Jiang Wen – Capitolo 1


Capitolo 1:

Storie, Persone, Immagini (o del carisma dietro e davanti la macchina da presa)

 

Per parlare delle storie e dei personaggi di questo cinema, non si può non partire dalla storia del personaggio che di questo cinema è il protagonista assoluto: Jiang Wen stesso. In un cinema improntato all’assoluta rappresentazione di vita ed esperienza (trasfigurata dal ricordo, spesso e volentieri, e che dunque diventa una realtà personale, soggettiva, ma non per questo meno vera), non poteva che essere così.

Nato Tangshan, nella provincia dell’Hebei, Jiang Wen cresce tra la città di origine e Beijing, con il padre militare nell’esercito cinese (ma appassionato di letteratura al punto di scrivere anche dei brevi racconti nel tempo di congedo) spesso assente da casa per lunghi periodi e la madre insegnante di scuola, in quegli anni ‘70 che vedevano gli ultimi fuochi della rivoluzione culturale lasciare ceneri sopite ma ancora attive di piccola resistenza quotidiana a tendenze ideologiche spesso più feroci ai bordi dell’impero che nella mente del suo timoniere, Mao Zedong. Negli anni ‘80, alla riapertura dell’Accademia di Arte Drammatica di Beijing, Jiang Wen – già respinto alla Scuola di Cinema della capitale, forse per la troppa esuberanza caratteriale – è allievo di uno dei primi corsi del post Rivoluzione Culturale. I suoi insegnati se lo ricordano come un bel peperino, conscio del proprio carisma e poco incline ad accettare senza discutere indicazioni e insegnamenti. Nel 1984, quando si laurea ed entra nel mondo del teatro, Jiang Wen è in poche parole già quello che emergerà un po’ alla volta nei trent’anni o quasi di carriera che seguiranno, solo un po’ più grezzo: un uomo caparbio, un attore imponente pur nella sua normalità fisica e un potenziale regista che non si fa scrupolo a mostrare la mania per la perfezione, l’arroganza e presunzione che son proprie dei grandi.

 

Nella sua carriera di attore, Jiang Wen ha interpretato decine di personaggi i più diversi, che vanno dal Qiu Shutian di Hibiscus Town (firmato nel 1986 da quel Xie Jin che cinematograficamente è il mentore di Jiang) – uomo semplice dalla vita travagliata per le persecuzioni mosse dal Partito sui cosiddetti conservatori negli anni ’60 – fino al sagace e subdolo Cao Cao di Lost Bladesman (sotto la direzione di Alan Mak e Felix Chong, due degli artefici del successo internazionale della saga poliziesca degli Infernal Affairs), ultima sua prova attoriale nel momento in cui scriviamo.

Zhang Yimou e Tian Zhuangzhuang sono i nomi dei due maestri del cinema cinese di Quinta Generazione noti fuori dai confini cinesi coi quali Jiang ha lavorato, e se si può dire che l’esplosione del suo successo in patria sia legato a doppio filo con la serie televisiva di inizio ’90 A Native of Beijing in New York, la ribalta internazionale il nostro la deve sicuramente a Sorgo Rosso e Keep Cool dell’amico-nemico Zhang e alla collaborazione con Mabel Cheung per The Soong Sisters, che segnò una delle prime apparizioni di un attore della Cina continentale in una produzione di quella Hong Kong che stava per ritornare alla Cina (il film uscì nel maggio del 1997, mentre la data del cosiddetto handover è il 1 luglio 1997) e gli diede il premio come miglior attore non protagonista agli Hong Kong Film Awards del 1998.

Una straordinaria carriera da attore, quella di Jiang Wen, che tuttavia già in tenera età sognava di essere lui quello dietro la macchina da presa, lui quello a dirigere gli attori, lui quello ad avere il suo nome scritto nello spazio dedicato al regista.

 

Quando ero piccolo, credo intorno ai 10 anni, feci il mio primo film. Gli strumenti che usavo erano molto semplici: avevo fatto una decina di disegni su carta e costruito una specie di proiettore che mi permetteva di proiettarli sul muro di casa mia. Custodivo tutto dentro una scatola di metallo di mio padre, a cui avevo attaccato una maniglia e un foglio di carta con scritto titolo e autore del film, cioè io. (intervista ad Anjali Rao)

 

Negli anni Jiang Wen è diventato con tutta probabilità il più noto e amato attore della sua generazione, in patria, tanto che per molti il suo nome è quello del Marlon Brando cinese; ma il suo non è solo un nome da protagonista, uno di quei nomi che quando sono coinvolti in un progetto rubano la scena a tutte le altre persone, come magari capita con certe grandi star di Hollywood la cui enorme visibilità mediatica fa sì che il nome dello stesso regista che li ha diretti passi in secondo piano. Jiang Wen è un uomo di cinema che, nonostante l’indubbio carisma e quel pizzico di presunzione e arroganza che sono necessarie a chi emerge, non si risparmia di partecipare a progetti di registi giovani, nelle cui idee crede, e pazienza se non ne uscirà il blockbuster che farà ogni volta saltare il botteghino e guadagnare a tutti un sacco di soldi; l’importante che la storia, il film, abbiano qualcosa da dire, cinematograficamente parlando. Così, negli anni lo si è visto alle prese con pellicole indipendenti o comunque di non immediato richiamo e firmate da nomi nuovi che poi sui sarebbero distinti negli anni successivi, come quelli di Xu Jinglei (per due film: My Father and I e Letter from an Unknown Woman), Zhang Yuan (per Green Tea) e Lu Chuan. E la storia della collaborazione tra Lu e Jiang è abbastanza particolare, soprattutto per il fatto che avvenne durante gli anni in cui, dopo la proiezione e il Premio della Giuria di Cannes di Devils on the Doorstep, Jiang Wen era stato costretto dalla censura cinese a sette anni di pausa dalla regia.

 

Nel 2002 (mentre era in pausa forzata dopo il bando dalla regia seguito alla presentazione di Devils on the Doorstep a Cannes) fui contattato da Lu Chuan, un giovane regista trentenne, che mi chiese di dirigere un film che lui aveva scritto. Me lo scrisse per lettera, perché non riuscita a trovarmi di persona. Anche io a trent’anni avevo fatto il mio primo film, e fui commosso dalla sua lettera in cui mi descriveva il progetto e le difficoltà che aveva nel trovare i fondi per realizzarlo. Decisi così di produrre il film, per la sua regia, e di interpretare il protagonista (intervista ad Anjali Rao)

 

In effetti, alcune voci incontrollate vogliono che in Missing Gun ci sia più di uno zampino dello stesso Jiang anche per quanto riguarda la regia, ma che questo non sia stato reso pubblicamente noto per via appunto del bando a cui il nostro era allora sottoposto; e bisogna dire che guardando il film a fianco dei film precedenti e successivi di Jiang, in più di una scena e scelta registica la mano di Jiang sembra viva e vegeta. I momenti più contaminati di fantasia e onirismo ne sono una bella spia rivelatrice, come la scena in cui il poliziotto protagonista, interpretato proprio da Jiang Wen, si ritrova a inseguire uno scippatore in bicicletta, ma anche la scelta di recitare accanto a Ning Jing, che aveva vestito i panni di Mi Lan in In the Heat of the Sun, allora in compagnia di un giovanissimo Xia Yu (tuttora il più giovane attore premiato a Venezia con la Coppa Volpi), alter ego del Jiang Wen adolescente degli anni ’70.

Dai suoi primi spunti da regista, Jiang Wen è sicuramente maturato, ma nei suoi film, quella sensazione di transitorietà che palpitava già in In the Heat of the Sun è ancora ben presente. La sua parabola è una parabola di crescita, un percorso che sembra tutto tranne che concluso, e che si specchia in un cinema che vive delle pulsioni dell’adolescenza in maniera forte, con tutte quelle aspirazioni di libertà, soprattutto creativa, che l’età della giovinezza si porta appresso. Nel suo cammino di maturazione cinematografica, come regista e narratore di storie, la componente nostalgica e realista si fondono e si confondono, proprio come quando da ragazzi, si passano quei frequenti momenti in cui il sogno e la sostanza delle cose sembrano indistinguibili; questa capacità di cogliere l’attimo della transizione tra piani della realtà è il carburante più vivo del suo cinema come pure del miglior cinema in lingua cinese degli ultimi 15 anni. Se infatti i film di Jia Zhangke, l’altro innovatore della filmografia mandarina dell’ultimo decennio, colgono il concetto di transizione nella rappresentazione di storie e individui che subiscono l’evoluzione di una Cina che cambia a vista d’occhio (nei suoi modi, nei suoi atteggiamenti, nel suo tessuto sociale ed economico), le storie di Jiang si concentrano invece sulla rappresentazione della transizione dei suoi personaggi dal punto di vista squisitamente umano, e i concetti di transizione sociale e crescita individuale assumono tratti simili e sovrapponibili. Tre testimonianze di questo approccio al racconto, che molto ha a che fare con quella che è la visione di fondo del ruolo del regista da parte di Jiang Wen, sono quelle date da Howard Schumann, e dallo stesso Jiang intervistato da Tony Rayns e Raymond Zhou:

 

Sebbene Jiang in In the Heat of the Sun ridisegni i confine della Rivoluzione Culturale in maniera spiazzante, dipingendola con il pennello sbiadito del ricordo, libera e spontanea, non si tratta di un film politico ma piuttosto di un racconto di precaria e pericolosa transizione dall’adolescenza all’età adulta. A differenza di molti film sulla crescita, tuttavia, In the Heat of the Sun non ha sfumature di triste nostalgia e mollezza, ma racconta piuttosto un’odissea spaziotemporale che vibra di ardore rivoluzionario e di libertà da ogni vincolo. (Howard Schumann)

 

Nel percorso di crescita dei suoi personaggi Jiang Wen inserisce sempre un momento di epifania che diventa il cardine della loro storia. Ma Dasan, il protagonista di Devils on the Doorstep, è un uomo condizionato dal desiderio ancestrale di vivere una vita tranquilla, dalla paura di morire. Purtroppo per lui, gli è dato di vivere in tempi di guerra. Quando vede il suo villaggio in fiamme e capisce che i suoi compaesani moriranno tutti, è allora che Ma supera la sua paura, e da quel momento, quello in cui la morte entra prepotente nella sua vita, Ma è libero dal timore che ne ha incatenato l’esistenza. Comincia allora, dapprima inconsciamente, a desiderare la fine, la morte, e quando essa giungerà, potrà finalmente accoglierla con un sorriso.(intervista a Tony Raynes)

Non importa come giri una scena o come poi monti la storia, finirai sempre per mettere qualcosa di tuo nel tuo film. Non è qualcosa che come regista fai intenzionalmente. Per quanto mi riguarda, non ho voluto mettere in scena dei personaggi o delle storie autobiografiche con In the Heat of the Sun e di Devils on the Doorsteps. Per Let the Bullets Fly, ho letto alcuni critici dire che il protagonista Zhang sarebbe la rappresentazione di me stesso dopo l’insuccesso di The Sun Also Rises, mentre altri hanno scritto che Zhang rappresenta Chiang Kai Shek. Lascio a chi guarda l’interpretazione, ma quel che posso dire è che, anche se è inevitabile che ogni regista abbia un suo punto di vista personale sulle storie che racconta, ogni storia o personaggio di un mio film non prende le mosse dall’esperienza personale di me come uomo” (intervista a Raymond Zhou per Let the Bullets Fly)

 

Se dovessimo descrivere in due parole la personalità di questo grande personaggio, potremmo riassumere dicendo che Jiang Wen è innanzitutto un uomo libero, uno che aspira a fare quello che lo soddisfa, uno che sa quel che vuole e sa quanto vale, e che di conseguenza non si arresta davanti a un ostacolo, un vincolo, un problema. Fiero del proprio lavoro, Jiang Wen è spesso descritto come un perfezionista, che nemmeno le ingerenze della pur ingombrante censura cinese (con la quale ebbe a che fare per il primo film e poi soprattutto per Devils on the Doorstep) o dei potenti produttori delle major. A questo proposito, calza a pennello la descrizione che ne fa Richard Corliss:

 

Per Jiang Wen non importa l’ingerenza della censura, o le pressioni dei produttori. Non gli importa nemmeno quando sua madre gli dice che il suo film (Devils on the Doorsteps) è troppo lungo. Per Jiang l’unico modo per fare film è farli per se stesso. E non è tanto l’arroganza dell’artista a esprimersi in questa cocciutaggine, ma l’amore per la propria opera, la convinzione che solo un regista innamorato davvero del suo lavoro può ambire a realizzare un film che piaccia, che coinvolga, che rimanga dentro ai suoi spettatori (Richard Corliss, Asia Scores – TIME magazine)

 

E pazienza poi se i produttori si lamentano o se il pubblico non lo premia andando in massa a vedere i suoi film al cinema… Jiang Wen sa fare il suo lavoro in una maniera sola, e cioè dando il massimo, possibilmente senza dover sottostare al dovere di compiacere qualcuno o qualcosa. Jiang Wen è così, uno a cui le vie di mezzo non si confanno; e per un film che non ha successo al botteghino, ne verrà un altro che invece sbancherà, e poi è questo che è successo con The Sun Also Rises e Let the Bullets Fly rispettivamente un flop e il record d’incassi di tutti i tempi in Cina:

 

“I produttori di Let the Bullets Fly mi ripetevano spesso durante la lavorazione che raggiungere il 70% del risultato che mi attendevo era abbastanza. Io stesso ho provato a convincermi che fosse vero, ma poi pensavo: come faccio a sapere davvero di aver raggiunto il 70%? L’unica cosa che posso fare, allora, è cercare di non lasciare nemmeno un difetto”.

Già ai tempi di Devils on the Doorsteps, Jiang Wen era convinto che un regista non dovesse interessarsi degli incassi, di quanto un film può guadagnare. Nel 2007, quando uscì The Sun Also Rises, ai giornalisti che la storia del film eran troppo spezzettata e confusa perché il pubblico capisse e apprezzasse e che questo avrebbe portato meno soldi al botteghino, Jiang rispose testualmente: “A chi non capisce la storia posso solo dire: guardate il film di nuovo”.

E ancora adesso, dopo che il suo Let the Bullets Fly è diventato il più grande successo della storia del cinema cinese, Jiang è ancora convinto che l’unica via giusta sia fare film senza piegarsi ai compromessi (come Zhang il butterato, lo stesso Jiang Wen nel film, dichiara di voler fare: “Guadagnare senza dover piegare la schiena davanti a nessuno”). “Io non so come vendere un film. Quello che so e posso fare, è realizzarne uno buono” ha dichiarato in un’intervista. (intervista a Raymond Zhou per China Daily)

 

Questa libertà di pensiero si legge anche tra le righe del suo atteggiamento nei confronti del cinema in generale, nel suo dichiararsi meno interessato al cinema in se, ovvero alla speculazione della tecnica e magari dell’innovazione a tutti i costi (una corsa che vediamo scatenarsi in questi anni recenti in cui sembra che molti registi vogliano a tutti i costi cimentarsi con il cinema stereoscopico giusto per dimostrare di non essere da meno di altri), piuttosto che all’aspetto comunicativo del cinema, alla sua essenza di media, alla sua capacità di provocare una reazione in chi guarda:

 

Non mi piace molto l’espressione “linguaggio cinematografico”. Molti dei classici che hanno fatto la storia del cinema, da Quarto Potere a Il Padrino e fino ai film di Quentin Tarantino, hanno molti tratti in comune con il teatro, la rappresentazione teatrale. Questo perché l’essenza del dramma è la comprensione dell’essere umano, senza la quale nessun linguaggio potrà comunicare molto. La scrittura e il linguaggio hanno il loro fascino. Consentono all’autore di agire come creatore. Ma per toccare le corde interiori delle persone non serve quello che comunemente si chiama linguaggio cinematografico. (intervista a Raymond Zhou per Let the Bullets Fly)

The Sun Also Rises non è fatto per essere capito da chi lo guarda, ma per smuovere qualcosa dentro gli spettatori”, dice Jiang Wen. “Del resto, quante volte vi è capitato di essere scossi dalla natura, da un paesaggio, da una scena che si svolge davanti i nostri occhi? Eppure, chi può dire veramente di comprendere la natura?” (intervista a Raymond Zhou per China Daily)

 

D’altra parte, in un momento per lui di grandissimo successo, ora che con successo straordinario di Let the Bullets Fly finalmente Jiang Wen non è più solo il più grande attore drammatico della sua generazione – il già nominato Marlon Brando cinese – ma anche e soprattutto un regista all’apice della carriera, uno a cui, dalla posizione che ha raggiunta, l’arroganza artistica viene perdonata, permessa e giustificata bonariamente. Questo è Jiang Wen, che ci piaccia o meno; o almeno questo è quello che il nostro è diventato negli anni che hanno seguito quel debutto veneziano del 1994, e il fatto che ci sia riuscito senza tentare di conformarsi a quanto altri avrebbero voluto da lui non può che essere ragione di orgoglio per lui e meraviglia per noi, che i suoi film li sorbiamo, ogni volta con grande piacere, da appassionati spettatori.

 

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