Behind the Pink Curtain


Behind the Pink Curtain

The Complete History of Japanese Sex Cinema

In questi anni in cui dati e informazioni sul cinema nipponico sono diventati ben più accessibili di una volta, rimangono comunque grosse lacune da colmare dal punto di vista strettamente critico. Jasper Sharp assieme ad altri critici moderni sta profondendo grande impegno nell’evolvere questo discorso cominciato tramite le pagine di Midnight Eye, sito cinematografico d’avanguardia critica, che già da diversi anni porta avanti un complesso discorso di (ri)scoperta di certo cinema asiatico. A valle di diverse pubblicazioni, interviste e anni di esperienza arriva proprio questo Behind the Pink Curtain, che ambiziosamente prova a coprire quella vasta fascia di produzioni cinematografiche che non hanno mai, se non vagamente, fatto la comparsa nei lavori di altrettanto illustri critici come Donald Richie prima, David Desser e Isolde Standish poi.

Lontani però dal talvolta eccessivo intellettualismo di questi autori, l’analisi della presenza ed evoluzione della matrice sessuale nel cinema del dopoguerra in poi andava di fatto ricollocata ad un livello più popolare come giustamente fa il bravissimo Sharp. Si parte dai primi film scandalo, senza tralasciare alcun sottogenere come quello dedicato alle pescatrici subacquee Ama, già rese famose dalle foto d’epoca del noto etnologo italiano Fosco Maraini, per arrivare fino agli ultimi prodotti di un mercato come quello dei pink eiga sempre più in via di estinzione. Un lavoro titanico che indaga sottotesti, situazione politica e certe volte sorpassa di gran lunga il livello di saggi più specifici su autori e stili che già si sono intravisti altrove. Ad esempio vi è il notevole capitolo su Wakamatsu, Adachi e soci che riesce a condensare e passare al lettore tante informazioni che sono già state snocciolate in altri contesti, ma raramente in maniera così lucida. Stesso dicasi per il capitolo dedicato agli eccessi del Roman Porno e la sua lenta, clamorosa morte. Se l’unico rivale diretto di questo libro era la vetusta guida Japanese Movie Encyclopedia: The Sex Films di Thomas Weisser e consorte, lo spessore qualitativo e critico dell’autore la liquida con facilità, mettendone più volte in risalto le notorie imprecisioni, così come i falsi miti e aspettative create negli anni verso alcuni dei film ivi elencati. Singolare che sulla copertina di questo volume si stagli la statuaria Tani Naomi, mentre nel vetusto volume dell’americano era addirittura lei ad averne scritto l’introduzione.

La cosa più importante però è che questo volume finalmente si adopera per decostruire l’incredibile aura misterica creata attorno a certi prodotti giapponesi. La percezione occidentale del film erotico giapponese o più in generale del sesso da quelle parti è di fatto sempre stata alterata dall’iperbolico modo di presentarlo degli articolisti. Fortunatamente qui siamo ben lontani da quell’approccio ed ogni cosa è correttamente contestualizzata e spiegata nel bene, quando si tratta di spiegare la proliferazione dell’argomento sessuale negli anni ’70, e nel male, quando invece è la gratuita exploitation che dalla seconda metà degli anni ’80 fino ai ’90 rese celebre il Giappone come la terra dell’estremo. Ad oggi Behind the Pink Curtain è il miglior testo sull’argomento, che indaga gli intrecci tra cinema popolare e cinema più alto come mai era stato fatto prima. Da Wakamatsu Koji a Oshima Nagisa, da Ishii Takashi a Zeze Takahisa e in mezzo tutti quegli autori che magari hanno avuto una splendida carriera al di fuori dell’industria del pinku, ma che proprio da quelle parti sono partiti per farsi le ossa ed arrivare altrove. Non avere gli occhi puntati sul contesto e sulle ragioni per cui un certo cinema nasce, evolve e matura all’interno di una società permette di aggirare quegli abbagli critici, spesso in agguato in una materia talmente complessa e difficile da interpretare per vari fattori contingenti. Studiare il cinema giapponese, tralasciando questi particolari, vuol dire commettere un imperdonabile errore.

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