Wood,
Fiece Fire (Miriam Yeung e Louis Koo) e in questo Anna
in Kung-fu Land interpretato da Miriam Yeung e Ekin Cheng,
ultimo film uscito nell’anno 2003, la vigilia di Natale.
Il capo di un’azienda impone a Kin
(Ekin Cheng), appassionato di narrativa di arti marziali,
di trovare un modo per risollevare i bilanci dell’azienda.
Di fronte ad un inatteso sponsor il ragazzo decide di organizzare
un campionato mondiale di arti marziali, chiamando atleti
da tutto il mondo. Se ne parte alla volta del Giappone per
convincere un maestro ( lo straordinario veterano Yasuaki
Kurata), ex discepolo di un tempio Shaolin, scappato in Giappone
dopo una fuga d’amore, ma questo manderà come
rappresentante sua figlia Anna (Miriam Yeung) che logicamente
perderà la testa per il ragazzo a sua volta impegnato
sentimentalmente con un’agguerrita poliziotta. Questo
triangolo porterà alla classica moltiplicazione di
fraintendimenti e siparietti amorosi. Al contempo, la spezia
speciale che dona un sapore personale ad un film altrimenti
simile a troppi altri è l’universo (esile per
carità) cartoonistico delle arti marziali, rivisitato
con un approccio postmoderno e di derivazione apertamente
videoludica, grazie all’intervento di piccoli getti
di digitale ad opera della Menfond (Legend of Zu, 2001).
Ogni regola sembra permessa negli scontri, tra lottatori mascherati,
gemelline monoverbali che lottano in coppia, un trio di ragazzini
Shaolin, un americano stupido e gradasso, e altri casi umani
che fanno coppia speculare con i lottatori di Osaka Wrestling
Restaurant (Law Wai-tak, 2004). Nel corso del film c’è
anche tempo e modo di criticare pesantemente Hollywood tramite
la presenza in scena di un produttore americano che fa casting
indistintamente a uomini e donne sempre all’interno
del proprio letto e esplosioni di orgoglio nazionalista quando
le arti marziali locali vengono glorificate come le più
forti del mondo, ricordando il Shaolin VS Ninja di
Liu
Chia-liang senza possederne le qualità,
ma al contempo senza averne nemmeno le ambizioni. E così,
tra una battuta, follie surreali, delle belle coreografie
di Stephen Tung e il talento degli attori, il film scorre
e diverte, senza pretese e con leggera sincerità espositiva,
candore e calore umano pacato. Il regista, con alle spalle
una discreta carriera abbastanza varia, ha iniziato lavorando
con Stephen
Chow (Sixty Million Dollar Man, 1995)
mentre Miriam Yeung sfiora ormai la genialità, come
già detto, ci si deve aspettare sempre di più
da lei visti i continui progressi dell’attrice.
A cura di Elisa Lelli

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