Lo Scimmiotto


lo scimmiottoLo Xiyou Ji, letteralmente Racconto del Viaggio Verso Occidente, è uno dei grandi romanzi cinesi redatti in lingua parlata che, pertanto, non faceva parte della letteratura ufficiale cinese. È stato scritto nel XVI secolo da Wu Cheng’en e narra la storia del viaggio, realmente avvenuto, verso l’India del monaco Xuanzang alla ricerca dei sacri sutra buddisti. La storia che racconta, già famosa ai tempi in cui il romanzo venne scritto per via del fatto che le avventure di questo viaggio facevano già parte del canone di storie e leggende popolari che si tramandavano oralmente, ha poi acquisito maggiore notorietà grazie al favorevole riscontro che ebbe nei secoli a seguire dentro e fuori i confini cinesi, come testimoniano le numerose trasposizioni e adattamenti, non solo letterari, a cui venne sottoposto (un esempio per tutti: il manga Dragon Ball e Goku, nome giapponese dello Scimmiotto, sono liberamente tratti da questo romanzo).

Lo Scimmiotto è unico nel suo complesso di bellezza e assurdità, di profondità e insensatezza”, così lo definì Arthur Waley, grande sinologo e adattatore/traduttore dell’edizione inglese, da cui è stata tratta forse la più conosciuta versione italiana, dal titolo Lo Scimmiotto. Proprio in questo complesso di assurdità e insensatezze si svolgono le avventure del monaco Xuanzang e dei suoi discepoli, Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso, che sulla via che li porta dalla capitale Chang’an fino al Paradiso Occidentale di Buddha incontrano i più disparati e fantastici mostri e difficoltà, contro cui, di volta in volta, combattere e misurarsi in un alternarsi così fitto di vicende da richiamare alla mente i romanzi cavallereschi.

Fin dalle prime pagine, tuttavia, è chiaro che questo romanzo non può essere inquadrato in un singolo genere, in quanto mesce al suo interno elementi di generi diversi che vanno dal romanzo popolare a quello appena citato cavalleresco, da quello per ragazzi al satirico. Ufficialmente il libro si presenta come un’agiografia, ma anche questa classificazione rimane solo a livello superficiale, in quanto presenta subito una stonatura nel fatto che il monaco Xuanzang, che dovrebbe essere il personaggio principale, viene presentato solo nel nono capitolo (della traduzione di Arthur Waley). Infatti i primi sette capitoli sono completamente incentrati sulla figura dello Scimmiotto e narrano la mirabolante storia della sua vita, dalla nascita che avvenne da un uovo di pietra, alla conquista dell’immortalità attraverso la dottrina Taoista, dall’ascesa al cielo in cui portò caos e scompigli a non finire, fino alla sua definitiva cattura e sottomissione da parte di Buddha. Solo allora viene raccontata la storia di Xuanzang, dalla sua nascita sotto una stella infausta, all’essere scelto per andare a prendere le sacre scritture, dall’incontro con Scimmiotto e gli altri, che convertirà al buddismo e diventeranno suoi discepoli, al lungo viaggio che percorreranno, che dà loro modo di emendarsi di tutti i peccati commessi e raggiungere l’illuminazione. Anche dopo i primi sette capitoli, sebbene Scimmiotto non sia più l’unico attante, la sua figura rimane comunque il fulcro dell’attenzione e del punto di vista: è attraverso i suoi occhi che tutti i personaggi sono giudicati e ridicolizzati. Così Xuanzang ne viene fuori come un giovanotto piagnucoloso, bacchettone e ipocrita; l’Imperatore di Giada viene descritto come un signorotto interessato solo a mantenere le apparenze della sua corte inutile e farraginosa; Laozi, seppur rispettato per la sua conoscenza, risulta comunque un vecchio burbero e un po’ confuso; e addirittura il Paradiso Occidentale di Buddha risulta essere un luogo di corruzione, in cui Ânanda e Kâshyapa chiedono una mancia per la consegna dei sutra e in cui angeli e santi si burlano prima di Xuanzang e poi addirittura della predica del Buddha stesso.

Molti altri aspetti e risvolti di questo magnifico libro e dei suoi incredibili personaggi potrebbero essere trattati e discussi ancora a lungo, ma in fin dei conti concordiamo con il grande letterato e filosofo Hu Shi nel ritenere che siano la freschezza, la semplicità e il divertimento i cardini fondamentali di quest’opera; cardini che hanno fatto sì che superasse indenne l’estremo rigorismo politico e ideologico delle successive epoche storiche e che addirittura riuscisse a influenzare profondamente diversi filoni della letteratura orientale e a diventare estremamente famoso anche in occidente.

“Il mio studio non sarebbe nemmeno stato necessario, se tutti questi lettori non si fossero sentiti troppo furbi per accettare il chiaro e semplice spirito ludico dell’opera e il suo umorismo, e non avessero sentito il bisogno di inseguire <<l’alto significato di sottili parole>> rivestendola degli orpelli delle tre dottrine.” (Esame del viaggio in Occidente, 1923)

Ci sembra doveroso, in conclusione, chiarire bene a chi volesse leggere questo romanzo i diversi testi di cui dispone. Il testo dal titolo Lo Scimmiotto, edito da Einaudi prima e da Adelphi poi, è una traduzione degli anni ’60 del testo inglese tradotto, adattato e accorciato da Arthur Waley. Sebbene questa versione consti di soli trenta capitoli rimaneggiati e accorciati, rispetto ai cento originali, e sebbene risenta della datazione della traduzione, rimane comunque un discreto testo, di piacevole lettura, che riesce a rendere abbastanza bene l’atmosfera e alcuni tratti del testo originale. Indubbiamente non risente degli stessi problemi di traduzione il testo Viaggio in Occidente, pubblicato da Rizzoli nel 1998, che è una ritraduzione più recente, ridotta a sessantanove capitoli, effettuata da Serafino Balduzzi del testo di André Lévy. Questa traduzione, inoltre, è stata messa a disposizione da Balduzzi per il Progetto Manuzio in versione integrale e può essere scaricata gratuitamente dal sito LiberLiber.

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