Diario di Viaggio – Hong Kong 2005 – parte 3


11 febbraio 2005

Il terzo giorno dell’anno, lo vediamo come ideale per andare ad esprimere un desiderio. Tuttavia alla mattina dobbiamo traslocare dall’albergo all’ostello, per cui fatti i bagagli, ci trasciniamo a fatica verso Causeway Bay, sede della nostra nuova collocazione. Il trasferimento in metropolitana è abbastanza semplice, non essendoci una gran calca, più arduo risulta essere il collocamento nell’ostello per alcune divertenti incomprensioni ed impedimenti.
L’ostello è molto carino, il Noble Hostel, in Paterson st. Si tratta di un palazzo residenziale di cui la maggior parte dei piani è stata trasformata in camere per turisti. Gli appartamenti, infatti, caratterizzati da un’inferriata davanti alla porta principale, sono stati riadattati e le varie stanze trasformate in miniappartamenti da due a quattro persone, con bagno privato, tv, un frigo gigantesco e aria condizionata. In più vi è il cambio degli asciugamani tutti i giorni e la consegna di aqua bollente ad ogni pulizia della stanza, in modo da permettere di fare il the caldo al rientro a casa. Il tutto per 350 dollari a giorno, più o meno 35 euro.
Giunti, però, un po’ troppo presto, la camera non è ancora pronta, per cui ci facciamo accompagnare su da una delle “cameriere” che scopriamo esprimersi solo con un suono simile a “ciiii”, poiché non parla assolutamente inglese, e da questo il soprannome “Chobit” che ci è venuto spontaeamente in mente. Comunque un suono analogo, ma più simile a “gne”, viene emesso pure dal portinaio, mentre il capo dell’Ostello parla un inglese perfetto, a differenza della guida turistica che per l’esattezza scriveva “fatevi aiutare dai portieri perché il gestore non parla inglese”.
Preparata la camera e lasciati giù i bagagli, cerchiamo di uscire, senza però essere capaci di chiudere la porta; chiave su, chiave giù, gira a destra gira a sinistra, presi dallo sconforto cerchiamo la cameriera che comprendendo al volo il nostro problema, ci mostra che basta chiudere da dentro e poi tirare…
Scesi di nuovo in città, prendiamo finalmente il treno che porta nei New Territories per raggiungere l’Albero dei Desideri del tempio di Lam Chuen a Tai Po.
Arrivati alla stazione di Tai Po ci accorgiamo che Hong Kong City non è più presente. La città è carina, nonostante un’increbile puzza che invade la stazione, solcata da piste ciclabili e molte zone verdi che si intervallano tra un gruppo residenziale fatto di palazzi a nido d’ape, ed un altro. Nulla, a parte i palazzi, ricorda Hong Kong, tutto è molto più rilassato, quieto e le strade ricordano quasi le città italiane degli anni sessanta.
Seguendo l’inutile mappa che abbiamo a disposizione e le indicazioni stradali, cerchiamo di raggiungere il tempio, ma ci rendiamo conto dell’impossibilità di realizzazione della cosa. Di colpo ci si avvicina un ragazzo che, nonostante stesse parlando al telefono, ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto. Vista la nostra reale necessità, interrompe la comunicazione e cerca di capire il nostro problema.
A parte l’averci chiesto al volo se siamo italiani, cosa che non capisco se abbia intuito dalla nostra faccia o dalla mia terribile parlata “angloveneta”, ci spiega che il tempio è fuori città, per cui bisogna prendere un bus. Vediamo l’ora, sono le quattro passate e il tempio chiude alle sei. Lui ci assicura che non ci si mette tanto per cui, in una gentilezza incredibile, ci accompagna fino alla fermata dell’autobus (anche se doveva andare da tutt’altra parte!) e noi proseguiamo il viaggio.
Ora di punta, una coda incredibile di macchine. Sempre più preoccupati di non fare in tempo, riusciamo comunque ad arrivare, trovandoci davanti uno spettacolo incredibile: un albero secolare interamente ricoperto di arance e preghiere che svolazzano al vento, mentre decine e decine di persone gli si accalcano sotto, mettendo incensi sul braciere o lanciando all’aria le arance.
Presa dall’entusiasmo vado subito a prendere le arance per noi, da un simpatico ragazzo che ci fornisce anche la penna per scrivere i desideri. L’unica cosa a cui porre attenzione sono le arance che cadono tipi meteoriti da qualsiasi direzione, attentando alle teste di ognuno.
Decido di lasciar lanciare per primo Chaoszilla, che sfiora la meta, ma senza riuscire ad agganciare. Quando tocca a me, per qualche legge fisica inspiegabile, lancio l’arancia almeno tre metri dietro, invece che avanti…nella vergogna più assoluta, vado a recuperarla e attendo il prossimo lancio.
Fortunatamente vedo che è una prerogativa comune di tutte le donne presenti di fare i “lanci posteriori” al primo tentativo, per cui mi rincuoro.
Al secondo lancio Chasozilla fallisce nuovamente; io punto un grosso cumulo di arance e preghiere e la lancio nel mezzo. Questa rimane incredibilmente attorcigliata su un’arancia penzolante e quindi posso esultare, soprattutto visto che il mio compagno al terzo tentativo sfascia definitivamente l’arancia, lasciandola a terra.
Oltre all’albero principale, ne vediamo anche uno secondario, circondato da pali di ferro, che favoriscono l’aggancio alle arance. Il tempio, invece, non è niente di particolare, lineare e semplice; si vede che il cuore di quel luogo è l’albero e non l’edificio.
Dopo essere tornati a Kowloon, cerchiamo un posto dove mangiare qualcosa e scopriamo per la prima volta cos’è la cucina Sichuan. Nota per essere una delle più piccanti al mondo, il piatto che arriva appare essere come uno spezzatino condito da un kilo di peperoncini interi, in salsa di peperoncino. Io mangio serenamente i miei funghi bolliti, mentre Chaoszilla pare essere contentissimo del piatto ordinato.

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12 febbraio 2005

Victoria’s Peak.
Meta assolutamente imperdibile in una visita di Hong Kong. Tuttavia, pianificando di raggiungere il picco per osservare il tramonto sulla città, dedichiamo la mattinata ad una discesa al sud dell’isola, per dare un’occhiata alla famosa baia anti ciclone e i mitici ristoranti galleggianti. Al sud si giunge in circa quaranta minuti con un comodo autobus diretto. La guida dell’autista è decisamente sportiva, ma il sonno che incombe mi permette di svegliarmi direttamente giunti a destinazione.
Non vi sono molte indicazioni sul come raggiungere i ristoranti galleggianti, e guardandosi attorno per cercare la strada migliore, vediamo una cosa maestosa: il cimitero di Aberdeen. Il cimitero sorge lungo il fianco di una collina con migliaia di tombe bianche fatte principalmente di piccole lapidi dalle varie forme con solo il nome inciso. La salita è abbastanza lunga, sia per il caldo, che per l’inclinazione delle scalinate. Ma nella totale solitudine del luogo, arriviamo fino in cima ed osserviamo dall’alto il panorama che spazia fino alla baia.
Scendiamo per un sentiero parallelo che ci porta verso il centro della zona commerciale e dopo aver recuperato dei panini dagli svariati ripieni, ci si ferma a pranzare in un parco, poco lontano dal “lungomare”.
Come previsto dalle guide, non appena ci avviciniamo alla camminata che costeggia il porticciolo, una serie di vecchiette ci invita a fare un giro in barca. Noi preferiamo camminare, cercando con attenzione il Jumbo e il meno noto Tai Pak. Tuttavia non riusciamo a vederli, iniziando a sospettare di essere giunti nel luogo sbagliato, se non fosse che con l’esclamazione “’a culona, stà là ‘r Giumbo galleggiante”, Chaoszilla si accorge che i due ristoranti si trovano al di là del lungo ponte stradale, e quindi più verso il mare aperto. Di giorno, però, non fanno un effetto particolare, credo che l’ideale sarebbe vederli di sera nel tripudio di lucine colorate dalle quali sono avvolti.
Preso l’autobus per salire al Victoria’s Peak, ci troviamo in poco tempo al parcheggio che si trova poco distante dal punto panoramico. Centinaia di persone sembrano essersi accalcate lì, e per la maggior parte proprio hongkonghesi che, in occasione delle feste, si dedicano alla gita fuori porta. Sperando di poter salire ancora più in alto prendiamo una stradina di sassi, che però porta ad un punto morto di una piccola stazioncina militare e neppure una seconda via dà maggior soddisfazione, poiché si entra in una zona residenziale, fatta tutta di villette, che ci ispira non poca invidia vista la collocazione invidiabile.
Girando verso l’altro lato del colle arriviamo ad una bellissima tettoia con le panchine, che segna l’inizio della camminata panoramica attorno al picco, ma sfortunatamente, l’afflusso inferiore di persone è giustificato dal fatto che dal questo lato del Victoria’s, a parte alcuni palazzi in costruzione, non c’è assolutamente nulla e il forte riflesso solare rende anche difficile guardare il panorama.
A questo punto, convinti di prendere un sentiero che riporta al punto principale del picco, iniziamo a scendere una stradina a gradini, scendere, scendere, scendere…Almeno venti minuti di camminata su un sentiero sempre più stretto, circondati da piante e dal silenzio assoluto. Poco prima di arrenderci e tornare indietro, ci ritroviamo sul camminamento panoramico, con un cartello “Punto Panoramico 45 minuti”.
Visto l’avvicinarsi del tramonto, velocizziamo il passo e saliamo nuovamente al punto di partenza, in tempo per la lunga trasformazione di Hong Kong. Approfittando di un punto perfetto sulla terrazza panoramica ci dedichiamo ad una serie di foto e riprese in sequenza della città che si accende man mano e il panorama è indescrivibile: grazie alla foschia leggera si intravedono in lontananza anche i New Territories, forse la Cina stessa, e man mano che si fa buio, tutto si ricopre di luci, facendola quasi sembrare una vera e propria stampa da carta da parati.
Quando il freddo e l’umidità iniziano ad avere la meglio decidiamo di scendere prendendo uno dei simpatici minibus che arrivavano al centro città. Tuttora ignorando il metodo per prenotare la fermata, decidiamo comunque di scendere ad una sosta vicino al Central e poi prendere il tram per rientrare a casa.

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(Foto di Senesi Michele e Martina Leithe Colorio)

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