Chinese Women’s Cinema: Transnational Contexts


Chinese Women's Cinema: Transnational ContextChinese Women’s Cinema è un testo espressamente dedicato a chi vuole qualcosa in più di un dizionario di film o di una critica alla forma della materia filmica. Le analisi presentate nei vari saggi che compongono il libro non si prefiggono di sistemare criticamente una regista, piuttosto che una sua opera specifica. Non mancano considerazioni di valore puramente estetico, ma non è questo l’obiettivo della discussione. Ciascuno scritto spiega, invece, come le cineaste prese in esame si pongono, attraverso le immagini che creano, rispetto a questioni di politica locale e globale, e come ciascuna di loro riflette su sessualità e genere nella propria carriera. Il tutto viene poi contestualizzato all’interno di pensieri e sviluppi nel femminismo transnazionale, dando letture complesse e mai banali di lungometraggi non sempre di facile reperibilità per uno spettatore occidentale. Magari non sapremo perché una regista ha scelto di girare in quel modo una data scena, ma è interessante apprendere alcuni dei possibili spunti che solo film di un certo livello offrono. Emerge un discorso comune e declinato a seconda della sensibilità del paese d’origine. Dalla Repubblica Popolare Cinese, passando per Hong Kong fino a Taiwan si ha modo di capire tutta la femminilità e la profondità singolare di questi film.
Tra le artiste trattate troviamo Esther Eng, Tang Shu Shuen, Dong Kena e Sylvia Chang, per ognuna delle quali andrebbero spese parole a parte. Il testo non lesina complimenti ed entusiasmi, in certi casi scappano anche valutazioni troppo positive di opere che generalmente, e a ragione, vengono considerate minori. Per esempio, 20 30 40 di Sylvia Chang è lontano dall’essere il capolavoro che sostiene Zhen Zhang. Tuttavia, se si tiene a mente la tesi di partenza dei saggi le interpretazioni di alcune sequenze particolari sono meno forzate di quanto possa sembrare ad una lettura superficiale. Il lavoro di Chu Tien-Wen nelle sceneggiature di Hou Hsiao-Hsien risulta quindi fondamentale se si valutano riflessioni sulla sessualità e la femminilità nelle opere del maestro taiwanese. Di particolare rilievo è il saggio su Esther Eng di Kar Law, figura bizzara ed unica della cui carriera nel cinema si parla sempre troppo poco.
Come spesso succede con i testi in lingua inglese, specialmente quelli di stampo accademico, la lettura procede scorrevole e piacevole, con periodi brevi e un linguaggio sobrio che non stanca. Dritti al punto ma mai troppo concisi, i saggi non perdono mai di vista l’argomento che stanno analizzando, aiutandosi con note e bibliografia per estendere il discorso.
Chinese Women’s Cinema è un libro sconsigliato ai neofiti. Presuppone una certa familiarità con il cinema cinese e con le infinite dinamiche del movimento femminista. Nonostante questo, è una lettura illuminante che invoglia a recuperare i film in questione e vederli consapevoli degli elementi evidenziati in questa bella antologia.

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