The Grudge Vademecum


Ju-OnOvvero Takashi Shimizu e la sua carriera in un film.

Non si può parlare di Takashi Shimizu se non con un certo imbarazzo; infatti crediamo si tratti di un caso rarissimo di regista che ha fatto di un film quasi tutta la propria carriera (almeno fino ad ora). Se escludiamo Marebito (2004) e l’episodio della saga Tomie, Tomie: Re-Birth (2001), il regista ha diretto dal 2000 al 2006 per ben sei volte lo stesso film ossia Ju-On, anche noto col titolo anglofono di The Grudge.
Se i semi della saga erano già probabilmente in Gakko No Kaidan G (School Ghost Story G, 1998), Takashi Shimizu ha diretto due versioni speculari di Ju-On per la TV e due per il cinema, oltre ai successivi remake statunitensi.
Il tutto inizia come risposta al boom del nuovo horror asiatico (soprattutto giapponese) seguito al maxy successo del Ring di Nakata. Subito si unisce al progetto il nome di uno dei maestri del genere, Kiyoshi Kurosawa (KairoCure), che si inserisce nell’avventura come produttore esecutivo.
Kurosawa raccomanda Shimizu al produttore che affida al regista due mini episodi da tre minuti di ambientazione scolastica. Il seme di tutta la saga di Ju-On è già lì. Nel primo episodio, Katasumi (In The Corner) due scolarette vengono in contatto con una fantasmessa letale che ne ghermisce una mutandola in una non morta e attacca l’altra. La figura del fantasma, la postura del corpo, e il classico effetto sonoro avvitato arrivano da qui.
Nel secondo episodio, 4444444444, un ragazzo, passando in bicicletta di fianco alla scuola viene attratto dalla suoneria di un cellulare. Trovatolo in mezzo a della spazzatura risponde alla chiamata (dal numero 4444444444) pensando che l’oggetto sia stato perso dal legittimo proprietario. Dall’altra parte della cornetta giungono solo sinistri miagolii. Fino a che di fianco al ragazzo apparirà il (futuro) famoso bambino bianco in posizione fetale miagolante. In 6 minuti c’era già quasi un decennio successivo di cinema dello stesso regista.
I primi due capitoli in video vengono prodotti dalla Kansai TV, la stessa compagnia che ha prodotto l’esperimento di horror ghost story televisiva Kourei di (di nuovo) Kiyoshi Kurosawa.
In un momento di esplosione del genere e di continua richiesta di film (spesso semplici cloni e plagi della saga di Nakata) viene prodotto lo stesso anno un sequel che ha la caratteristica (nonchè evidente limite) di essere composto per ben 30 minuti (su 76 di durata totale) da parti rimontate del primo. Nonostante questo, il successo non tarda ad arrivare e si decide di far compiere alla serie il grande salto dallo schermo televisivo a quello della sala. Nel 2003 viene prodotto un film per il cinema, Ju-On: The Grudge, e la regia dopo i due episodi per la TV resta nelle mani collaudate di Shimizu. Stessa cosa per Ju-On 2: The Grudge, prodotto lo stesso anno per le sale e diretto dallo stesso regista.
Se al momento dell’uscita Ju-On era stato abbastanza snobbato e tacciato di eccessiva somiglianza sospetta con “el patron” Ring, con il senno di -ora- si può contestualizzare e guardare la saga in modo più freddo e analitico. Se tutti i limiti dei film sono evidenti alla semplice visione si può invece apprezzare il tentativo del regista di creare una perfetta macchina di terrore, inventando, creando, togliendo e inserendo elementi su un tessuto narrativo di base praticamente identico. D’altronde tutti i film della saga hanno numerosi elementi in comune:

-Stessa casa
-Stessi ambienti
-Stessa maledizione
-Stessi effetti sonori
-Creature che si ripetono (il gatto fantasma, il bambino, la fantasmessa e lo spettro maschile)
-La forma del film in capitoli netti recanti ciascuno come titolo il nome di una vittima
-Stessi trucchi per creare la paura

Praticamente Shimizu ha diretto un primo film e da lì in poi ha cercato di eliminare ciò che non funzionava e di potenziarne ciò che più riusciva nei suoi intenti. E’ evidente che il primo capitolo è pieno di elementi “della paura”, alcuni innovativi, altri di derivazione diretta dal new horror, altri di matrice prettamente occidentale. Già al secondo film Shimizu elimina praticamente in toto tutto ciò che non rimanda ad una iconografia giapponese e toglie entità non funzionali, inserendone al contempo di nuove. Il perfetto equilibrio probabilmente si ottiene nel primo film per la sala, dove la qualità tecnica e visiva è maggiore, gli espedienti per formulare la paura praticamente tutti funzionanti e freschi, e l’obiettivo di spaventare lo spettatore assolutamente raggiunto. Certo, il film è ancora un pò grezzo, sicuramente più pulito rispetto ai due precedenti (i due esperimenti da gavetta), ma meno raffinato del successivo che ha però il difetto di spaventare meno, essere più prevedibile (dopo ben 3 capitoli…) e dotato di sole due sequenze davvero interessanti. Certo, apparentemente Ju-On sembra solo una versione trita & ritrita di Ring (e in parte, va ammesso, lo è). Ma va anche apprezzata la coerenza, la pazienza e l’abilità del regista nel partire da un materiale poco innovativo e con costanza costruire una saga che a sua volta è diventata modello autonomo da imitare (basti vedere il film thailandese The Sisters che è un vero e proprio plagio mal riuscito della saga di Shimizu). Tant’è che dopo Ring proprio questo film è stato trasformato in un remake statunitense, prodotto da Raimi (La CasaSpiderman) e diretto per la quinta volta da Takashi Shimizu. Per ora dobbiamo accontentarci della versione tarocca presente nelle nostre sale, ma non dimenticate di fare un salto in videoteca dove in DVD dovreste riuscire a trovare le versioni originali giapponesi adattate in italiano. Nel frattempo nel 2009 sono usciti nelle sale giapponesi altri due film basati sulla stessa franchise e solo supervizionati da Shimizu, ovvero, The Grudge: Old Lady in White e The Grudge: Girl in Black, abbastanza trascurabili.
Nel 2014, è uscito nelle sale un nuovo capitolo, pessimo, intitolato Ju-on: The Beginning of the End, diretto da Masayuki Ochiai, regista di Infection e Parasite Eve.
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