Mae Nak


Mae NakDonne vampiro dal lontano Oriente.

Lascia un po’ contraddetti la scelta del titolo e del sottotitolo di questo volume. Da una parte la lirica leggenda d’amore e fantasmi thailandese (Mae Nak) nel titolo e dall’altra  un cenno generico agli spiriti donna del folklore orientale nel sottotitolo. Questo perché il saggio, che va via velocemente e in maniera scorrevole anche grazie all’ottima scrittura della Campoli, si riferisce in maniera completa ed esauriente solo ai miti della Thailandia e brevemente a quelli della Malaysia. Questa brevità condensata in appena 120 pagine non è affatto un difetto visto che l’appassionato preferirà certamente un approfondimento, piuttosto che uno sterile catalogo delle leggende liquidato in fretta.

In un’abile mescolanza di vicende personali date dai viaggi dell’autrice nel sud-est asiatico e buona capacità narrativa si viene trascinati nel mondo  dei vari spiriti femminili partendo dalla Phi Pop, passando per gli spiriti delle piante Phi Tanee e Phi Takien, arrivando fino alle teste svolazzanti con budella penzoloni delle Krasue. Ampio spazio è poi dedicato alla leggenda di Mae Nak che non a caso dà il nome all’opera. Purtroppo è breve l’accenno alle motivazioni per cui tutti i fantasmi più feroci assumano fattezze femminili, ma probabilmente non era questo libro la sede giusta per trattarlo e la cosa è ben compensata dai rimandi bibliografici.

Una piccola sezione posta in coda al libro parla della rappresentazione cinematografica delle creature descritte limitandosi alle ultime opere cinematografiche che godono di sottotitoli inglesi. Giustamente non è una sezione di recensioni, ma è più una sorta di affresco di come i miti vengono recepiti e riadattati nella Bangkok di oggi. Dispiace un po’ che il libro sarà probabilmente andato in stampa prima che l’autrice potesse vedere uno  degli ultimi capolavori di Pen-ek Ratanaruang (Nymph) in cui figura per l’appunto una Phi Takien.

L’unico vero appunto, ma trattasi di peccato veniale, è legato al formato delle foto che hanno dimensioni un po’ troppo ridotte e  sono in bianco e nero. Probabilmente sarebbe venuta a costare molto una edizione con foto a colori, che avrebbe dato risalto alle immagini collezionate dall’autrice, che è anche fotografa. Ad ogni modo un piccolo saggio fondamentale  e circostanziato che arricchisce il panorama delle pubblicazioni italiane sul folklore asiatico. Promosso a pieni voti.

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