Brand Tibet: la causa tibetana e il suo marketing in Occidente


A volte cercando di osservare il mondo in maniera distaccata notiamo come l’Asia sia ancora un oggetto visto in maniera tanto esotica e poco rispondente alla realtà, affrontato in maniera casuale senza un reale studio dell’oggetto di analisi, seguendo filoni e correnti prodotte ad uso e consumo del “leggero” utente occidentale. Non è un caso che ogni paese di ventimila abitanti abbia almeno tre scuole di arti marziali varie, in cui i docenti impongono agli allievi di farsi chiamare “maestri” in virtù di presunti campionati mondiali vinti, di trofei internazionali conquistati e di decenni trascorsi tra i pascoli erbosi di monasteri sperduti. Gli stessi maestri che poi nei fine settimana spesso lavorano come buttafuori in discoteca o vanno con gli allievi a scatenare risse nei pub, ovvero l’esatto contrario della disciplina che dovrebbero insegnare. Se a queste scuole aggiungiamo tutti gli altri corsi (e rispettivi maestri) di altre discipline di matrice asiatica (yoga, karate et similia) ci accorgeremo di essere fortunati, ovvero di vivere in Italia, il paese con il maggior numero di maestri pro capite al mondo, una sorta di Pig Sty Alley di Kung Fu Hustle in cui i maestri di tutto il globo terracqueo sono in ritiro a tramandare millenarie culture. Detta così fa ridere ma è la realtà, che si snoda lineare partendo dagli Stati Uniti, particolarmente sensibili a queste fregature basate su una visione “zen” e idealizzata di storia e cultura. E la questione tibetana nell’accezione del grande impegno sociale e civile del “free tibet” ne è l’ennesimo, drammatico, paradigma.

Combattenti della domenica che non vogliono sporcarsi le mani, creatori di gruppi di Facebook che fanno la rivoluzione in rete, leghisti da un lato uniti al popolo della sinistra moderata in giacca di velluto, al fianco di fascisti che combattono contro l’invasore cinese comunista e imprenditori contrari alla visione distorta e parziale dell’universo del lavoro cinese (che nulla c’entra col Tibet, tra parentesi). Una massa sorprendente maleassortita di nemici giurati, uniti contro un nemico comune a cui si sommano hipster, figli dei fiori, beccaccioni di ogni teoria misticista, appassionati di free hughs, vegani, animalisti, insospettabili Vip e adolescenti che cercano visibilità in rete. Nel mezzo, sperduti, un 1% di personaggi che hanno almeno letto un libro sulla storia della Cina. Una massa informe occidentale che vede il Tibet come zona ideale in cui monaci colti e pacifisti coltivano quadrifogli e allevano unicorni sognando la democrazia, dall’altra un paese aggressore come la Cina comunista che vuole annettere zone non sue alla Nazione. Su tutto un utilizzo della semantica e di termini totalmente estranei alla storia e cultura dell’oggetto in esame. Il libro di cui parliamo risulta essenziale per dare respiro alla questione; non si schiera né da un lato né dall’altro ma analizza proprio tutto il marasma occidentale sulla questione osservandolo come un vero e proprio atto di produzione di marketing. Un’analisi estesa e a tratti sorprendente e una rara e preziosa voce alternativa alle urla monodirezionali che da sempre hanno caratterizzato il movimento. A tratti ripetitivo, sul finale propone una cronologia della storia vera e propria, parzialmente pregna di sunto e quindi che incoraggia all’approfondimento su altri testi dedicati. La sezione maggiore del testo è dedicata all’analisi dell’azione/reazione occidentale e come essa si sia costruita e organizzata stile brand con rigore e programmaticità nei decenni. Abbastanza illuminante e vista la rarità delle argomentazioni, decisamente importante.

Visto il tenore vagamente polemico della recensione ci sentiamo di segnalare qualche testo al fine di proporre quella che è la visione di chi scrive relativamente ad alcune discipline e culture dell’Asia e alla loro applicazione: [1] [2] [3]

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