John Woo – Capitolo 3.1


New One Armed SwordsmanCapitolo 3.1:

I maestri – Chang Cheh

 

John Woo ha sempre dichiarato apertamente il contributo che alcuni registi, orientali e occidentali, hanno dato al suo stile, da Truffaut a Kurosawa, da Sergio Leone a Sam Peckinpah. Ma sono stati soprattutto Chang Cheh e Jean Pierre Melville che più hanno influenzato la costruzione dei personaggi in alcuni suoi film e i temi trattati nelle sue storie.

Chang Cheh

Chang Cheh, o Zang Che a seconda della traslitterazione, è stato una delle figure portanti del cinema di arti marziali.
All’inizio degli anni settanta Woo si ritrovò a lavorare alla Shaw Brothers (all’epoca la più grande casa di produzione nell’isola), in qualità di aiuto regista (Water Margin 1971, Boxer from Shantung e Four Riders 1972, Blood Brothers 1973), e proprio a quel periodo risale il suo incontro con Chang Cheh. Durante il suo apprendistato con il grande regista, Woo ha modo di lavorare soprattutto sul montaggio, sul missaggio e sulla postproduzione e imparando molto sulla regia delle scene d’azione.

Quello che ho imparato da Chang Cheh (di John Woo)

Per capire quanto il cinema di Chang Cheh sia stato rivoluzionario, bisogna innanzitutto pensare alla situazione di Hong Kong nel dopoguerra.
Negli anni Cinquanta la Cina quanto la colonia britannica attraversavano un periodo difficile, e la maggior parte della popolazione viveva in uno stato di miseria al limite della sopravvivenza. Il pubblico che frequentava le sale cinematografiche aveva quindi bisogno di confortarsi. Amava essenzialmente i film drammatici e romanzi impossibili dove i protagonisti uscivano da situazioni in apparenza disperate.
Al cuore di queste storie la donna aveva, la maggior parte delle volte, un ruolo principale. Questo dominio delle attrici sul cinema dell’epoca, particolarmente nei film mandarini, è durato fino alla fine degli anni Sessanta. Le ragioni: queste star avevano segni distintivi molto forti, erano spesso commedianti d’eccezione e, contrariamente alle attrici di oggi, sapevano ugualmente attorniarsi da un’aura di mistero. E’ in questo contesto che Chang Cheh ha realizzato i suoi primi grandi film di cappa e spada. Portando alla ribalta sulla scena l’eroe cinese classico, è stato il primo a mettere veramente l’accento sui personaggi maschili. Il suo stile di regia era totalmente innovativo ed è rapidamente diventato il cineasta più celebre di Hong Kong. In quel periodo i fratelli Shaw, per i quali lavorava, avevano la più grande casa di produzione della città e avevano un potere quasi assoluto su tutta l’industria cinematografica.
A parte i film dell’autore di Boxer from Shantung popolare film del 1972 di Chang Cheh e quelli di Li Hanxiang, la compagnia produceva generalmente opere molto mediocri. Per quelli della mia generazione i film di Chang Cheh furono soprattutto una formidabile rivelazione. Soprattutto perché in termini di film di sciabole il nostro solo referente erano stati fino a quel momento i film giapponesi, in particolare quelli di Kurosawa, di un livello ampiamente superiore alle nostre produzioni made in Hong Kong. L’apparizione del cinema di Chang Cheh mi ha personalmente sconvolto, sognavo di incontrarlo, di imparare accanto a li. Ma è nel 1971 – dopo aver lavorato come sceneggiatore alla Cathay, la compagnia concorrente della Shaw, che chiuse nel 1970 – che ebbi la possibilità – grazie a un amico, Chu Kong Tsien, uno sceneggiatore che era stato suo assistente – di conoscerlo personalmente.
Sin dal nostro primo incontro fui molto impressionato dall’uomo. Era un vero gentleman, sempre molto elegante, e soprattutto era un intellettuale, l’incarnazione contemporanea dei vecchi letterati cinesi – tra l’altro pochi sanno che è un vero maestro calligrafo. La cosa più spiazzante in fin dei conti, è che la sua personalità rassomigliava tanto da trarre in inganno, a quella dei personaggi dei suoi film: uno spirito cavalleresco sempre attaccato ai concetti di onore e lealtà.
Mi apprezzava molto, come apprezzava d’altronde tutte le persone che, all’epoca, tentavano di smuovere le cose. Divenni allora uno dei suoi assistenti. Lavoravo principalmente alla postproduzione, al montaggio e al missaggio. Per questo avevo rarissime occasioni di andare a vederlo girare. Sul set perdeva spesso il suo sangue freddo, e i suoi scatti d’ira erano temuti da tutti. Se effettivamente metteva spesso la sua equipe con le spalle al muro, è perché la sua regia stessa era molto diversa da quella degli altri cineasti della Shaw Brothers, in particolare per le scene d’azione, sulle quali era molto esigente.
E’ innegabile che lavorasse molto di più rispetto agli altri registi dell’epoca, sempre ingabbiati nel loro tran tran.
Il suo desiderio di innovazione era fortemente percettibile a tutti i livelli: nel suo amore per i movimenti di macchina, innanzitutto, perché girava sempre un’azione da diverse angolazioni; nell’uso del ralenti, che non era mai stato spinto così lontano; ma anche nella concezione dei costumi e delle scenografie, che controllava personalmente.
Si è spesso meditato sul gran numero di film che ha girato. Personalmente, ci tengo a dire che non ho mai visto nessuno dei suoi film realizzati per qualcuno al di fuori di sé stesso.
E’ vero però che nel corso degli anni si è formata attorno a lui una vera famiglia di tecnici, un gruppo molto affiatato che lo conosce bene: i suoi coreografi, i suoi assistenti come Wu Ma o i suoi attori, come David Chiang, che sapeva sempre in quale direzione muoversi, a volte persino prima che glielo si chiedesse.
Chang Cheh ha anche rivelato tutta una generazione di attori incomparabili. Aveva una sorta di sesto senso per scoprire in un debuttante la tempra eroica che avrebbe fatto vibrare il pubblico. Fu il caso, ad esempio, di David Chiang, che amava molto e che considerava il James Dean cinese. Quando reclutava un nuovo attore, gli chiedeva di dare una dimostrazione delle sue qualità fisiche. Quello che cercava soprattutto erano la freschezza e un’energia fuori dal comune, il cui simbolo resta Fu Sheng, che era per eccellenza l’attore dell’energia.
Teneva molto anche a che alcuni dei suoi interpreti corrispondessero fisicamente all’immagine tradizionale dell’eroe cinese: è il caso di attori come Ti Lung o Chen Kuan Tai.
Orientando le sue storie sull’amicizia assoluta tra i suoi eroi, Chang Cheh ha spesso relegato i personaggi femminili in ruoli di secondo piano. Spesso si è pensato che avessimo la stessa opinione sul ruolo della donna al cinema, ma non è esatto. Se in film come Hard Boiled, centrato innanzitutto sull’amicizia tra due poliziotti, ho seguito lo stesso cammino, mi è capitato anche di non avere potuto sviluppare i personaggi femminili come avrei voluto. Penso in particolare a The Killer: all’inizio era la storia di un triangolo amoroso che si è biforcato perché non sono riuscito a ottenere dall’attrice principale ciò che mi aspettavo.

Nei primi film di Woo, The Young Dragons, The Dragon Tamers e Hand of Death, si sente l’influenza del maestro.
Montaggio analitico molto frammentato, zoom e realismo ossessivo sono alcune delle prerogative stilistiche di Chang Cheh e un utilizzo del ralenti che non serve a far vedere meglio, ma sottolinea quello che si sa già, come nel ralenti sui corpi feriti, ha spesso un effetto di ridondanza.
Con Last Hurrah for Chivalry, Woo porta l’estetica di Chang Cheh al suo punto d’arrivo. Uso dello zoom, anche se molto più parco rispetto al maestro, ralenti associato ai piani sequenza e totali per riprendere l’azione nella sua evidenza, improvvisi guizzi di montaggio per offrire punti di vista insoliti.
I temi poi sono crepuscolari, sulla fine del mondo cavalleresco e l’eroe è contraddistinto da una forte componente misogina. Eroi solitari in cerca di vendetta, amicizia maschile come legame più forte dell’amore eterosessuale. Il topos dell’eroe che continua a combattere nonostante le mortali ferite subite.
Il suo periodo di apprendistato con Chang Cheh, e il suo debito verso il maestro, Woo lo racconta in queste dichiarazioni, apparse su Le Cinéphage, n.13 (1993)

Traspare anche in il rammarico di Woo, per il mancato riconoscimento a Chang Cheh dell’importanza avuta nel rinnovamento e nella sperimentazione del linguaggio cinematografico e delle influenze che questo ha avuto anche al di fuori del cinema di genere, dovuto questo alla tipica mentalità hongkonghese che vede il cinema unicamente come prodotto di consumo.

Ciò che mi ha rivelato il cinema di Chang Cheh è un certo spirito: quello degli autentici uomini cinesi, guidati da un ideale cavalleresco.
Uno spirito che ho sempre voluto ricreare attraverso i personaggi interpretati da Chow Yun Fat in A Better Tomorrow o in The Killer. Questa influenza non è presente solo nelle scene d’azione, anche se la maniera in cui le coreografo è simile a quella dell’autore di The New One-Armed Swordsman (film di Chang Cheh del 1971), Ma anche nei momenti che precedono direttamente l’azione, dove riprendo alcune attitudini fisiche degli eroi di Chang Cheh. Un esempio che mi viene in mente è in Hard Boiled: quando all’inizio del film, Chow Yun Fat arriva alla casa da tè, e cammina tenendo in mano una gabbia per uccelli. Quando avanza così, al ralenty, è come Ti Lung in Vengeance (del 1970). In questo film Ti Lung viene ucciso in una casa da tè dove l’aspettano decine di killer nascosti, e lui avanza verso la sua morte, al ralenty, tenendo anche lei in mano una gabbia per uccelli.
Se ho certamente ereditato molti elementi anche simbolici dal cinema di Chang Cheh, non sono però un caso unico. Ai tempi del suo massimo successo, tutti i giovani registi che iniziavano allora nel cinema di arti marziali cercavano di copiare il suo stile, di filmare nella stessa maniera le azioni, dato che nessuno prima di lui aveva osato andare così oltre quando si trattava di mettere in scena episodi truculenti in un film, momenti che facevano trepidare dall’eccitazione il pubblico di allora. Era soprattutto il pubblico giovane e la nuova generazione di critici che lo adoravano. Ma col passare degli anni è caduto un po’ nell’oblio. E’ per questo che nel 1989, tutte le persone che avevano lavorato con lui si sono riunite per realizzare un film, Just Heroes, i cui profitti gli avrebbero permesso di avere una pensione tranquilla, di riposare e di consacrarsi tranquillamente alla scrittura. Ho partecipato anch’io alla realizzazione del film con Wu Ma, David Chiang, Danny Lee e tutti i suoi vecchi assistenti. Il budget era molto limitato, e il film ha incassato una bella somma. Ma una volta di più Chang Cheh ci ha sorpresi. Nel momento in cui gli abbiamo dato i soldi si è quasi arrabbiato perché non ci teneva assolutamente ad andare in pensione. Così ha dato i soldi a degli studenti di cinema che ne avevano bisogno, poi è partito per la Cina dove continua ancora oggi a girare film di cappa e spada!
Sebbene a Hong Kong oggi si trovi il suo stile sorpassato, in Cina, dove alcuni dei suoi film non sono mai stati visti, è diventato molto popolare.
In questo rifiuto di abbandonare il cinema, Chang Cheh, sebbene sia vecchio, malato e quasi totalmente sordo, ci ha dato ancora una grande lezione: i soldi non hanno nessuna importanza.
Sfortunatamente oggi, eccetto la gente direttamente legata all’industria cinematografica, il grande pubblico e la gioventù di Hong Kong ignorano persino il suo nome. E’ inammissibile pensare che non si rispettino più i film e i maestri del passato, ma tutto ciò corrisponde alla fin fine alla mentalità che regna laggiù. Il cinema è diventato l’equivalente di un hamburger: ingurgitato velocemente e altrettanto velocemente dimenticato. Il rispetto degli anziani è un concetto che non esiste più. Ed è un bene sottolineare che il governo non farà nulla per incoraggiare i giovani ad andare a vedere le retrospettive dove riscoprire il loro patrimonio cinematografico. Oggi il cinema di Hong Kong è orfano, è un bambino abbandonato che sopravvive a stento con i propri mezzi. L’ossessione delle novità che prevale in Asia ha ucciso tutte le cose buone del passato. E’ una vera tragedia; e per questo è un bene che si riveda. Che si apprenda e che si rispetti il cinema di Chang Cheh…

(Le Cinéphage, n.13, 1993)

 

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