John Woo – Capitolo 1.1


Last Hurrah for ChivalryCapitolo 1.1:

L’ambasciatore del cinema di Hong Kong

 

“Vivere ad Hong Kong e vedervi film è un po’ la stessa cosa. Sia tra i personaggi che popolano lo schermo, sia tra gli abitanti della città reale, si ha l’impressione di uno spazio cieco dove si scivola gli uni accanto agli altri senza guardarsi, e a volte senza vedersi… Hong Kong e il suo cinema sono spazi aberranti che si attraversano inebetiti…”

Serge Daney, Journal de Hong Kong, in Cahiers du cinéma 320, 1981.

Studiare il cinema di Hong Kong non è certo un’impresa facile.
“Terzo polo produttivo mondiale, è dimora del caos. Il cinema più commerciale del mondo non prevede operazioni storiografiche”.
Così sentenziavano Bedetti e Mazzoni nella premessa del loro libro, uno dei primi sul cinema di Hong Kong, La Hollywood d’oriente (Puntozero Bologna 1996).
La filmografia di John Woo non si presta sicuramente ad un’analisi critica organica.
I suoi primi film, seppur segnati da uno stile riconoscibile e dall’influenza di Chang Cheh, non escono dai canoni dal genere dei film di arti marziali in cui sono inseriti.
Questi film, come anche le successive commedie d’azione sono la diretta espressione in un sistema produttivo che ha come unico referente gli incassi al botteghino e non presta certo attenzione alla critica. I primi film di Woo, da The Young Dragons a Run Tiger Run, sono praticamente sconosciuti al pubblico e alla critica occidentale, che solo dopo il successo di A Better Tomorrow ha potuto conoscere l’opera del regista cantonese. E’ stato con questo film, che ha segnato una svolta nella sua carriera, che Woo è riuscito a travalicare i limiti imposti dai generi. Ed è con questo film che l’occidente ha iniziato ad interessarsi, non solo al regista cantonese, ma anche al cinema di Hong Kong.
La leggenda narra che tutto sia cominciato da Tarantino, che ha preso da City on Fire di Ringo Lam alcuni spunti. E per il fino a quel momento ignorato cinema di Hong Kong si è acceso un notevole interesse.
Ma se la notorietà del cinema di Hong Kong deve qualcosa a Tarantino, Tarantino deve qualcosa a Woo che con A Better Tomorrow ha reinventato il genere noir e aperto la strada, anche in occidente, a un cinema ad alto contenuto visivo, tipico delle produzioni hongkonghesi.
E’ bastato un pugno di film di John Woo perché la comunità dei cinefili si rendesse conto che dietro le apocalittiche sparatorie di Hard Boiled o di The Killer era celato un intero mondo che aspettava solo di essere scoperto. Infatti John Woo e i suoi gangster-film sono stati autentici ambasciatori del cinema di Hong Kong. Attraverso di essi, la critica si è tornata ad occupare di cinema di genere e di arti marziali in una prospettiva che non contemplava letture di secondo grado, prerogativa della maggioranza del cinema americano degli anni Ottanta e non solo.
Proprio negli anni Ottanta si era affermata con particolare forza, l’idea nata negli anni Settanta, che tutto il cinema è metacinematografico e autoriflessivo.
Idea secondo la quale il cinema che non può evitare di continuare a fare film su sé stesso e che la semiologia cinematografica enfatizzava la funzione metalinguistica a scapito di quella referenziale, dimenticandosi che i film raccontano o mostrano comunque qualcosa.
I film in quest’ottica divenivano soltanto gallerie di specchi, dove tutto concorreva a dare corpo a un immenso macrotesto cinematografico.
La scoperta di John Woo e del suo cinema arcaico invece, pur dall’interno di una tessitura fortemente occidentalizzata, ha scoperto un mondo che si costruiva sì, su brandelli di memoria cinefila, ma che sfruttava questa strategia per andare incontro alle proprie radici con stimoli e progettualità nuove. Gli uomini dei film di Woo, per quanto mossi da motivazioni fortemente riconoscibili, scombussolavano con la loro veemenza, tutti quegli schemi critici che avevano fatto della prevedibilità dell’emozione il loro caposaldo. Con film come The Killer ci si ritornava ad appassionare alle storie degli uomini, oltre che a trovarsi ad ammirare uno stile visivo particolare.
Mentre gli anni Ottanta hanno significato per la cinematografia statiunitense, soprattutto un riciclaggio di stilemi e di linguaggi, dopo il crollo dell’impero dei fratelli Shaw, maggiore produttore della ex colonia britannica, si tentava di rimettere in sesto un’intera cinematografia sulle orme e nella tradizione del sistema dei generi classici.
A Better Tomorrow ha codificato un nuovo linguaggio, ispirandosi ai classici hollywoodiani ed europei, ma con una particolare attenzione ad alcuni aspetti sociali della vita cinese contemporanea. E questo film, come quelli successivi di Woo, ha aperto le porte dell’occidente al cinema orientale, interessando non solo la critica, ma influenzando soprattutto a livello visivo anche le cinematografie, quelle ancora vive, soprattutto americana e in misura minore quella francese.
Come scrive Alberto Pezzotta nella premessa sui metodi di studio utilizzati nel suo libro Tutto il Cinema di Hong Kong, l’ondata di esaltazione che ha colto gli occidentali alla scoperta del cinema dell’ex colonia rischia di far perdere obiettività critica. Capire come si esprime il cinema di Hong Kong, e l’analisi si è spesso fermata allo storicismo, alla sociologia, all’analisi tematica, senza affrontare questioni di stile e di linguaggio. Il principale ostacolo è che l’oggetto dell’analisi è conosciuto imperfettamente. Senza sapere il cinese e il mandarino, durante la visione di un film orientale si può contare quasi sempre solo sui sottotitoli in lingua inglese, ma in un inglese spesso di fantasia, che non aiuta certo la comprensione delle trame. L’ignoranza della lingua cinese impedisce l’accesso a buona parte delle fonti, ma i cataloghi dell’Hong Kong film festival sono bilingui e questo permette di collocare film e autori in un contesto pertinente (altro strumento utilissimo nello studio sono i siti Internet dedicati alla critica hongkonghese e sempre disponibili in inglese, anche se a volte contengono informazioni poco attendibili).
La critica italiana è stata tra le prime a interessarsi al cinema di Hong Kong, anche se in maniera molto limitata. Dopo i primi interventi di Giovanni Buttafava, Marco Muller organizza una retrospettiva a Pesaro nel 1983. Riccardo Esposito, in seguito affiancato da Max della Mora (di cui va ricordato anche il libro Fant’Asia – Il Cinema Fantastico dell’Estremo Oriente uscito per la ormai scomparsa Granata Press), svolge un lavoro pionieristico su film di arti marziali e cinema di genere.
“Positif”, una delle più importanti riviste francesi scopre King Hu, uno dei grandi registi del cinema di Kung Fu già nel 1975 e Serge Daney, uno dei massimi critici francesi del dopoguerra, realizza nel 1980 un reportage sul cinema dell’ex colonia.
Nel 1984 “Cahiers du cinéma” fa uscire un numero monografico dedicato ad Hong Kong intervistando per la prima volta autori e attori e l’interesse della rivista per il cinema asiatico non è stato occasionale.
Se oggi si torna a parlare di Hong Kong e dei suoi film, dopo molti anni in cui si è ritenuto che le pellicole di ari marziali ne costituissero l’unico motivo di interesse, il merito è della risonanza di questo lavoro di Olivier Assayas e Charles Tesson, permettendo per la prima volta di andare a vedere dietro le quinte di un mondo produttivo praticamente sconosciuto all’occidente.
Per quello che riguarda la critica inglese (non accademica), fanzine come “Asian Trash Cinema”, “Eastern Heroes”, “Hong Kong Film Connection”, collegate con il mercato dell’home video, sono state i principali divulgatori del cinema di Hong Kong in occidente, anche se spesso i contributi critici effettivi sono di scarsa importanza.
Per quello che riguarda i film precedenti a Senza tregua, primo film di Woo girato in America, la critica occidentale non è certo stata tempestiva a segnalare l’importanza delle opere del regista cantonese, per poi sbagliare di nuovo la misura e finire per parlarne troppo e spesso a sproposito. In ogni caso con la notorietà acquisita precedentemente, i film girati in America sono stati di immediato interesse per la critica mondiale, che in un primo tempo ha però visto deluse le proprie aspettative.

 

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