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HOLY FLAME OF THE
MARTIAL WORLD
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di Tony liu Jun-guk, Hong Kong, 1983

aka: Wu lin sheng huo jin
Interpreti:
Max Mok (Wan Tie-sau), Mary Jean Reimer (Juan-er), Kuo Chui (the Phantom), Jason PaiPiao (Monster Yu), Kong Do, Chan Shen, Lau Siu-gwan, Leanne Lau Suet-wa (Jing Yin)
Produzione:
Shaw Brothers
Produttori: Mona Fong Yat-wa, Lawrence Wong
Coreografie: Kuo Chui aka Philip Kwok, Yuen Tak
Data di uscita: 10 giugno 1983
122'

Siete pronti? Allacciate le cinture, reggetevi bene alla sedia, state per fare un viaggio di sola andata in un mondo dove le normali leggi della fisica non esistono, o semplicemente vengono ignorate, dove la lotta tra bene e male è combattuta a colpi segreti di arti marziali, tecniche in grado di far scaturire raggi di energia dalle dita, dove le spade vengono usate con la forza della mente, e le battaglie sono così eccessive da avere una ripercussione sulla natura insomma, statevene in un angolo ad osservare in silenzio, potrebbero accorgersi di voi.

Prendete film come Zu: Warriors from the Magic Mountain (Tsui Hark, 1983), Buddha’s Palm (Taylor Wong, 1982) e Duel to the Death (Ching Siu-tung, 1982) fondeteli in un coacervo di wirework, effetti ottici sorpassati, ma divertenti, splatter a go go, costumi sgargianti tanto da far sembrare sobri quelli dei Kiss o di un Renato Zero d’annata, al tutto aggiungete una storia sgangherata, che parla di scuole che si battono per la supremazia nel mondo delle arti marziali, e una tecnica segreta detta “Holy Flame”: capace di dominarle, ecco ora avete una minima idea di cosa andate incontro.

Premetto che la storia anche se priva di qualsivoglia logica, affascina lo spettatore con il suo “sense of wonder”, tra l’altro i sottotitoli si susseguono alla velocità della luce, tanto chè dopo un po’ ho rinunciato a leggerli (non ci avrei capito nulla comunque).

Veniamo catapultati in un mondo dove la gente vola con la stessa facilità con la quale io prendo il metrò alla mattina, gente che combatte con stili di kung fu alquanto stravaganti: uno dei maestri chiamato “the phantom” usa una tecnica chiamata “risata fantasma” in grado di sciogliere gli organi interni degli avversari.

Il personaggio principale (una specie di eletto) comanda la spada con il pensiero, mentre una damigella guerriera, spara raggi laser dalle dita, il più normale, una specie di mago, è in grado di animare figure disegnate su arazzi, e creare dal nulla, zombi assassini che parlano inglese?!?!?!?! (si, non l’ho capita proprio).

Insomma, un helzapoppin di situazioni stravaganti, ma allo stesso tempo divertenti ed ammalianti, almeno per quanto mi riguarda. Nel finale poi, assistiamo ad uno scontro che sovverte qualsiasi legge fisica, gli eroi di turno si battono a mezz’aria sparandosi raggi di luce colorata (l’influenza di Zu è evidente), esplosioni si susseguono a non finire, mentre i personaggi secondari muoiono esplodendo, lasciando come resti delle carcasse sanguinolente avvolte in fumi miasmatici.

Kung fu, gore, wirework a strafottere (perdonatemi il termine tecnico) e scenografie da fumetto, un film tutto da gustare senza farsi alcuna domanda, preparate i pop corn, una birra o una coca (fate voi) e lasciatevi conquistare da questo trip audio-visivo senza epigoni.

Scena cult: il combattimento del protagonista contro degli ideogrammi volanti (palesemente di cartone), avevo gli occhi sbarrati, la salivazione azzerata, altro che Matrix!!!

Peccato che gli attori passino un po’ in secondo piano, in mezzo a tutte queste esplosioni di follia, anche se, a onor del vero, Max Mok (il protagonista) vinse il premio come miglior rivelazione agli Hong Kong Film Awards di quell’anno, avviandosi ad una carriera ricca di successi, così come tra le presenze femminili del cast, non si può fare a meno di notare la bellissima e bravissima Mary Jean Reimer, moglie  di Liu Chia-liang, o Philip Kwok, qui nella duplice veste di attore (nel ruolo di The Phantom) e coreografo, arte nel quale eccelle; tra i suoi lavori ci sono film come: The Bride with White Hair (Ronny Yu, 1993), Two Champion of Shaolin (Chang Cheh, 1978), e il recente Il Patto dei Lupi (Christophe Gans, 2001).

Il regista, lo stesso di Secret Service of Imperial Court, crea un’atmosfera surreale, quasi espressionista, colori accesi, tonalità cromatiche “pop”, scenografie da film horror perennemente immerse in una nebbia estraniante, insomma, una pellicola dai toni onirici.

Tirando le somme: abbiamo attori di comprovato talento, coreografie esplosive, effetti speciali kitch, e una regia creativa, tutto condensato in 85’ minuti che non scorderete facilmente!

A cura di Marco Figoni



 




























 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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