Classifica: il meglio del 2018 in Asia


Ed ecco il 2018 e la sua classifica annuale dei migliori film asiatici.

Cosa abbiamo visto? Dinamiche particolari? Qualcosa ha dato all’occhio? Dove va il cinema in Oriente?

Ha attratto un po’ il nostro sguardo l’Indonesia; La pessima “coppia” di film di Timo Tjahjanto (May the Devil Take You e The Night Comes for Us) si sono fatti notare anche da noi tramite Netflix. Dall’Indonesia arriva anche il sorprendente e imperdibile western metropolitano Marlina the Murderer in Four Acts, il traumatizzante Night Bus e la pazzia produttiva di Suzzanna: Bernapas dalam Kubur.

Cina. Le dinamiche del cinema sono sempre qua; i migliori film d’autore, gli incassi (3 film sono nella top 20 internazionale), ma questa crescita si è portata dietro anche dei flop monumentali, degli errori di produzione spaventosamente rilevanti e diversi caduti memorabili. Il flop durante il “golden week” del blockbuster fantasy Legend of Ancient Sword tratto da un noto videogioco e diretto dal regista “hollywoodiano” Renny Harlin (58 Minuti per Morire – Die Harder (1990)) è giunto del tutto inaspettato. Ma ancora di più lo è stato il monumentale disastro di Asura, il più costoso film della storia del cinema cinese ritirato immediatamente dalle sale e sospeso fino a data da destinarsi per riflettere sulle cause di un tale cataclisma economico. E’ poi uscito l’incomprensibile sequel di Iceman, remake di un classico di Hong Kong degli anni ’80. Già il primo remake era un titolo discutibile. Su questo sequel si è scatenata prima la critica, onde sottolineare macroscopici problemi strutturali e narrativi, come se qualcosa di abnorme non avesse funzionato in produzione. Poi dei commenti in noti blog hanno portato l’attore Donnie Yen a passare alle vie legali onde salvaguardare la propria reputazione in un anno segnato anche dallo scarso successo del pessimo Big Brother.

Nel contesto dei noir rurali cinesi che tanto amiamo e che reputiamo parte del migliore cinema attuale si è visto anche l’interessante film d’animazione “pulp” Have a Nice Day. E’ stato affiancato dal fortunatissimo taiwanese On Happiness Road che hanno segnato tentativi particolari e innovativi per un cinema animato non giapponese.

Il cinema di Hong Kong come lo conoscevamo un tempo sta evaporando, non necessariamente per cause esterne ma anche per via di una autocensura e interessi economici macroscopici. Escono film piccini, talvolta intimi, talvolta durissimi come l’interessante Somewhere Beyond the Mist, talvolta di genere ma profondamente di maniera e quando si alzano i budget il risultato è il più delle volte disastroso.

E’ stato  però l’anno del revival (pessimo) della figura di Wong Fei-hung con il venefico The Unity of Heroes, il buffo Kung Fu League e la ristampa inglese in blu-ray dei primi tre capitoli (più il sesto) della saga di Once Upon a Time in China.

Il Giappone ha regalato alcuni piccoli film memorabili e anche la Corea del Sud si è mossa su un cinema medio tutto sommato robusto, riflesso della vitalità dell’industria. L’India matura sempre di più, produce buon cinema e un film, Thugs of Hindostan, è improvvisamente comparso per poche ore nelle sale italiane. Sempre per pochissimo tempo ha fatto capolino nelle nostre sale anche l’indie giapponese One Cut of the Dead.

La Thailandia, ultimamente tiepidissima, ha però prodotto uno dei migliori film dell’anno.

E’ stato infine l’anno della scomparsa di Ringo Lam e delle mille vicissitudini gossippare delle star cinesi, dalla sospetta “scomparsa” di Fan Bingbing al libro autobiografico di Jackie Chan che ha sconvolto i fans per via delle inaspettate rivelazioni.

Nel momento della stesura non siamo riusciti a vedere ancora Ash is Purest White, Hidden Man e Shoplifters, quindi se mancano, sapete il perché.

I titoli. Come al solito, non in ordine numerico ma mescolati in qualità e paese.

 

-Ghost in the Mountain (Yang Heng, Cina).
Passato a Berlino e per i comuni mortali al Dragon Film Festival di Firenze è IL film-cinema dell’anno. Potenza assoluta e dominante dell’immagine in movimento, suggestioni inedite del fuori campo, e narrazione circolare impossibile, stordente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

-The Scythian Lamb (Daihachi Yoshida, Giappone).
Straordinario oggetto folle del regista di Funuke Show Some Love, You Losers!.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

-Bad Genius (Nattawut Poonpiriya, Thailandia).
Il thriller dell’anno e il film popolare da grande pubblico più suggestivo del 2018.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

-The Blood of Wolves (Kazuya Shiraishi, Giappone).
Cercare di rifare il Fukasaku dei ’70 oggi. Successo! Contiene due delle sequenze più shock dell’anno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Burning (Lee Chang-dong, Corea del Sud).
Lo abbiamo atteso otto anni ma Lee Chang-dong è tornato con un nuovo impalpabile capolavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

-Outrage Coda (Takeshi Kitano, Giappone).
Ignorato dai più, è un film enorme. Le mode vivono anche tra la stampa specializzata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

-An Elephant Sitting Still (Hu Bo, Cina).
Una monumento, una cattedrale al nichilismo e alla disperazione, con un apparato narrativo semplicemente impressionante. Indimenticabile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

-River’s Edge (Isao Yukisada, Giappone).
Piccolissimo, perturbante e meraviglioso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

V.I.P. (Park Hoon-jung, Corea del Sud).
Il nuovo noir di Park Hoon-jung è un furioso massacro ad orologeria, come New World.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Zan (Shinya Tsukamoto, Giappone).
L’ultimo Tsukamoto. Minore ma è sempre Tsukamoto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

-The Third Murder (Hirokazu Kore-eda, Corea del Sud).
Non avendo ancora visto Shoplifter, segnaliamo il precedente film del regista che è ugualmente grande.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E molto, molto graditi:

-Marlina the Murderer in Four Acts (Mouly Surya, ID) E l’indonesia che insegna al mondo a sporcare il western rievocando Peckinpah. 

-The Trough (Nick Cheung, HK) L’action più acido e inspiegabile dell’anno.

-Youth (Feng Xiaogang, CH) Il regista ormai gira come i grandi e il film ha momenti inarrivabili che segnano indelebilmente l’anno.

-Wrath of Silence (Yukun Xin, CH) Robusto noir rurale e sabbioso dal regista del ben più interessante The Coffin in the Mountain.

-Midnight Runners (Jason Kim, KS) Una sceneggiatura articolata che cresce e corre per tutto il film.

-Little Forest (Yim Soon-rye, KS) Un rarissimo oggetto di una delicatezza allarmante. Cinema che ripulisce il cuore. Davvero un piccolo, grande film.

-Tumbbad (Rahi Anil Barve, Anand Gandhi, Adesh Prasad, IN) Uno degli horror dell’anno arriva dall’India e mescola un apparato visivo abbastanza innovativo a metà tra fantasy, horror e altre “spezie”.

-Mon Mon Mon Monster (Giddens Ko, JA) Un film stranissimo che ci è cresciuto dentro.

-Brotherhood of Blades II: The Infernal Battlefield (Lu Yang, CH)  Wuxia old school con grandi momenti. I fans del genere lo ameranno.

-Forgotten (Jang Hang-jun, KS) Thriller/horror con un twist monumentale. Sottovalutato dell’anno.

 

Graditi poi pezzi di altre cose:

La follia di Detective Dee: The Four Heavenly Kings, le invenzioni horror surreali di Vampire Clay, la costruzione della sceneggiatura, seppur dal soggetto banale, di The Witch: Part 1. The Subversion, la scenografia che accompagna il dramma di The Road not Taken.

 

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