John Woo – Capitolo 3.2


Le SamouraiCapitolo 3.2:

I maestri – J.P. Melville

 

The Killer nasce come omaggio dichiarato al personaggio di Frank Costello (in originale Jeff) faccia d’angelo di Jean Pierre Melville, interpretato da Alain Delon.
E il Jeffrey di The Killer interpretato da Chow Yun-fat, attore che è stato investito nei film di Woo della ossessione morale del regista, indossa nella prima scena una sciarpa bianca simile che inevitabilmente si sporcherà di sangue innocente e sarà il simbolo della redenzione morale del killer. Jeffrey metterà questa sciarpa sugli occhi di Jenny dopo averla ferita accidentalmente, e la rivedrà a casa della ragazza ancora macchiata di sangue.
La Parigi notturna, lastricata di umidi pavé che riflettono la luce artificiale dei lampioni diventa una Hong Kong, moderna ma fuori dal tempo, una sorta di non luogo sospeso quasi in una dimensione onirica e parallela, sfondo ideale per un noir metropolitano, creato grazie alla fotografia che avvolge tutto in una luce soffusa blu e irreale. L’utilizzo delle luci in funzione antinaturalistica crea una linea di demarcazione e di inconciliabilità tra la realtà e la dimensione in cui si muove un eroe, prigioniero di un codice morale anacronistico che lo porterà all’autodistruzione.
Jeff e Jeffrey vivono una lacerante contraddizione etica, angustiati da un desiderio di pace che non riescono mai a soddisfare.
Il personaggio melvilliano concede addirittura il cavalleresco privilegio della prima mossa alla vittima, esplicitando la visione romantica del killer così come lo vede il regista francese, uomini dalle qualità in via di estinzione, che non possono avere un futuro, ma vanno incontro, consapevoli, al loro tragico destino.
Nel film di Woo si apre una differente linea narrativa nel confronto tra Jeffrey e il poliziotto Lee. Mentre in Melville il rapporto tra assassino e polizia è del tutto freddo, nasce tra Lee e Jeff un sentimento di rispetto e amicizia. Questa anomala amicizia fa da contraltare al rapporto tra il killer e il suo amico e intermediario Sidney e fa passare quasi in secondo piano il rapporto con la cantante del night Jenny. Rapporti che invece nel noir melvilliano non trovano quasi mai sfogo se si eccettua l’episodio in cui la pianista del night riconosce Costello ma non lo denuncia alla polizia. Woo riprende questo episodio in maniera differente nel prologo del suo film. Mentre Jenny non può riconoscere il killer perché la sua vista è stata danneggiata, Valérie, la pianista di colore del film di Melville decide di non tradire Costello.
In Melville il ritmo è lento, quasi catatonico, specchio dello stato d’animo del protagonista, mentre in Woo cruente e improvvise accelerazioni spezzano il ritmo lento delle parti melodrammatiche.
In Melville domina il concetto di solitudine senza tempo, Costello è un esecutore glaciale e silenzioso, ogni suo gesto è rituale e calcolato, ma non è privo di affetti, e saranno proprio gli affetti a provocarne la morte. Jeanne è la sua donna, disposta a tutto pur di non tradire il suo uomo. Valérie è la cantante del night che non lo tradisce con la polizia. Ma ogni rapporto tra i personaggi è privo di referenti socio ambientali, i personaggi si muovono in una dimensione astratta, antirealistica.
L’assenza di riferimenti spazio temporali sviluppano il plot in una dimensione onirica estranea alla tradizione del poliziesco classico. Nessuno conosce la vera natura di Costello tranne Jeanne e Valérie, mentre in Woo, il poliziotto Lee comincia a conoscere il suo avversario identificandosi con lui, fino ad arrivare ad una sovrapposizione per capire le sue azioni sovrapponendo il suo sguardo, come nella sequenza in cui ripercorre mentalmente le azioni di Jeffrey, dopo la sparatoria a casa del killer. Lee è seduto sulla sedia di Jeffrey e ne ripercorre i movimenti, capisce la sua natura e nonostante siano avversari, lo rispetta.
Entrambi i registi, Woo e Melville, giocano con le direzioni degli sguardi dei personaggi, con gli spazi.
Lo stesso Woo precisa quali siano state le influenze del regista francese sul suo stile e sul suo modo di costruire i personaggi su questo articolo apparso su Cahiers du Cinéma, n.507, del novembre 1996.

Lo stile Melville (di John Woo)

La dualità dell’animo umano è uno dei temi maggiori dei film di Melville, tema che torna spesso anche nei miei film. I personaggi di Melville si trovano sempre tra il bene e il male, e anche i più negativi hanno qualcosa di buono. […] Ho scoperto Melville con Frank Costello, Faccia d’Angelo, all’inizio degli anni ’70, quando uscì nel circuito commerciale. E’ il film che ha fatto di Alain Delon una star in Asia. Per me fu uno choc. Ero veramente scosso dalla novità del suo stile, della sua tecnica molto trattenuta. Melville mi ha dato l’impressione di un gentleman: il suo modo di raccontare una storia sempre così “cool”, placido, impresso di filosofia…
Le Samourai è uno dei film stranieri che più ha influenzato il cinema di Hong Kong, soprattutto quello della nuova generazione. […] Dopo Le Samourai abbiamo scoperto un nuovo concetto di eleganza e di stile. […]
I film di Melville fanno sempre riflettere, ma con un carico emozionale fortissimo e allo stesso tempo estremamente discreto. Nei miei film, quando voglio mettere l’accento su qualcosa, sono spesso ricorso a un gran numero di carrellate e primissimi piani per sostenere l’emozione. In Melville, la camera è piuttosto fissa e lascia gli attori esprimersi pienamente. Il pubblico reagisce a questo in maniera molto più cerebrale. C’è in lui una grande sottigliezza soprattutto nel modo di combinare il cinema di genere con una filosofia di matrice profondamente orientale. E’ senza dubbio per questo che mi sono sentito immediatamente vicino ai suoi film. I suoi personaggi non sono tipicamente degli eroi. Funzionano seguendo una sorta di codice d’onore vicino alla cavalleria…
Negli anni ’60 e ’70 ero molto influenzato dall’esistenzialismo. E ritrovavo nei personaggi di Melville una vena esistenzialista. Uomini sempre in una sorta di ricerca interiore. Amo questa solitudine, come in Le Cercle Rouge (I Senza Nome, 1970) dove Yves Montand fa la parte di un vecchio poliziotto divenuto alcolista che nessuno comprende realmente. E’ qualcosa che si ritrova anche nella tragedia greca. Tutte queste cose hanno profondamente influito sui miei film. I miei personaggi sono spesso delle figure solitarie, tragiche, con un appuntamento con la morte…
Hard Boiled, A Better Tomorrow, Bullet in the Head, e soprattutto The Killer sono stati profondamente influenzati da Melville. Soprattutto nell’approccio ai personaggi. Ciò che ho preso più da Melville è la sua maniera di mettere in scena l’azione, di far durare le sequenze prima che l’azione esploda. Come nella scena del ponte in Le Samourai, questo sentimento di pericolo che aleggia sempre nelle scene. Nel mio primo film, The Young Dragons, un kung fu classico, avevo già tentato di utilizzare le tecniche di Melville. In seguito ho voluto imitare un po’ il suo stile, ma negli studios si opponevano: volevano che girassi delle commedie e basta. Quando ho finalmente girato A Better Tomorrow, mi sono potuto avvicinare un po’ di più al suo stile. Il personaggio di Chow Yun Fat, la sua andatura, i suoi abiti, erano molto ispirati a Le Samourai. Gli feci portare un impermeabile: all’epoca non si usavano affatto a Hong Kong! C’è una scena di un regolamento di conti in un ristorante, chiaramente ispirata dalla scena del night club di Le Samourai giusto prima che Costello venga ucciso. La prima scena del night club invece, dove si vede Delon incontrare la cantante per la prima volta, è la matrice della sequenza d’apertura di The Killer. E’ una cosa che non si vedeva spesso a quel tempo nel cinema di Hong Kong. Al mio arrivo negli Stati Uniti, sono stato molto contento di scoprire che molti giovani cinefili conoscevano Melville.

I Senza Nome è senza dubbio il film di Melville che mi ha impressionato maggiormente dopo Le Samourai. Cerco di girarne un remake da sette o otto anni. Già a Hong Kong avevo questo progetto ma il budget era troppo importante. Penso di poterlo fare in un futuro prossimo. In questo film l’utilizzo di uno scenario naturale è straordinario, molto differente da Le Samourai. Ma sono soprattutto i personaggi che mi hanno colpito: siamo in piena mitologia cinese. Il sacrificio finale di Montand è nella grande tradizione del medioevo cinese. In apparenza la sua è una deriva, ma spiritualmente è salvo. Si ritrova tutto questo in Hard Boiled: c’è, evidentemente, in questo film una citazione da I Senza Nome, nella scena dell’ospedale con la palla…
Il mio trattamento dell’azione e dello spazio è nonostante tutto molto differente da quello di Melville. Forse troppo passionale e senza dubbio ancora un po’ troppo giovane. I miei film sono ancora molto frastagliati, montati. E’ una cosa che mi viene da Scorsese. In realtà ho tentato di combinarli insieme Scorsese e Melville. […] Il mio film più Melvilliano è senza dubbio The Killer.
Questo ritorno a Melville oggi è dovuto forse al fatto che spesso sia citato da persone come me o Tarantino. Penso che questo abbia permesso alle nuove generazioni di riscoprire i suoi film. Spero davvero di girarlo questo remake de I Senza Nome, negli Stati Uniti o in Europa, non importa dove…

 

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