John Woo – Capitolo 4.3


Broken ArrowCapitolo 4.3:

Da Hong Kong a Hollywood – Americani

 

Il primo film hollywoodiano di Woo, Hard Target, è un’opera troppo interlocutoria, troppo al servizio di un personaggio debole, interpretato da Jean Claude Van Damme, e soprattutto, per la prima volta orfana dell’epicità legata alla messa in scena di amicizie indissolubili e dei temi solitamente cari al regista cantonese.
Se Chow Yun Fat ha incarnato tante volte le ossessioni morali di John Woo, il personaggio di Chance interpretato da Van Damme, con queste ossessioni ci può al massimo giocare. E di certo la dimensione morale dei personaggi di Broken Arrow non arriva a quella epica di A Better Tomorrow o The Killer.
Questo succede in primo luogo per le mutate condizioni produttive che devono tenere conto che il film si rivolge al gusto di un pubblico occidentale.
Broken Arrow è ancora più distante da ciò che ci si aspetterebbe dopo aver conosciuto i film hongkonghesi; nessuna dicotomia reale tra bene e male, solo una sfida personale tra due personaggi, Deakins e Hale, che si sviluppa a folle velocità sullo sfondo della Monument Valley. E’ totalmente assente in Broken Arrow quel rapporto tra i personaggi che accomunava invece Bullet in the Head, The Killer, A Better Tomorrow, e anche un film atipico come Once a Thief. L’amicizia virile, il tradimento di questa amicizia che provoca la vendetta, proietta personaggi come Mark Gor o Jeffrey nella dimensione mitica degli eroi, attraverso la violenza, il sacrificio e la morte.
La violenza di Vic Deakins è folle e autocompiaciuta dimostrazione delle proprie capacità strategiche. Rimane il balletto, la coreografia, la velocità delle scene d’azione, ma tutto questo, non essendo più al servizio di un ideale di giustizia, toglie una dimensione al film.
Discorso completamente diverso vale invece per Face/Off. Quando la sceneggiatura di Face/Off gli era stata proposta per la prima volta, Woo l’aveva rifiutata, ma quando gli è stata riproposta dal produttore Michael Douglas ripulita di tutti gli orpelli futuribili, Woo ha trovato elementi di interesse nella storia.
Tanto per iniziare Face/Off segna il ritorno a quegli spazi impersonali e senza storia più simili ai film hongkonghesi, mentre Hard Target era ambientato a New Orleans e Broken Arrow nella Monument Valley. Lo spazio è solo un teatro di posa dove si svolge un conflitto duale tra i protagonisti.
Avendo modo di lavorare sulla dicotomia bene/male, in modo diverso dalle pellicole hongkonghesi, ma in modo più approfondito rispetto alle precedenti hollywoodiane, Woo è riuscito a dare una dimensione più profonda ai personaggi.
Face/Off è la storia di un uomo che non può più vivere, ossessionato dalla morte del figlio. Il personaggio interpretato da Travolta come quello di Ti Lung in A Better Tomorrow e il killer interpretato da Chow Yun Fat nel film omonimo. Personaggi internamente combattuti, votati al sacrificio, che nel caso dell’agente Sean Archer, è il sacrificio della propria vita privata, dei propri affetti, per catturare l’assassino di suo figlio. Il soggetto di Face/Off, per quanto a tratti assurdo, o meglio, pretestuoso, è “un vero e proprio precipitato della metafisica eroica del regista”. Giona A. Nazzaro nella sua analisi (Cineforum n. 368) rivela come “Face /Off abbandona subito la causa dell’eroe per abbracciare quella del malvagio. Tutto il film è visto attraverso la rifrazione di una personalità multipla. Castor Troy veste il corpo di Archer e questi quello del suo arcinemico. La presenza di Troy, all’interno del percorso diegetico è doppia. Da una parte della storia agisce la sua personalità, dall’altra il suo corpo. (…) La redenzione di Sean Archer avviene attraverso la via crucis del male. L’agente antiterrorismo scompare tra le maglie del racconto per lasciare spazio al dramma di Troy.
E’ evidente che l’abilità machiavellica del regista consiste nel trasferire l’investimento emozionale del pubblico in una zona franca dove crollano miseramente i recinti dell’identificazione univoca degli attori di questo dramma dell’identità. Se dunque da un lato Woo cede il passo a Hollywood, che quindi, dopo le sue difficoltà iniziali, gli permette di fare finalmente il suo cinema, dall’altro ne ribalta completamente le caratteristiche morali, investendo delle prerogative della sua poetica l’antagonista dell’eroe. Non è uno spostamento da poco: si tratta di una vera e propria rivoluzione copernicana all’interno del sistema di Woo. Perché se da un lato i confini tra bene e male nei film hongkonghesi erano estremamente problematici, era altrettanto vero che l’eroe viveva l’esperienza del male esclusivamente come affronto e torto subito. La sua integrità morale poteva uscirne soltanto rafforzata. Ma siccome le modalità formali attraverso le quali si attuava questo processo hanno subito interferenze tali da risultare ineluttabilmente compromesse, ecco che Woo, per salvare il suo film, si sposta armi e bagagli nel campo degli altri. Cambia radicalmente prospettiva al suo cinema e ironicamente basta cambiare la faccia al cattivo. Ma non si tratta di un processo indolore. Il film soffre fisicamente di questo spostamento. Face/Off è il cinema di John Woo virato in negativo. Un sistema etico capovolto per mascherare la sostanziale identità a sé stesso. Face/Off dunque è un film sulla poetica e della fatica della mimesi come strategia della sopravvivenza. Non a caso Troy sfregia il volto di Archer alla resa dei conti: nulla sarà più come prima”.
Il male è sostanziale alla vita dell’eroe, ma questo, per esistere non può fare a meno di riflettersi in ciò che lo nega.
Gli eroi di John Woo hanno spesso incarnato qualità in via di estinzione e la morte è stata il loro unico tragico destino. Face/Off incarna tutto il cinema di John Woo che va incontro al mortale sacrificio della logica hollywoodiana per redimersi ed affrancasi, pur non essendo più sé stesso.
Nella scena in cui Archer e Troy si trovano ai lati opposti di uno specchio e vedono la propria immagine riflessa, sparano contro la propria immagine. Non hanno soltanto la faccia del proprio nemico, hanno hanche acquisito una parte dell’altro. Nella scena della prigione Archer, con la faccia di Troy (cioè Nicholas Cage) deve ottenere delle informazioni dal fratello di Troy, Pollux. La scena è girata con due macchine da presa da angolazioni diverse, la prima mostra Archer che interpreta Troy e guarda Pollux come suo fratello, la seconda mostra Archer che girato dall’altra parte torna ad essere sé stesso, e la combinazione dei due angoli di ripresa in montaggio mostra la coesistenza di due diversi personaggi in un solo uomo. La stessa cosa avviene in mdo molto meno evidente nella scena finale. Questa volta Archer ha il suo vero volto, quello di John Travolta e c’è un controcampo a 180°, che suggerisce che il nuovo Sean Archer ha due volti differenti, avendo preso una parte di Castor Troy (oltre ad avere adottato suo figlio).
I proiettili che nella scena dello specchio, Troy e Archer sparano contro la propria immagine, John Woo li spara in realtà contro sé stesso. O meglio, contro la propria immagine, doppia, di sé stesso che è costretto ad accettare compromessi, di sé stesso che fa a pezzi il proprio cinema.

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