
Titolo originale: Salinui Chueok
aka: Uraban Martial Art Action
Interpreti:
Song Kang-ho, Kim Sang-kyung, Kim Roe-ha, Song Jae-ho
Sceneggiatura:
Bong Joon-ho, Kim Kwang-rim, Shim Seung Bo
Direttore della fotografia :
Kim Hyung-ku
Produzione:
Cha Seoung-jae per CJ Entertainment e Sidus
Ed ecco un altro di quei film fondamentali e imprescindibili nello sviluppo del nuovo cinema coreano, un film assolutamente da ripescare e vedere, cercando di fare attenzione a non farsi abbagliare da tante altre confezioni colorate e patinate di questa cinematografia. E questo film, re dei 'serial thriller', non può deludere.
Al timone di questo gioiellino troviamo Bong Joon-ho, già regista del 'carino' Barking Dogs Never Bite, ma soprattutto sceneggiatore dell'eccellente Phantom the Submarine, e un cast di attori invidiabili da qualunque cinematografia tra cui Song Kang-ho (Sympathy for Mr. Vengeance, JSA) e Kim Sang-kyung (Turning Gate).
La sceneggiatura, complessa, perfetta, stratificata, tesissima, è un perfetto lavoro di scrittura cinematografica e sembra quasi uscire da un'opera di Naoki Urasawa (Monster su tutti), mentre le scenografie diventano co-protagoniste degli eventi; se l'inizio sospeso tra campi sconfinati coreani è suggestivo come le ambientazioni di Riflessi sulla Pelle di Philip Ridley, il film raggiunge il suo climax in una stupenda sequenza magistrale e indimenticabile ambientata in un'affollata cava di pietra in notturna, grandioso esempio di gestione degli spazi e dei rapporti di sguardo.
La storia tratta da un reale evento di cronaca, racconta le vicende di un serial killer coreano che dal 1986 al 1991 ha stuprato e ucciso dieci donne tra i 13 e i 71 anni.
Il regista ricostruisce gli anni ottanta coreani ambientandoli in comunità rurali, province del proprio paese piene di piccoli terribili segreti e di forze di polizia brutali, probabile retaggio degli scontri realmente avvenuti tra studenti (compreso lo stesso regista) e forze dell'ordine durante la dittatura militare degli anni 80.
Ne esce un racconto stratificato, complesso, polisemico e profondamente ancorato nella propria cultura, lontano anni luce dalla globalizzazione culturale di certo cinema statunitense (per questo ha alcuni punti in comune con un film come I Fiumi di Porpora)
Unica pecca del film, se così si può chiamare, è il finale che può lasciare dell'amaro in bocca sia a chi già conosce la reale 'conclusione' del fatto di cronaca sia a chi ne è totalmente all'oscuro. Passata questa piccola delusione, il film però cresce dentro e lascia un senso totale di sicurezza di aver assistito ad una buona fetta di Cinema.
A cura di CZ:
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