1Q84


Un giorno di novembre del 1968 ha visto la luce il White Album dei Beatles, che si rivelerà il disco più venduto – e forse il migliore – della band di Liverpool. La copertina, dopo lo sfarzo caleidoscopico di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, è completamente bianca, se non fosse per il nome in rilievo visibile solo in controluce.

1Q84 di Murakami Haruki, per tanti e diversi motivi, può essere considerato il suo White Album. Quell’opera insomma, che sia un film per un regista, un album per una band o un libro per uno scrittore, capace di esprimere in tutta la sua complessità l’essenza stessa dell’artista. Qualcosa che può e dovrebbe essere fruito e conosciuto, senza paragoni o confronti con quello che c’è stato prima e che potrebbe venire dopo. Si potrebbe dunque parlare di 1Q84 senza doverlo confrontare con le produzioni passate dell’autore, aprendo però una piccola parentesi.
Molti lettori hanno conosciuto Murkami con Norwegian Wood / Tokyo Blues (titolo cangiante a seconda delle edizioni) e ne sono rimasti delusi. Sebbene sia uno dei suoi libri più conosciuti e letti, come scrive lo stesso Murakami, nell’introduzione dell’edizione italiana del 2006, edita da Einaudi e tradotta da Giorgio Amitrano, si tratta di un esperimento, una distrazione e un gioco (nonostante la gravosità del dramma esistenziale narrato) ricercato come forma di divagazione e/o smarrimento volontario dal suo romanzo-tipo. Una sorta di vacanza da se stesso, insomma, per cui sarebbe errato giudicare la sua intera produzione.
1Q84, del White Album, oltre all’importanza, dovrebbe condividerne anche la copertina: tutta bianca che riporta solo il nome dell’autore e il titolo dell’opera e niente più. Senza sinossi, riassunti o spiegazioni perché ogni informazione condivisa in modo così diretto ed esplicito, ci impedisce di scoprirla e di conquistarla, goccia dopo goccia, sapientemente distillata dallo stile a tratti ipnotico dello scrittore.

Leggere 1Q84 vuol dire farsi accompagnare da Murakami nel disvelamento di alcune (non tutte) delle numerose, intricate e a tratti spaventose questioni, che compongono questo mastodontico testo di oltre mille pagine nella sua interezza. Bisogna chiudere gli occhi, abbandonare ogni freno dettato dal raziocinio e tuffarsi in quel 1Q84, anno distopico, in cui tutto può accadere. Può succedere per esempio che sei piccoli omini che parlano in coro e cantano «hoo-hooo», nati dal cadavere di una capra in stato di decomposizione, costruiscano una crisalide d’aria per generare l’erede del leader spirituale di una misteriosa e potente setta di ex intellettuali, che si sono dati all’agricoltura biologica. Come è possibile concepire figli senza rapporti sessuali e che un esattore in pensione della NHK, l’emittente di Stato, continui il suo giro di riscossione del canone nonostante sia in coma. Un mondo, un universo parallelo, in cui in cielo brillano due lune e le civette danno saggi consigli.
Questi sono alcuni degli elementi satellitari di quella che è la storia principale. O meglio, le storie, perché la trama è scissa e procede come binari paralleli che sembrano destinati a non incontrarsi mai. I personaggi principali sono due: un uomo ed una donna di circa trent’anni. Il primo è Tengo, insegnante di matematica, aspirante scrittore, che accetta di riscrivere un romanzo di fantascienza scritto da un’enigmatica diciassettenne dislessica. E poi c’è Aomame.
Si parlava del White Album e del fatto che anche 1Q84 meriterebbe una copertina bianca e silenziosa, ma così non è stato. L’edizione italiana per i tipi di Einaudi, che consta di due libri, al contrario dei tre previsti nell’edizione giapponese (nella versione italiana i primi due sono raccolti in un unico volume), nella quarta di copertina riporta alcune semplici righe che ci dicono qualcosa. Ci dicono, per esempio, che Aomame è “spietata e fragile. È un killer che in minigonna e tacchi a spillo, con una tecnica micidiale ed impalpabile, vendica tutte le donne che subiscono violenza”. Informazioni che il lettore invece dovrebbe scoprire poco alla volta, scrutando nella stessa anima e nella storia personale della donna, dopo un’introduzione a tratti Lynchiana del personaggio.

Murakami infatti ci presenta Aomame lentamente e, senza fretta o impazienza, ne descrive le azioni apparentemente convenzionali, come prendere un taxi, rimanere imbottigliata nel traffico, aver paura di fare tardi e prendere una decisione avventata, fino a quando, con la stessa pacatezza, c’informa che custodisce un’arma letale nella borsetta. Tutto questo senza che il ritmo subisca scossoni o slanci tipici di chi vuole creare senzientemente un senso di suspance e mistero. Nessuno di quegli artifici insomma, atti a catturare l’attenzione del lettore. No, Murakami non smette mai, neanche nei momenti di massima tensione, anche a costo di innervosire il lettore con le sue descrizioni ultra-dettagliate e ripetute all’ossesso (il piccolo seno di Aomame, la testa deforme dell’investigatore privato Ushikawa, il sesso di Tengo, le piccole orecchie della giovane Fukaeri, la loro routine quotidiana…), di descrivere tutto con lentezza e parsimonia. Lento e ripetitivo come un pendolino che fa tutte le fermate senza frenate brusche o accelerazioni improvvise. A tratti meccanico, come le giornate dei due protagonisti, Tengo e Aomame, che conducono le loro vite come se stessero galleggiando nel liquido amniotico. Soli, senza amare o essere amati. Uccidono, fanno sesso e poi mangiano, lavorano, frequentano persone, senza mai vivere a pieno la loro esistenza.

Il contesto.

Tengo è il figlio di un esattore della NHK vedovo e Aomame appartiene ad una famiglia di religiosi fondamentalisti. I due, bambini, sono obbligati dai genitori a peregrinare di casa in casa per compiere la loro missione. Riscuotere il canone il primo, fare proselitismo la seconda. Entrambi si vergognano e hanno difficoltà ad integrarsi a scuola. Un giorno, dopo l’ennesima umiliazione subita dalla piccola Aomame, Tengo la difende e decide di proteggerla dalla ferocia e dalla crudeltà degli altri bambini. Da quel momento, tra i due, si stabilisce un legame eterno ed inviolabile che li accompagnerà per tutta l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta, nonostante vengano separati dalle vicende della vita. Come due binari – è stato scritto – come due binari che sembrano destinati a non incontrarsi mai, fino a quando, in modo differente, i due entreranno senza accorgersene nel 1Q84, un 1984 alternativo, la cui Q rappresenta la Q di “question” (il 9 in giapponese si pronuncia “kyu”, come la Q in inglese) che è il nome attribuito dalla stessa Aomame, alla sua “condizione” nel momento in cui capisce di non essere più nel mondo che aveva sempre conosciuto. Tengo si ritroverà in quell’universo parallelo con due lune in cielo, nel momento in cui decide di riscrivere La crisalide d’aria, un romanzo scritto dalla giovane Fukaeri che si scoprirà essere la figlia del leader del Sakigake, una setta nata negli della contestazione giovanile e carica di segreti. Nel romanzo di Fukaeri si raccontano fatti apparentemente privi di senso, come la nascita dei misteriosi ed inquietanti Little People, dalla bocca di una capra in stato di decomposizione o della presenza di due lune in cielo: una grande e bianca simile a quella di sempre ed un’altra più piccola e verde che brilla di fianco alla prima. Ciò che Tengo scrive nel romanzo, poco alla volta, tende a sostituirsi con la realtà portando il lettore stesso, a perder il senso di ciò che è finzione e ciò che è finzione nella finzione. Nello stesso momento in cui Tengo riscrive La crisalide d’aria, Aomame viene attirata come da un magnete e catapultata nel 1Q84, e finirà per avere una parte fondamentale nella storia, quando le verrà chiesto di uccidere il Leader del Sakigake che si è macchiato dell’orribile crimine di violentare le figlie dei seguaci della setta.

1Q84 riesce ad essere un thriller, un libro di fantascienza, una storia d’amore ed un meta-romanzo senza però subire nessuna delle convenzioni dei differenti generi. D’altronde Murakami lo farà dire ad uno dei suoi personaggi, Tamaru, il “gorilla” omosessuale alle dipendenza dell’anziana signora che commissiona gli omicidi di Aomame, che Checov sbagliava nel dire che «se in un romanzo c’è una pistola, quella pistola deve sparare».
Rifiuto delle regole dunque, ed infatti tanti enigmi non verranno svelati e anche quando il lettore crede d’intuire un senso, questo verrà messo a dura prova, smontato e destrutturato dagli eventi stessi, lasciando tanti “perché” sospesi come pistole che non sparano e proiettili inesplosi. Prima di essere un libro, 1Q84 è una serie di universi. Ogni singolo personaggio meriterebbe un romanzo a sé. Grazie anche al suo stile ipnotico, riesce a far entrare a piedi pari in quel mondo tanto magico quanto inquietante. Al punto tale che, una volta terminata la lettura, ci si ritrovi con gli occhi verso il cielo a controllare che in alto non splendano effettivamente due lune.

 

Copertine originali dell’edizione giapponese:

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