Paura asiatica: un horror al femminile?


Il cinema horror americano ci ha abituato nei decenni all’equazione che più l’orrore è visivamente ributtante e mostruoso, più il film è efficace. Un rapporto elementare di causa ed effetto probabilmente figlio delle logiche del cinema classico. In Asia non è andata propriamente e sempre così, e la new wave del genere e il J-horror in particolare dei ’90 ci ha mostrato (per l’ennesima volta e in maniera forse più esplicita rispetto al passato) che il villain di turno, può anche essere donna, bella e perché no, sensuale. D’altronde nel romanzo di Koji Suzuki si parla di Sadako (il fantasma rancoroso della saga di Ring) come di una ragazza molto bella e affascinante in vita e nel film volutamente nulla viene mostrato del suo viso se non un occhio. A sottolineare la differenza di scuole di pensiero basti osservarne il remake americano in cui il volto della ragazza viene rivelato in tutta la propria arbitraria e insensata mostruosità. L’orrore è donna non solo in horror minori ma in vere summe, stereotipi e saghe epocali. In Tomie (tratto dallo splendido manga di Junji Ito) ad esempio, la ragazza di cui il titolo è talmente bella che il proprio carisma spinge gli uomini al suicidio, all’omicidio o allo smembramento della stessa. Dopodiché dai singoli pezzi la ragazza si riproduce in massa e si diffonde come un virus mortale. In Audition di Miike il personaggio di Asami Yamazaki, stereotipo dell’amore puro, assoluto e senza compromessi crea un nuovo modello di figura chiave del genere. Ma la donna e tutto quello che si trascina dietro/dentro, tutto il dramma e il melodramma della propria vita, si palesa nel genere facendolo deflagrare. Disperazione materna in Dark Water di Hideo Nakata,  amore omosessuale nel coreano Memento Mori, amore oltre la vita in Stacy, dramma della malattia in The Wig, ossessione del parto in The Eye 2, incertezza nelle scelte basilari della vita in Bilocation, dramma della disperazione materna in Home Sweet Home, l’angoscia del tempo che passa e della bellezza caduca in Dumplings di Fruit Chan Goh e gli straordinari travagli interiori della protagonista del Perfect Blue di Satoshi Kon. C’è poi un florilegio di piccoli titoli ispirati a più o meno note leggende metropolitane che spesso hanno per protagoniste sempre figure femminee. Hanako, lo spettro della ragazzina che vive nei bagni delle scuole protagonista di Phantom of the Toilet (Toire no Hanako-san) di Joji Matsuoka (1995), la Kuchisake-onna, ovvero la donna dalla bocca squarciata che uccide bambini con delle forbici abnormi protagonista di numerosi film, di cui il più noto è Carved: The Slit-Mouthed Woman (2007) di Kōji Shiraishi, la saga di Hikiko (quasi interamente in video) in cui una ragazzina abusata dai genitori cerca vendetta sull’umanità. E poi un intero universo di prodotti in video la cui punta dell’iceberg sono i titoli della Sushi Typohoon (v. articoli dentro Asian Feast) in cui donne poco vestite sono più efficaci e combattenti dei corrispettivi maschili (Helldriver, Tokyo Gore Police). In quest’ultimo caso la scelta è più legata ad un fenomeno e direzione di marketing attrattivo verso un pubblico maschile, magari già appassionato di certo cinema d’azione al femminile. Il successo internazionale dei primi film del filone ha dato vita ad un fiorire rigoglioso di deliri ultragore e sensuali coerenti nello stile, non sempre nella resa: OneChanbara, Sexual Parasite: Killer Pussy, Undead Pool, Big Tits Zombie, Zombie Ass, Nuigulumar Z, High School Girl Rika: Zombie Hunter e decide di altri.
Come accennato, fuori dal Giappone la situazione è forse meno prolifica ma ugualmente allineata. Lo “aswang”, sorta di corrispettivo del sud est asiatico dei nostri vampiri, ma affamati di neonati, ha spesso una corrispondenza femminile e talvolta tormentata come nei film del filippino Richard V. Somes, Yanggaw e Corazon: Ang Unang Aswang. Il “krasue” altra figura folkloristica della zona, protagonista di innumerevoli film vecchi e nuovi è rappresentato come una bellissima testa femminile volante dal cui collo penzolano gli organi interni; lo troviamo ad esempio nell’indonesiano Mystics in Bali o in Ghost of Valentine del thailandese Yuthlert Sippapak, già autore della saga di Buppha Rahtree. Sempre tra Malesia e Indonesia altre sono le figure femminili del folklore protagoniste di decine di film come il Pontianak, donna vampiro malese o il Kuntilanak indonesiano, “donna deforme dai piedi caprini e dai lunghi capelli bianchi, dotata di artigli con i quali talvolta ghermisce le proprie vittime umane. Di giorno dimora all’interno di un albero di banane eretto al centro di un cimitero e di notte, attirata da una donna che possiede il dono di evocarla tramite il canto di una precisa melodia, esce e accorre per uccidere gli uomini, maledetti dalla propria evocatrice” [tratto dalla recensione del film The Chanting di Rizal Mantovani].

E tutto intorno donne assassine, donne spettrali, mostruose, dalla falsariga “alimentare” della Asami Yamazaki dell’indonesiano Macabre (Rumah Dara) alla cannibale disperata di Meat Grinder, passando per la affascinante strega vendicativa della saga di Art of the Devil e al fantasma solitario e triste del classico Nang Nak, questi ultimi tre tutti thailandesi. Sempre dalla Thailandia arriva forse uno dei film più folli e interessanti riguardo al contenuto di questo articolo, ovvero Sick Nurses, opera psichedelica gore con una sinuosa a affascinante demonessa che fa strage in un ospedale.
Abbiamo già parlato inoltre sia di Suzzanna che di Lilia Cuntapay regine rispettivamente degli horror indonesiani e filippini e in cui non figuravano come le classiche vittime o “scream queen” ma come protagoniste e fonti stesse del male (Suzzanna addirittura ha interpretatao una sorta di Freddy Krueger al femminile).
La sorpresa di questi anni è comunque il cinema cinese, sfaccettato, numericamente -e parimenti qualitativamente- rilevante. Una inaspettata sovraproduzione di horror medi è improvvisamente sfociata dal nulla, spesso con figure femminili centrali andando in parte a sostituire quello che era avvenuto appena pochi anni fa in altre cinematografie come quella Indonesiana. Nulla di memorabile ma almeno segno di aperture espressive e libertà inusitate nel paese, dove fino a pochi anni fa, la rappresentazione dell’horror e del sovrannatruale erano del tutto vietati dalla censura.
Negli ultimi anni comunque c’è continuità anche se la produzione di horror è diminuita in parallelo alla resa qualitativa degli stessi. La talentuosa Mari Asato, regista del buono Bilocation ha offerto una sorta di aggiornamento dell’horror scolastico coreano alla Whispering Corridors con Fatal Frame, dato in mano ad una ciurma di brave ragazzine.
Tomie è continuata ad apparire su nuovi titoli ormai non più ispirati come in passato e che in parte sono riusciti a scalfire la media tutto sommato dignitosa dei primi capitoli.
Al contempo Sadako (il personaggio protagonista di Ring) è tornata sullo schermo con un nuovo dittico omonimo (Sadako 3D e Sadako 3D 2) che reinventa anche stilisticamente il mito in chiave ludica e pop. E’ andata peggio alla Kayako di Ju-On/The Grudge che è rimasta protagonista di un numero spropositato di nuovi capitoli quasi tutti pessimi. Le due eroine della paura infine nel 2016 si sono affrontate in un improbabile crossover (che in realtà nasceva come pesce d’aprile dell’anno precedente) intitolato Sadako VS Kayako, e diretto dal pazzoide Kōji Shiraishi.

E’ continuata in Giappone la produzione di piccoli film in video, spesso di ambientazione scolastica, spesso tratti da leggende metropolitane o tratti da videogiochi indie.

Alcuni nomi noti si sono dedicati al tema.
Sabu con il suo Miss Zombie ha dato “vita” ad una figura di non morta, malinconica, introspettiva e tutta al femminile in un originale affresco in bianco e nero.
Sion Sono (che ricordiamo per i suoi Suicide Club e soprattutto -ai fini di questo articolo- Exte) con il suo Tag ha realizzato uno dei film più splatter e intelligenti degli ultimi anni, una riflessione articolata su un tema attualissimo, farcita delle sue manie e visioni, da un senso dell’eccesso più rigoroso del solito. L’ha dato in mano ad un pugno di ragazze talentuose pronte a farsi fare a pezzi e inondare di sangue.
Kenta Fukasaku (figlio del più noto Kinji) nel suo folle X-Cross crea una cruenta figura gotich lolita armata di forbicioni, particolarmente suggestiva.
E anche uno dei migliori horror del 2016, I Am a Hero, affianca al protagonista e ai propri travagli interiori, una ragazzina semi contaminata, dai poteri mirabolanti e dall’aspetto inquietante. Nel  mentre Miike ha portato sullo schermo per l’ennesima volta un classico del cinema locale nel suo affascinante Over Your Dead Body, tra una complessa messa in scena di tradimento e di fantasmi rancorosi, come aveva fatto pochi anni prima Hideo Nakata con il suo Kaidan.
Per chi non si accontenta invece farà piacere sapere che non si è placata la produzione, nemmeno troppo sotterranea, di film estremi e senza compromessi in cui la violenza viene proposta con un impatto diretto e monotematico ultragore e un attitudine frammista ad un’estetica da snuff movie. Ne è la prova il misconosciuto, seppur atteso nei canali più celati del web, Mai-chan’s Daily Life, ispirato ad un manga inenarrabile del re dell’estremo cartaceo Waita Uziga. Film -aimé- pessimo e indifendibile anche se per stomaci blindati.
Infine alcune delle sorprese maggiori arrivano da una cinematografia insospettabile, quella indiana, che memore di antichi splendori del calibro di Jaani Dushman: Ek Anokhi Kahani, ha continuato a inserire le donne in ruoli chiave del thriller o horror locale; ci viene da citare così su due piedi sia la vittima vendicativa e spietata di NH10 che la sposa assassina del sontuoso 7 Khoon Maaf.
Se non si può attulamente ipotizzare una new wave come quella degli anni ’90, si può comunque sperare nel cinema indiano già ben indirizzato verso titoli riusciti, e perché no, anche se con passi più lenti e controllati, nelle rapide aperture e sperimentazioni di quello cinese. E visti i colpi di coda improvvisi del 2016 giapponese nulla impedisce di sperare in un futuro tutto sommato roseo.

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