Tokusatsu: quando la gomma è meglio del silicone


tokusatsu-heroine-kyoko-okadaIn Giappone un’unica parola è l’equivalente della locuzione “effetti speciali”. All’inizio tokusatsu era usata proprio per specificare quando una pellicola avesse previsto l’utilizzo di tali tecniche, ma di deriva in deriva ha sempre più indicato un insieme di generi a largo raggio, arrivando in tempi più recenti a definire specifici territori. Se si vuole parlare di quanto le presenze femminili abbiano pesato all’interno di questo microcosmo, si deve partire dal 1954. Tutti gli occhi sono per il dinosauro radioattivo che emerge dal mare, ma non pochi si accorsero della presenza di Kochi Momoko in Godzilla. La sua sobria presenza era il classico gettone di presenza del tutto simile a quello delle star femminili nella contemporanea fantascienza americana. Così vicine, così lontane le due nazioni iniziano in quegli anni a rafforzare le fondamenta di quello che oggi le rende i due più grandi blocchi dell’immaginario fantascientifico. In Giappone si mossero lungo due principali direttive, una corrente supereroistica e una robotica legata ai robot giganti. Ultraman, la saga televisiva nata dalla mente di Tsuburaya Eiji, geniale effettista di Godzilla, era figlia della poco precedente Ultra Q. In entrambi faceva bella figura Sakurai Hiroko, che nella seconda faceva bello sfoggio di una divisa passata alla storia dell’iconografia del genere. Non più vestita da civile, non più semplice comparsa, una donna diventa così parte integrante dell’azione vera. Il concetto si rafforza nella successiva Ultraseven, una delle serie più amate dagli appassionati, grazie a Hishimi Yuriko. Proprio con la serie dedicata al Giant Robot arriva la risposta della concorrente Toei. Concepita da Yokoyama Mitsuteru, qualche anno prima autore del primigenio Tetsujin 28, la serie vede la bella presenza di una giovanissima Katayama Yumiko.

Una divisa però è fatta per essere smessa. E gli anni ’70 in Giappone, come nel resto del mondo, sono anni di forte transizione nei costumi. Non più semplice ragazzina, proprio la Katayama è parte integrante del cast fisso di Playgirl, serie vagamente ispirata ai serial spionistici occidentali. Le gonne delle ragazze si accorciano e forse è proprio qui che si forma quell’immaginario erotico peculiare, fatto di sbirciate fugaci sotto le gonne alla ricerca di un po’ di biancheria. Per un paese in cui ancora oggi è impossibile mostrare senza censure i genitali, non era certo poco. Svariate serie di Playgirl furono prodotte dal ’69 al ’74, ma nello stesso arco di tempo anche le altre attrici incominciano a vestirsi e scoprirsi in insolite maniere. In Gamera vs Guiron (1969), film con protagonista la nota tartaruga gigante di casa Daiei, si lasciano notare le due stravaganti aliene Florbella (Kasahara Reiko) e Barbella (Kai Hiroko). In Super Robot Red Baron (1973), altra serie a base di robot giganti, la bella Maki Rei passa alla storia per i suoi continui calci rotanti con biancheria in bella esposizione. Se l’intenzione era quella di ammiccare agli spettatori adulti, è altrettanto indubbio che il vero choc fu per quelli più giovani. La Toei intanto si era affidata alla creatività di Ishinomori Shotaro per avviare l’immortale saga dei Kamen Rider, serie di eroi cyborg a cavallo di moto da cross. Fu deciso di inserire una eroina femminile nella quinta serie del franchise: Stronger (1974). Il costume di Okada Kyoko rassomiglia ad una coccinella, ma al di sotto della maschera, due gambe scopertissime. Sono gli anni dell’esplosione del tokusatsu, ormai assunto a genere vero e proprio, e la Toei rappresenta la più grande produttrice di saghe per la televisione. Grazie alle sue produzioni entrano nell’immaginario popolare anche il costume di Bellestar, compagna di Kagestar (1976), ma soprattutto il primo ranger femminile della storia lanciato da Himitsu Sentai Goranger. Sempre dalla fervida fantasia di Ishinomori nasce infatti la prima serie della fortunata saga dei Super Sentai, che a parte qualche defaillance come l’orribile Battle Fever J in cui c’è una specie di femmineo mostro chiamato Miss America, continuerà sempre a proporre, fino alle odierne serie, uno o due personaggi femminili con divisa d’ordinanza.

I tempi dovettero allora sembrar maturi per avere una serie dedicata a sole donne. Negli anni ’80, altro periodo di grossi mutamenti sociali, viene affidata alle donne una grossa fetta del cinema di genere. Il simbolo dell’avvenuta transizione da comprimarie a protagoniste è Zeiram (1991) di Amemiya Keita, in cui Moriyama Yuko interpreta un’aliena cacciatrice di taglie. In televisione si prova invece a portare le contemporanee mode dell’animazione. Bishōjo Kamen Powatorin con Hanajima Yuko parla della lotta col male di una maga accompagnata da una mini-assistente (Powatorin Petit) interpretata dalla piccola Maeda Rie. Non ebbe molto successo nonostante le tre consecutive serie, ma rappresenta il primo esempio di un sottogenere tutto al femminile che fallì a farsi spazio in una società terribilmente sessista. Di fatto non ci fu questa grossa conquista nella parità di genere.

Se i ’70 furano gli anni della liberazione sessuale, i ’90 rappresentarono quelli della vendita al chilo di carni femminili. La nascita della più grande industria pornografica mondiale si fa sentire e deflagra in tutte le direzioni. Nei Super Sentai incominciano a comparire le prime attrici prelevate da produzioni per adulti, spesso relegate a ruoli di svestite cattive. Nanase Rika è la prima ad avere uno di questi ammiccanti ruoli con il personaggio di Zonnette in Carranger (1996). Qualche serie dopo fu invece il turno della statuaria Mizutani Kei come Shelinda per Gingaman (1998). Inutile dire che attorno a queste serie ad alto budget vivesse tanto v-cinema come Space Hunter Miki (1996) di cui era protagonista la futura doppiatrice Yokoyama Chisa. Con lei diverse donne wrestler che per lo stesso regista avevano picchiato mostri nei cortissimi video, quasi amatoriali, Monster Commando H, M e Y. In questo periodo dilaga anche il fenomeno indie nel tokusatsu con titoli come Kamen Tenshi Rosetta o Vanny Knights, dagli esiti più o meno fortunati e con il comune denominatore di avere donne protagoniste per cercare di guadagnare pubblico tramite fanservice. Il passaggio da lì al porno vero e proprio fu ovvio. Anche se difficile da piazzare temporalmente, oggi se ne possono constatare i risultati con una produzione ipertrofica, che ruota attorno a due o tre case produttrici specializzate in mostri depravati che attentano alle virtù di povere eroine.

Fortunatamente i tempi moderni non sono solo produzioni per adulti, ma hanno segnato anche qualche decisa conquista. Nel 2002 Shaku Yumiko è il pilota che sfida il mostro gigante in Godzilla vs Mechagodzilla. Nel 2003 la trasposizione dal vivo di Bishojo Senshi Sailor Moon è fallimentare, ma quella di Cutie Honey, dal fumetto di Nagai Go e per la regia Anno Hideaki, è un delirante esperimento pop che farà sentire il suo peso. Nel 2005 esordisce la saga per adulti di Garo, arrivata persino nelle TV italiane, in cui per la prima volta si assiste per una serie TV ad una cura maniacale delle coreografie marziali. Sato Yasue interpreta la sacerdotessa Jabi che, con le sue lunghe e graziose leve, diventerà uno dei personaggi più amati della serie, tanto che a valle della terza serie arriva un film spinoff dedicato a lei e all’altra sacerdotessa interpretata da Matsuyama Mary: Tougen no Fue (2013). Al di là di Garo le arti marziali continuano a farla da padrona anche in Cutie Honey the Live (2007). Non c’è Sato Eriko, che faceva la parte di Honey nel film di qualche anno prima, ma arrivano tre nuove protagoniste tra cui spicca la notevolissima Misaki Ayame. Meno cinetici, ma d’altra parte non si poteva pretendere di più vista l’incapacità registica, i tokusatsu curati dalla gang che ruota attorno a Iguchi Noboru. Grazie a loro arriva l’eroina dai seni esplosivi di The Ancient Dogoo Girl (2009) e le numerose alleate del sequel Dogoon V, anche se a rimanere impresse lo stesso anno sono le tre Miss Ruggers del reboot di un classico degli anni ’70:  Karate Robo Zaborgar. L’orizzonte, scrutato dalla cima di questa vetta, sembra radioso in virtù di ottimi annunci. Non solo gli eroi, ma per fortuna anche le eroine ci guideranno verso questo futuro migliore.

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