Pionieri della nuova (barriera di) carne: la donna nel cinema giapponese.


Sull’inversione di genere del protagonista per il cinema cinese son stati scritti interi tomi, a partire dalle figure di cavaliere errante travestite da uomo o veri propri ermafroditi, che sin dai primordi affollavano il racconto di arti marziali. All’esatto opposto il corpo femminile, esposto, via via sempre più denudato fu invece appannaggio del più libertino Giappone. Da qui bisogna partire per parlare dell’evoluzione delle figure femminili all’interno di questa cinematografia e della declinazione in varie sottocategorie della finzione. Senza guardare al preguerra, il corpo fu sempre adoperato per aumentare l’attenzione del pubblico dagli anni cinquanta in poi, non solo nella direzione del banale nudie movie che furoreggiava anche negli USA, ma con derive che affondavano profondamente nell’immaginario collettivo. I due adattamenti del romanzo popolare Gate of Flesh fecero per esempio riversare numeri spaventosi di persone nelle sale, perché nella rappresentazione di una donna sadicamente brutalizzata a frustate, vero punto di vendita del prodotto, si rifletteva l’umiliazione profonda di un popolo che viveva in malo modo lo shock della guerra. Nelle ferite di quella carne continuava a bruciare l’umiliazione della sconfitta, ma al di là del valore alto del secondo dei due film, uno dei vari capolavori del maestro Suzuki Seijun, si diede la stura al fenomeno. La Nikkatsu, spesso anticipatrice di tendenze, fece subito tesoro dell’intuizione e decise di sfruttare meglio lo stardom femminile che aveva allevato parallelamente a quello maschile. Kaji Meiko, probabilmente il volto di donna giapponese più famoso ad occidente, fu proprio lanciata da una delle prime saghe dedicate a gang femminili: Stray Cat Rock.

L’altra grande incubatrice di cinema di genere dell’epoca fu la Toei che nella rivalità con l’altra produzione trovava spesso lo stimolo a reinvestire denari e sperimentare in tutte le possibili direzioni. Dalle sue parti si svilupparono in sequenza molte delle saghe più note, spesso centrate attorno ad una protagonista, catalizzatrice di tutte le attenzioni e affiancata da stuoli di comprimarie. Dapprima ci furono i Red Peony Gambler (8 film), appartenenti al prolifico sottogenere dedicato ai giocatori d’azzardo, con Fuji Junko protagonista. Cronologicamente arrivarono addirittura prima degli Stray Cat Rock, ma su questi furono modellati i successivi film della saga Deliquent Girl Boss (4 film) che servirono a lanciare la bellezza da monella di Oshida Reiko. Fu però solo grazie al passaggio della Kaji da Nikkatsu a Toei che si sancì la vera predominanza sul mercato della compagnia. Le due serie Female Prisoner (4 film) e Lady Snowblood (2 film) sono certo i due picchi di massima qualità del genere noto erroneamente all’estero come Pinky Violence, raggiunta in un periodo talmente ricco di star, che Ike Reiko e Sugimoto Miki potevano esser considerate starlette di seconda fila, nonostante le loro numerose presenze in saghe (lievemente) minori come Girl Boss Blues e Terrifying Girls’ High School. Gli stessi umori scuri di ribellione che si respiravano nel cinema pinku da Wakamatsu in giù, ribollivano in queste pellicole di stampo più commerciale, spesso adattate dai calibri grossi del florido mercato dei fumetti per adulti ovvero i politicizzati gekiga. Autori come Bonten Taro (Sex and Fury, Female Yakuza Tale, Rica) e Koike Kazuo (Lady Snowblood) possono sicuramente accampare i loro buoni diritti di fautori del fenomeno, che si trascinò stancamente fino alla fine degli anni settanta.

A portare il cinema di genere giapponese negli anni ’80 ci pensò ancora la Nikkatsu. Abbandonate durante gli anni ’70 le speranze di poter reggere il ritmo delle altre produzioni, si profuse nella sola produzione della sua linea erotica Roman Porno. Il sistema delle starlette ebbe una nuova incredibile esplosione, con un ricambio ancora più veloce, di volti e soggetti. Quel che successe invece nelle fasce di mercato più alte, quelle da pubblico generale, fu un grosso ricambio generazionale. Molti giovani registi allevati nel mercato erotico finivano per esordire da quelle parti. Al tempo stesso la figura della donna si era evoluta verso altri orizzonti. Intanto esplodeva il fenomeno delle Idol e lesti furono gli agenti di casting ad impiegarle in film ritagliati attorno a loro. Il capolavoro Sailor Suit and Machine Gun scatenò tutta una serie di film con studentesse in marinaretta ben diverse da quelle sottomesse, banali oggetti del desiderio, dipinte nella decade precedente: Annoiate, ribelli, nichiliste, talvolta violente, persino dotate di poteri magici alle volte. Sempre schierate come simbolo di innocenza contro il male, le si vide combattere nelle saghe televisive a colpi di yo-yo come in Sukeban Deka o di bazooka in Schoolgirl Commando Izumi o incantesimi in Eko Eko Azarak. In videocassetta invece finivano declinate nelle loro versioni più estreme (Go for Break, Lady Battlecop, Living Dead in Tokyo Bay). Grazie al V-cinema e all’eterno gioco del riciclo si può dire che nessuno di questi generi sia mai definitivamente morto ed è dunque sopravvissuto fino al giorno d’oggi. Al più si potrebbe notare come negli anni ’90 e ’00 la faccenda fosse più mascherata. Ma come si fa a negare che le protagoniste vere di molti action (Princess Blade), horror estremi (Guinea Pig) e Pinku (Raigyo, The Excitement of Do-Re-Mi-Fa Girl) non siano proprio ed esclusivamente le donne attorniate da anonimi uomini?

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