Johnnie To Kei-Fung – Capitolo 2


Capitolo 2:

Esordi Noir

The Big Heat (1988) è il primo poliziesco diretto da Johnnie To ed è frutto della collaborazione tra Gordon Chan, che firma la sceneggiatura, Tsui Hark, nelle vesti di produttore, e lo stesso To subentrato in un secondo momento al posto di Andrew Kam, di cui Tsui Hark era insoddisfatto. E’ infatti al carismatico produttore-regista che si attribuisce la paternità della pellicola, ed ebbe effettivamente l’ultima parola su tutte le fasi del lavoro.
Violento e selvaggio, il film si sviluppa sui modelli di A Better Tomorrow (1986) di John Woo e City on Fire (1987) di Ringo Lam, sottraendo da Woo le iperboli eroico-sentimentali e da entrambi le situazioni umoristiche (in cui Chow Yun-fat gigioneggia con maestria), sbilanciandosi quindi verso lo stile più asciutto di Lam. Tsui Hark, di suo, infonde velocità ed immediatezza all’azione (secondo i dettami della casa di produzione Cinema City e della stessa Film Workshop da lui fondata) e aggiunge alcune scene estremamente gore, dettagli di una violenza raccapricciante, che costituiscono la vera novità nel panorama del poliziesco di Hong Kong.
I titoli di testa interpolati da immagini di mezzi militari e poliziotti in tenuta da combattimento ci introducono solennemente agli ambienti del police procedural movie e l’azzeccatissimo leit motif sfuma nell’incipit: tre inquadrature ci mostrano in primo piano un trapano, un palmo di una mano perforato dal trapano, il dorso della mano trapassato. L’immagine si rivela essere un incubo dell’ispettore John Wong che si sveglia turbato nella sua macchina, si guarda la mano e ascolta la radio della centrale che informa le pattuglie di una rapina con ostaggio.
Teo vede nelle immagini della mano trapanata un richiamo ai titoli di testa di M (1931) di Fritz Lang, in cui la lettera M è incisa sul palmo di una mano come un marchio, una “punizione arcaica”50, e interpreta la violenza cruda e grottesca di The Big Heat come una riformulazione postmoderna dell’omonimo classico di Lang in cui, invece, la violenza risiede tra la “placida superficie e le nascoste strutture di corruzione.”51
Più contestualmente, l’impiego insistito di scene violente e dettagli raccapriccianti è caratteristica di altri polizieschi del periodo, per esempio Robocop (1987) di Paul Verhoeven e Vivere e Morire a L.A. (1989) di William Friedkin52 e rievoca il feroce e politicamente scorrettissimo incipit del terzo film di Tsui Hark, Dangerous Encounter – 1st Kind (1980)53.

Poco dopo scopriamo che l’ispettore Wong è affetto da momentanee paralisi nervose alla mano destra che pregiudicano le sue capacità balistiche. Così l’incipit onirico è metafora dell’infermità del protagonista e concretizzazione della consapevolezza di morte (secondo Teo una manifestazione della “Destiny-machine”54) che prende corpo nel corso del film. Angustiato dal cruccio morale, o meglio deontologico (potrà svolgere efficientemente il suo lavoro con tale patologia?), deciderà di accettare il proverbiale “ultimo caso” prima del ritiro per indagare sull’omicidio del suo ex partner, poliziotto infiltrato nell’ambiente della criminalità organizzata. Con l’aiuto di tre colleghi, l’irascibile Kam, il novellino Hun e il malese Ong spedito a Hong Kong dal suo paese, cercherà di sgominare il traffico di cocaina gestito dal boss delle Triadi, Ching Han. Il plot apre fugacemente al tema della coppia, della relazione uomo-donna, che viene affrontato convenzionalmente e funzionalmente alla storia (al genere): l’ispettore è in procinto di sposarsi ma rimanda il matrimonio per risolvere il caso provocando la crisi del rapporto e l’amarezza della sua ragazza che verrà assassinata dalla malavita nel tentativo di aiutare John a smascherare il traffico di droga. Il personaggio acquista spessore umano, la rabbia e il rancore aumentano, la catarsi sarà adeguata.
Successivamente le problematiche del rapporto di coppia avranno nel cinema di To scopi diversi e differenziati: serviranno a riconcepire il noir in Loving You, ad incrementare il pathos nella parabola epica di A Hero Never Dies e a riflettere sul ruolo dell’eroe e il suo “machismo” in Where a Good Man Goes (1999). La dimensione della squadra, del gruppo unito e cooperante, è ancora convenzione di genere ed elemento fondante del police procedural movie e sarà sviluppato da To come tema centrale di altri suoi film in rapporto al codice etico e ai disegni del Fato che regolano la vita dei personaggi (The Mission, PTU, Exiled). Le tecniche impiegate, flashback ma soprattutto slow-motion, sono stilemi fondamentali dell’action cantonese che To aveva già sperimentato nel suo primo film, Enigmatic Case (dove adotta un tipo di slow-motion, lo step-framing55, che diventerà la cifra stilistica più evidente di Wong Kar-wai), e strumenti al servizio del montaggio costruttivista perfezionato da Ching Siu-tung, Tsui Hark e John Woo. David Bordwell analizza la sparatoria finale, il faccia a faccia tra l’eroe e l’ufficiale corrotto, e ne sottolinea l’esemplarità nell’impiego della slow-motion che dilata gli attimi di suspense e al contempo produce significato: l’ispettore deve sparare all’ufficiale ma la sua mano è paralizzata; quindi con la catena d’oro che porta al collo (a cui è appesa una croce cristiana a ciondolo, un ricordo della sua fidanzata uccisa dai gangster) aggancia il grilletto della pistola e fa fuoco sull’avversario, il proiettile colpisce il fucile del villain che viene dilaniato orribilmente dall’esplosione dell’arma. La catena si spezza e viene ripresa in primo piano, a ralenti, mentre si libra in aria. Nell’inquadratura successiva vediamo il corpo sbrindellato dell’ufficiale rovinare a terra, immagine che sostituisce visivamente la caduta del crocifisso (che non vedremo più). (clip: http://www.youtube.com/watch?v=TjhxVQFBjAQ). La slow-motion – che rientra nell’ampia “strategia di amplificazione espressiva” dei film di Hong Kong – prolunga la suspense e crea un interessante parallelo, una “stimolante metafora: la piccola croce della donna assassinata fluttua nella notte, ma l’uomo cade a terra morto stecchito” (il concetto è valorizzato dal tema musicale malinconico che nel corso del film accompagna i momenti “di coppia‟). Il cinema di Hong Kong da ai più piccoli gesti e oggetti un significato cinetico.”56

Concepito personalmente dal regista e senza ingerenze esterne, Loving You (1995) segna la prima tappa importante del percorso di To nel noir, è l’anticamera dell‟indipendenza produttiva (l’anno dopo verrà costituita la Milkyway Image) e lo spartiacque del rinnovamento stilistico. Il film è diviso in tre parti e in appena ottanta minuti racconta la storia del capitano di polizia Lau (qui nasce il sodalizio tra To e il suo attore prediletto, il bravissimo Lau Ching-wan) alle prese con un pericoloso narcotrafficante. La prima parte, dopo un incipit al fulmicotone sui tetti di Hong Kong, descrive l’abbrutimento di un poliziotto nei confronti di se stesso e delle persone a lui vicine, moglie e colleghi, attraverso episodi di sgradevole e prosaica umanità: dopo la mancata cattura del trafficante degrada, più per rabbia che per senso del dovere, un suo giovane sottoposto, nega un favore ad un altro collega, relega la moglie all’ultimo posto delle sue preoccupazioni e la tradisce con una donna incontrata la sera in un bar.

L’eroe di To non è più l’uomo – poliziotto o gangster, dentro o fuori dalla legge poco importa – che sacrifica tutto per un’ideale o per un’aderenza ad uno stile di vita; ma è un bravo professionista che però umanamente (come “uomo sociale” e marito) ha fallito, è un poliziotto scorbutico e insensibile ossessionato dal suo lavoro.
Il contrasto tra l’eroismo dimostrato dal protagonista durante il furioso inseguimento e la bassezza della sua condotta sentimentale e sociale, è il mezzo con il quale To “ridisegna ‟eroe entro i termini della generica mascolinità del cinema d’azione”57 e la materia sulla quale il concetto di “violenza mitica” esercita la sua influenza. Quando il narcotrafficante decide di rimuovere ogni ostacolo dalla sua strada, attira Lau in una trappola e gli spara in testa. La pallottola entra ed esce dal cranio senza causare gravi danni al cervello ad eccezione della perdita permanente del gusto e dell’olfatto. La moglie, che precedentemente gli aveva confessato di aspettare un bambino da un altro uomo, si prende l’onere di curarlo e accudirlo durante la riabilitazione. Ecco che “il film diventa uno studio approfondito dell’eroe patologico”58, un dramma psicologico che indaga due solitudini nel rito sofferto di riavvicinamento e la paura, di entrambi, di non essere pienamente accettati. To non si piega alle esigenze dell’action movie e ne inverte le gerarchie subordinando la prima parte – tutta tesa a caratterizzare il protagonista – al vero cuore del film, la crisi spirituale della coppia.
La terza parte torna al ritmo sfrenato dell’azione: il criminale riesce ad evadere e per vendicarsi del poliziotto e ne rapisce la moglie.
In Loving You sono già presenti molte tematiche che caratterizzeranno il cinema noir della Milkyway (il fatalismo, la patologia dell’eroe, il tema del doppio) e forse per la prima volta adotta uno stile che, aderendo ad un “naturalismo” di fondo, è capace di sintetizzare le due anime della New Wave, il formalismo spettacolare e il crudo realismo, reinterpretando il genere con la consapevolezza di star cambiando una pratica ormai divenuta prassi.
Esemplare è la sequenza d’azione, all’inizio del film, descritta e commentata da Pezzotta: “…un ladro e un poliziotto sono aggrappati a una grondaia che si stacca: il ladro atterra sull’edificio di fianco, da cui poi si lascia scivolare a terra lungo un’altra grondaia per fuggire, mentre il poliziotto riesce ad aggrapparsi a un cornicione. In un montaggio comunque altrettanto rapido (anche se la sequenza dura meno), e quale non si troverebbe di certo in un poliziesco realista di Ringo Lam, To tiene a inserire inquadrature in cui entrambi i personaggi stanno cadendo nel vuoto, e da cui chi guarda può ricostruire esattamente la topografia e la dinamica dell’azione.”59 Realismo e spettacolarità non sono mai andati così d‟accordo e il connubio, come spiega mirabilmente Matteo Di Giulio, riguarda insieme forma e contenuto: “Le rapide carrellate, montate in sequenze brevi e alternate, sottolineano la velocità dell’esecuzione e ne riflettono la pericolosità, la durezza, la compattezza. L’irruzione dell’ordinario nello straordinario poliziesco, delle emozioni quotidiane in una cornice inusuale, permette un contrasto dove sentimenti e movimenti vanno di pari passo.”60

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Note:

[50] Stephen Teo, Director in Action: Johnnie To and the Hong Kong Action Film, cit., p. 35. Teo cita Tom Gunning.
[51] Ibidem, p. 37. Teo cita Tom Gunning.
[52] Teo inoltre parla di The Big Heat come un tipico esempio di “genre-mixing” che evoca il film slasher, sottogenere horror. Forse è un po’ eccessivo imparentare il film di To e Tsui Hark con questo filone, anche perché non ne condivide la struttura narrativa, ma di sicuro il new horror americano ha contribuito a creare una sensibilità ruvida incline all’eccesso nel suo aspetto performativo. A questo proposito anche il poliziesco italiano degli anni Settanta potrebbe aver influenzato il gusto dell’epoca.
[53] Dove un primo piano ci mostra la mano della protagonista infilzare uno spillo nel cranio di un topolino bianco.
[54] Stephen Teo, Director in Action: Johnnie To and the Hong Kong Action Film, cit., p. 35.
[55] “[..] affermatasi negli anni Ottanta nel cinema d’azione di Hong Kong, è il famoso ralenti a scatti o step-framing: esso crea una specie di illusione di rallentamento pur conservando la durata reale dell‟azione; essa è infatti bloccata in una serie di freeze frames che si seguono a ritmo più o meno serrato. Tra un istante e l’altro vengono tagliati dei fotogrammi: c’è un salto nella continuità, per cui il movimento è ricostruito dallo spettatore con un’illusione ottica che amplifica quella dei 24 fotogrammi al secondo. Il movimento diventa solo un’impressione, uninferenza, e la dinamica delle cose sfugge […]” Leonardo Gliatta, Wong Kar-wai, Roma, Dino Audino Editore, 2004, p. 16.
[56] David Bordwell, op. cit., pp. 232-35.
[57] Stephen Teo, Director in Action: Johnnie To and the Hong Kong Action Film, cit., p. 54.
[58] Ibidem, p. 54-55.
[59] Ibidem, p. 140.
[60] Matteo Di Giulio, Loving You, 16/02/2008, in http://www.hkx.it (Hong Kong Express).

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