John Woo – Capitolo 1.3


Face OffCapitolo 1.3:

Un domani migliore a Hollywood

 

Hard Target (Senza Tregua nella versione italiana) è stato il primo film di Woo girato in America. La critica hongkonghese non ha dimostrato grande entusiasmo verso questo film, considerando Woo colpevole di essersi lasciato influenzare dalla logica degli studios. La realizzazione di Hard Target è stata piuttosto travagliata, a causa dei problemi con la produzione e con la censura, che hanno costretto Woo a rimontare più volte il film. La commissione di censura affibbiò a senza tregua il divieto ai minori di 17 anni e la Universal affidò il montaggio ad altre mani.

“La preview è stata un disastro (…) e lo studio ha voluto che il film fosse rimontato di nuovo, più linearmente, dal regista insieme ad un montatore veterano del cinema d’azione, Bud Smith. Ci ha provato persino Van Damme, per fortuna immediatamente bloccato”.

“La prima versione di John era molto meglio”, ha infine commentato il suo produttore Terence Chang (Giulia D’Agnolo Vallan, il manifesto 25 agosto 1993).

Come nota Giona A. Nazzaro nella sua recensione a Senza Tregua, il limite più evidente di questa pellicola, è che si tratta con ogni evidenza di un esercizio di stile, per quanto nobile, teso soprattutto a dimostrare l’adattabilità di Woo al sistema di produzione hollywoodiano. La sceneggiatura di Pfarrer, con la sua progressione tipica dell’action movie americano, serve da mero sfondo per la stilizzazione dell’azione e dei combattimenti cara al regista. “Insomma Senza Tregua è un raffinato lavoro su commissione come un certo cinema di genere non vedeva da anni.”

Senza Tregua aveva un difetto ancora più sostanziale, che si collocava sul piano della storia, un equivoco di fondo su ciò che fa funzionare i film hongkonghesi di Woo. I suoi film, anche i più stilizzati e impertinenti, hanno come forza propulsiva schiaccianti ossessioni morali. Solitamente motivati da un senso di lealtà e onore personali in un ambiente morale intollerabilmente compromesso, i suoi personaggi hanno un passato che non li lascia mai, una storia alle spalle inestricabilmente intrecciata con le azioni che compiono nel presente. Woo presenta questi conflitti con un dispiegamento di emozioni grezze e non mediate, in grado di far vibrare le corde giuste tra il pubblico hongkonghese degli anni Ottanta. Ma, tra i più cinici e impertinenti fan americani del film d’azione, spesso (…) questa sfrontata ostentazione di sentimento è tanto melodrammatica da provocarne il riso. Anche gli spettatori più avveduti hanno preso questa sincerità per eccessiva artificiosità, sottraendosi così all’aspetto di maggiore impatto dell’opera di Woo” (Andy Klein, Ciak aprile 1996).

La componente melodrammatica, la cui importanza già in Hard Boiled era molto inferiore rispetto ai film precedenti, è qui totalmente assente e la visione artistica di Woo ha dovuto adattarsi al gusto del pubblico occidentale. Perfetto nella geometria e nell’efficacia dell’azione, ironico e caricaturale nella descrizione dei personaggi, astratto nella monodimensionalità fumettistico-cartoonistica del racconto, secondo la linea del cinema d’azione hollywoodiano, Senza Tregua ha lasciato insoddisfatti un po’ tutti, e anche lo stesso Woo, ma non certo insoddisfacenti gli incassi al botteghino (32,5 milioni di dollari per un film costato 20).

Rimane di Woo, in questo film, una appassionata tensione analitica nei confronti del movimento corporeo e dello spazio in cui questo si iscrive, che ad Antoine de Baecque ha permesso di operare una rischiosa similitudine con gli esperimenti di Jules Marey.

“Il paradosso più intrigante dello stile di Woo è che nonostante un serratissimo montaggio scomponga l’azione e i movimenti dei corpi in velocissimi frammenti, l’impressione che se ne ricava ad una prima visione è quella di un cinema della trasparenza dove tutto succede con la grazia coreografata al millimetro di un musical minnelliano, come se le riprese fossero state eseguite in lunghi piani sequenza” (Giona A. Nazzaro).

Nome in codice: Broken Arrow è il primo film di Woo con un alto budget e la sua prima esperienza con effetti speciali in postproduzione. Un film da 70 milioni di dollari di incassi al botteghino, ma che scontenta tutti gli estimatori del regista.

Anonima e non originale la storia, sceneggiata da Graham Yost, con un cast di bravi attori, ricca di scene d’azione, ma senza colpi al cuore, anche se la sequenza iniziale, il ring bianco su cui combattono Travolta e Slater, sembra il preludio ad un grande film.

Il montaggio poi affidato a tre diversi montatori appare disomogeneo e rende ancora più impersonale questa pellicola.

Quello che voleva la produzione era un film alla Speed (sceneggiato sempre da Yost), un film convenzionale, preconfezionato e di sicuro successo, e Woo si è piegato alle regole limitandosi a mettere in mostra saltuariamente qualche virtuosismo.

Il rapporto di amore-odio tra i due personaggi principali (ancora una volta maschili) è appiattito, come piatto appare il paesaggio desertico in cui si muove la storia, non arriva a quella dimensione mitica (e il pensare che non si tratta di The Killer non aiuta ad apprezzarlo per quello che è) che aveva fatto il successo dei suoi film migliori.

“Guardare Broken Arrow significa cercare di trovare quanto del “John Woo style” è rimasto nel film. Quello che la maggior parte del pubblico americano cerca sono le scene d’azione mozzafiato. Ma non bisogna preoccuparsi per la scomparsa del “John Woo style,” perché Hollywood può essere un mostro che divora tutto oppure in giardino di rose in cui fiorire. Come ad Hong Kong ha avuto un periodo di transizione, Woo necessita solo di tempo per adattarsi. Per adesso, Broken Arrow soddisfa il pubblico americano, anche se non soddisfa noi. Bisogna aspettare. Dopotutto, Chow Yun-fat in A Better Tomorrow ha aspettato per dieci anni.”  (Shu Kei dichiarazione tratta da Internet)

“In Broken Arrow, resta una grande maestria nella violenza efferata ma poi non sfruttata, come una sorta di barocco sorgivo, non deliberato. Un gioco che non è di costruzione, ma di irruzione. Certo, il quadro di riferimento è troppo preciso, troppo obbligato, al limite della variazione. Eppure basterebbe solo l’inizio, i titoli di testa: la lenta discesa sul ring inquadrato dall’alto è straordinaria. Il rituale è splendido, anche in questo film” (Enrico Ghezzi il manifesto 2 marzo 1996).

Face/Off riesce finalmente dove gli altri film americani di Woo avevano fallito. Grande successo di pubblico e apprezzamento da parte di molti degli estimatori del regista.

Face/Off offre infatti il cinema di Woo al pubblico occidentale come una violentissima esasperazione della sua poetica che, introiettando nella problematica del doppio i conflitti ingaggiati/subiti con le regole del cinema hollywoodiano, esce allo scoperto con tutto il precipitato delle frustrazioni accumulate.”

Woo accetta coscientemente di portare al punto di non ritorno la propria poetica e mitologia, avendo verificato l’impossibilità di rimetterla in causa compiutamente. Hard Target era un Wuxiapian balistico in piena regola, in cui Woo recuperava figure retoriche e narrative portanti del suo cinema precedente. Difficilmente dopo Face/Off, si potrà accettare un altro mexican stand off o un’altra sparatoria in una chiesa con colombe svolazzanti. “Erodendo la propria cifra stilistica Woo se ne riappropria definitivamente (…) Woo ritorna a frequentare i luoghi cinematografici che gli sono più cari. Ma gli equilibri dell’alchimia del suo cinema si sono decisamente alterati. Face/Off infatti li offre al pubblico come una sorta di cifra rivolta al passato. Omaggio al proprio cinema e al pubblico che ha amato i suoi film realizzati a Hong Kong. Ma con uno scarto, rispetto alla materia trattata, che impedisce di credere sino in fondo che si tratti ancora del suo cinema”(Giona A. Nazzaro Cineforum 368).

La critica hongkonghese lo giudica il miglior film di Woo girato in America, pur non risparmiando parecchie critiche. La storia e i personaggi permettono finalmente a Woo di esplorare tematiche a lui care, con scene d’azione molto spettacolari, e una libertà e padronanza stilistica che Woo non aveva avuto nei film precedenti. Ma la storia è anche piuttosto inverosimile e l’utilizzo che Woo fa di simboli, e situazioni riprese dai suoi film migliori, appare come una sclerotizzazione di stile e stilemi. Senza uscire dal codice del film d’azione, Woo finisce per saturarlo e congestionarlo, fino a spostare le cose, e a sgrammaticare la grammatica rigidamente definita dell’action movie americano, cosa che in Broken Arrow non era nemmeno stata tentata. Ritorna il racconto, l’importanza dei vuoti, dei temi sospesi che creano il ritmo, e il registro melodrammatico.

La situazione in cui si inscrive questo terzo film americano di Woo è ben delineata da Pier Maria Bocchi in un suo intervento su Cineforum (Dentro l’action senza morirci, in Cineforum n.384) in merito a quanto il regista è riuscito a fare all’interno del cinema “action” americano.

“Il fatto è che, ora come ora, John Woo ha fatto in America soltanto un film grandioso. Non è Hard Target (1993), né Broken Arrow (1996), né Face Off (1997). E’ un film che non esiste. O, per meglio dire, è un film fatto di pezzi di quelle tre pellicole. (…) E’ palese quanto John Woo abbia lavorato sotto un’influenza prepotente e limitante – alla quale possiamo dare il nome che preferiamo, sia esso casa di distribuzione o produttore coi danaroni -, che non gli ha fatto fare il lavoro che voleva fino in fondo. E allora balzano agli occhi quei moduli d’azione anonimi come l’inseguimento in motoscafo di F/O, o il suo orribile finale, davvero insopportabile: cose che potrebbe fare un John Badham dell’ultima ondata, e magari ci starebbero anche bene, ma non da John Woo, soprattutto quando poco prima, nelle sequenze precedenti o quasi, abbiamo visto lampi di un grande uomo di cinema. Ciò che fa più paura è l’ingordigia affabile delle norme canoniche di genere. Woo ha tutte le carte in regola per starne fuori, o per viverci attraverso.”

Face/Off non è soltanto la storia di uno scambio d’identità e di due personaggi che si guardano avendo assunto ognuno l’identità dell’altro.

“Tutto Face/Off non è altro che un venire a patti con l’alterità. Se questa riflessione era già parte integrante delle ossessioni di Woo, mai prima d’ora il regista aveva osato dare a questa un volto. Tutto si giocava sempre nel fuoricampo della seduzione. Ora la seduzione cede il campo al disvelamento. Il dualismo, fulcro dell’etica di John Woo, diventa immagine di un’equiprobabilità morale che nell’attrazione dell’identico annulla sé stessa. Diventare un altro. Ossia: Woo che continua a fare il cinema di John Woo dall’interno delle regole blindate di Hollywood. Da questo punto di vista Face/Off è una sublime dichiarazione di impotenza. (…) Straordinario cortocircuito etico dunque, prima ancora che cinematografico, che da solo vale a redimere tutto Face/Off, nonostante il regista si ritrovi nella medesima posizione di Nicolas Cage e John Travolta. Anche lui infatti vede sé stesso allo specchio nei panni di un altro: la versione hollywoodiana di John Woo che tenta di continuare a essere identico a sé stesso ( e che nel suo sistema di valori significa soprattutto restare fedele ai propri). E con quest’altro Woo, il regista di The Killer ha appena iniziato a fare i conti” (Giona A. Nazzaro).
In questo senso Face/Off è autoriflessivo, una occasione di analizzare e rimettere in causa la propria iconografia e i propri codici  attraverso un conflitto tra bene e male, tra cui Woo trova una terza via di esistenza nel sistema hollywoodiano (“saper perdere la faccia con stile”, ha commentato Roberto Silvestri su Il Manifesto, 11 ottobre 1997).

 

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