Il Salto Mortale


Il Salto Mortale Dopo una lunga pausa seguita alla premiazione col Nobel per la letteratura nel 1994, nel 1999, Oe Kenzaburo torna a scrivere e pubblicare un corposo romanzo, tradotto in Italia dopo ben sette anni da Gianluca Coci per Garzanti.  Certo solo una personalità immensa come quella di Oe, autore di Insegnaci a Superare la nostra Pazzia (1994) e in assoluto una delle voci più critiche e importanti del Giappone di fine secolo, poteva cimentarsi con un romanzo denso e avvincente, che tratta tematiche non certo facili o scontate soprattutto per il paese da cui l’opera proviene. Già all’apparizione dei racconti Sebunton (Seventeen) del 1961 e Aimina Nihon nowatakushi del 1994 (Il Figlio dell’Imperatore, 1997), che trattavano in modo scabroso del culto dell’imperatore attraverso la figura di un diciassettenne disturbato, aveva destato notevole scalpore, tanto che lo scrittore era stato minacciato da gruppi di estrema destra e gli editori si erano rifiutati di pubblicare i testi. Immagino che anche questo corposo romanzo sulle nuove religioni, altrettanto polemico e intriso di vitalismo, non sia passato inosservato.

Il professor Kizu, docente di Storia dell’arte e pittore, che ha insegnato per lunghi anni in America torna in Giappone perché gravemente malato. La sua vita, ormai alle ultime battute, si intreccerà con quella del giovane Ikuo, dal passato oscuro e di grande carisma e di altri personaggi che ruotano attorno a gruppo religioso, di ispirazione millenaristica, che dieci anni prima si era sciolto, dopo che i capi avevano pubblicamente affermato che tutto quanto avevano predicato era una menzogna. Non è difficile, in questa storia cogliere riferimenti carichi di ironia, all’altro grande “salto mortale” della storia nipponica, la dichiarazione dell’imperatore, resa dopo la Seconda Guerra Mondiale, che sconfessava la propria natura divina e ai tremendi attentati del 1995 provocati dalla setta Aum Shinrikyo. Oe sa fondere in maniera straordinaria la relazione di natura sessuale tra Kizu e Ikuo, un’analisi mai banale sulle motivazioni personali di ognuno degli adepti del culto e dei suoi fondatori, senza mai perdere di vista il suo obiettivo critico e senza mai diventare verboso o didascalico, conservando fino alla svolta finale un’ironia sottile e tagliente. Come sempre merito a chi ha coraggiosamente deciso di tradurre un testo così complesso e profondamente giapponese, centrando in pieno la sfida.

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