Jiang Wen – Capitolo 2.3


Capitolo 2.3:

Temi e Topoi: il ricordo della rappresentazione nei topoi narrativi

 

Accanto alle tematiche che compongono la poetica di Jiang Wen, quelle descritte e illustrate sinora, per descrivere il cinema del regista cinese nella sua pienezza, non si possono trascurare le modalità e le scelte di fondo che fanno da base a un’esperienza registica originale e interessante, e che nei film di Jiang si estrinsecano nella forma di topoi che ricorrono qua e là e che fungono sia da firma “autoriale” che da alfabeto di un linguaggio personale; linguaggio che il regista usa per comunicare attraverso le immagini e le scene quelle idee ed esperienze nate su carta e quindi che necessitano di una traduzione in forma cinematografica. Che questo accada più o meno inconsciamente e che il topoi sia frutto di una scelta precisa mediatica quanto piuttosto derivazione necessaria di un modo di vedere la realtà che la mente del regista vede come unica modalità spontanea di racconto, lo lasciamo decidere a chi legge. In questi paragrafi, ci limitiamo a registrare questi sunnominati topoi, e la loro origine la si mette dunque in secondo piano. Se anche fossero casualità, rimarrebbero lo stesso fatti, o meglio coincidenze che, a lungo andare e ripetute, non valgono poi tanto di meno.

 

Tra questi topoi, notiamo innanzitutto l’importanza data ai volti, alla loro espressività, che ha da sempre orientato la scelta degli attori e la loro direzione nei film di Jiang (si pensi anche solo al giovanissimo Xia Yu che in In the Heat of the Sun appare anche fisicamente e nei lineamenti come un piccolo Jiang Wen). Cardine di questa spinta all’espressività non verbale sono gli sguardi e gli occhi dei protagonisti del cinema di Jiang, per il quale l’occhio è sia strumento che specchio, e che spesso riescono a costruire da soli, con i loro intrecci filmati in lunghe alternanze di campi e controcampi, la sostanza emotiva delle scene; un caso magistrale è la scena del colloquio tra i contadini cinesi e il comandante giapponese in Devils on the Doorstep, che analizzeremo in dettaglio in seguito, oppure anche quella non da meno del subdolo confronto tra i tre mattatori di Let the Bullets Fly, che si limitano a star seduti intorno alla stesso tavolo, inquadrati dal busto in su e quindi senza poter sfruttare più che tanto il linguaggio del corpo, e lasciano le loro schermaglie a esprimersi in parole, risate e soprattutto scambi di occhiate, o meglio: occhiatacce.

Per un regista innamorato del cinema a tutto tondo (Jiang Wen infatti non è solo attore e poi regista, ma è anche spesso autore delle sceneggiature dei suoi film e supervisore al montaggio), non fa meraviglia poi ritrovare nei suoi lavori spesso e volentieri ben più di un aggancio a quella che è l’esperienza audiovisiva della settima arte, estrinsecata in particolare in un uso diegetico della luce (naturale, con il sole a farla da padrone, e non solo nei titoli del suo primo e terzo film) e del controluce, nella comparsa in scena di sale cinematografiche e proiezioni di film all’aperto, nella scelta curatissima della fotografia e dell’uso del colore (o del bianco e nero), nell’importanza delle musiche nel racconto e nella costruzione dell’atmosfera, nell’inserimento di elementi visivi che richiamano un immaginario classico cinematografico, come ad esempio è il caso per la piccola ossessione di Jiang per i treni (a vapore).

La luce, che sia essa quella del sole o quella artificiale, nei film di Jiang è quasi un personaggio a se stante, con un ruolo ben definito e importante: fa da contorno alle figure dei personaggi, ne modifica la percezione (come Xiajun che passeggia sui tetti controsole in In the Heat of the Sun, o Dasan che non vede il suo aggressore perché gli punta la torcia in faccia in Devils on the Doorstep, o come Huang che in Let the Bullets Fly racconta di aver già visto Zhang il butterato, ma di non essere stato visto da lui perché si trovava controsole e in ombra). A volte, poi, sembra quasi di essere davanti a una rappresentazione caravaggesca della luce.

Il cinema per Jiang non è solo un mezzo di racconto e comunicazione attraverso i film, ma un pezzo importante della sua vita stessa, e questo emerge dall’uso che ne fa nei suoi film, nei quali è frequente ritrovare scene costruite attorno a eventi sul grande schermo o in sala: dalle proiezioni all’aperto dei classici film di propaganda della Cina anni ’70 in In the Heat of the Sun e The Sun Also Rises, i proiettori, i teloni, le piazze buie, il fumo, i gruppi di ragazzi che si nascondono in sala alla proiezione di un film non autorizzato a chi non sia membro del Partito. E in un cortocircuito tra cinema e Rivoluzione Culturale, in The Sun Also Rises il fascio di luce del proiettore viene utilizzato per illuminare a beneficio degli inseguitori un (presunto) molestatore in fuga, appena dopo che la proiezione di un film viene interrotta appena lanciato l’allarme da una donna (fantomaticamente) molestata.

E poi l’uso del colore e del bianco e nero, speculari e ben distinti, sia in In the Heat of the Sun che in Devils on the Doorstep, il peso cruciale delle musiche nel contribuire all’atmosfera di molte scene e al tono generale di tutti i suoi film, dalle canzoni militari e popolari del periodo maoista al refrain di Moscow Nights in In the Heat of the Sun alla onnipresente marcia della marina giapponese in Devils on the Doorstep, fino ai cenni di Mozart e le melodie di Hisahishi Joe usate negli ultimi due film (insieme al ritorno di strumenti musicali, balli e motivi che hanno segnato l’immaginario del giovane Jiang). Menzione particolare merita quella che pare quasi una piccola ossessione per Jiang Wen: la ferrovia e i treni, ed in particolare le locomotive a vapore, che ritornano più o meno in tutti i suoi film, dall’esordio fino a The Sun Also Rises, senza scordare il treno trainato da cavalli del governatore Ma in Let the Bullets Fly e contando recentemente persino un cameo dello stesso Jiang in vesti da ferroviere in Love for Life, ultima pellicola del grande amico e collaboratore del nostro, Gu Changwei.

Un ultimo topos ricorrente nel cinema di Jiang sono gli animali, spesso utilizzati come elemento dietetico come il pavone di in The Sun Also Rises, che ruba le scarpette rosse sognate dalla madre del protagonista del primo segmento di film e agisce poi da guida per il professor Tang, nel trovare la grotta segreta in cui si svolgerà una delle scene chiave della storia, e l’aquila in Let the Bullets Fly, che sembra sorvolare il destino del bandito Zhang e del governatore Ma.

Altre figure animalesche contribuiscono poi a inserire un elemento straniante e bizzarro che pare richiamare sia le pulsioni più primordiali (il sesso, soprattutto) dell’uomo che un certo lato bestiale della natura umana, dall’asino di Devils on the Doorstep alle oche di Let the Bullets Fly.

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