12° Far East Film Festival


FEF12 (23 Aprile – 1 maggio 2010)

INTRO

Il Far East Film Festival è il maggiore evento europeo dedicato al cinema dell’estremo oriente e che da dodici anni si tiene nella pittoresca cornice della città di Udine. Nove giorni di full immersion nella contemporaneità del cinema asiatico e nella riscoperta di vecchi classici. Settantadue film, decine di ospiti, concerti, e l’atmosfera tutta particolare dell’evento che negli anni è riuscita ad insinuarsi nel resto della città portando quest’anno alla creazione di un mercatino di memorabilia, ad un momento di confronto per co-produzioni (Ties that Bind) e ad un contest per cosplayer.
La sigla dell’evento (Exotic, Authentic, Hands-Free, No Safey) firmata dal regista indonesiano Joko Anwar era ben rappresentativa dello spirito di questa edizione; apertura con lo splatter “politico” Dream Home di Pang Ho-cheung e chiusura con l’action marziale Ip Man 2 in anteprima internazionale. Nel mezzo uno “psycho-thriller day” che alternava a classici del calibro Ghost Story of Yotsuya (Nobuo Nakagawa, 1959) frizzanti novità come i Thailandesi Phobia 2, Slice e Who Are You?.
La figura del leone l’ha fatta la Cina con dei colossal ormai totalmente competitivi con il resto del mondo, spesso con evidente efficacia e intensità (City of Life and Death, The Message). Buona la selezione hongkonghese che mostra incoraggianti sintomi di ripresa con il robusto action storico Bodyguard and Assassin e il nostalgico agrodolce Gallants.
Lode però all’Indonesia che ci regala la visione più folgorante di questa dodicesima edizione ovvero il durissimo Identity, storia funebre e necrofila, permeata di insostenibile senso del surreale cinereo.

Edizione però sottotono a livello qualitativo. Se da una parte il Festival non è stato -fortunatamente- del tutto rappresentativo della complessità e qualità del cinema asiatico dell’anno passato (almeno non totalmente), dall’altra la forte concorrenza degli altri eventi simili, praticamente inesistente fino ad appena un decennio fa, in parte ha convogliato e mutato scelte e decisioni. Il Far East Film di Udine continua a puntare sulla scoperta, sui giovani esordi e a confermare in parte i vecchi amici dell’evento. Al contempo va ammesso che questa edizione, per alcune zone di palinsesto, si è rivelata come una delle più teoriche e incisive in quanto a proposizione di riflessioni sul dove sta andando una parte (nemmeno troppo piccola) del cinema contemporaneo. Senza urlare slogan ad effetto, è vero che in parte il cinema dell’Asia ha perso alcune specificità in nome di una globalizzazione di immaginari (che fa più male soprattutto per quanto concerne il cinema di Hong Kong) ma è anche vero che lo stesso sintomo ha infettato il cinema dell’altra metà del mondo, nello stesso identico modo. Ad uscirne male è il cinema in sé che sta perdendo la propria lotta nei confronti di altri media e non un cinema in particolare. Fortunatamente, osservando quello che ci ruota intorno si possono notare da una parte dei macroscopici spostamenti strutturali delle placche terrestri cinematografiche e dall’altra degli effluvi di cinema virgineo emanare da zone nominalmente “minori”. Il Far East Film Festival 2010, in questo senso, ne è stato una buona cartina al tornasole.

CINA

Quasi tutti i registi cinesi presenti al Festival erano già passati all’evento un pugno di anni fa con altri film. E notare le mutazioni a dir poco mastodontiche interne a quel cinema fa quasi paura. Fino a pochi anni che sembrano (e talvolta lo sono) mesi, trovare sequenze di sesso o violenza all’interno di un film mainlander poteva apparire un miraggio. Ed ecco che di botto ci troviamo catapultati di fronte alle terribili e sanguigne torture di The Message o alle violenze varie (stupri, massacri, fucilazioni, decapitazioni) dell’intenso City of Life and Death, blockbuster storico durissimo sul massacro di Nanchino. Il regista di un film robusto ma tutto sommato anonimo come Gimme Kudos (2005) ritorna a co-dirigere un colossal monumentale, The Founding of a Republic, in cui recita praticamente l’intero star system cino-hongkonghese con comparse d’eccezione, praticamente tutte entusiasticamente gratuite. Un cinema quindi di nuovo riflesso di un paese, un cinema esplosivo e attualmente ultra competitivo, capace di ricostruire accecanti scenografie innalzando mezza Hong Kong sintetica in studio (Bodyguard & Assassin), un cinema al contempo forte, orgoglioso e, come accennato, sociale. Un cinema ostentatamente ricchissimo (in The Message la macchina da presa compie percorsi instancabilmente impossibili), affollato da migliaia di vere comparse (che emotivamente e visivamente fanno fortemente la differenza nei confronti degli omini moltiplicati digitalmente di altre cinematografie), da tecnici e maestranze competenti, da tecnologie all’altezza e da attori straordinari. In nemmeno 5 anni, sono stati annientati decenni di new wave coreana o thailandese, saltate a più pari. In un lustro Hollywood è già stata soverchiata ed è ufficialmente emigrata in piena Cina. Se anche i film si presentano come di difficile esportazione (ed è tutt’altro che un male) la Cina può godere di un immenso mercato interno e di un pubblico attento nel resto dell’Asia.
Al contempo non mancano ancora film più piccoli come il “buffo” One Night in Supermarket o le nostalgiche e zuccherine operette di propaganda del calibro di Quick, Quick, Slow.
Ora non resta che stare a guardare le scosse di assestamento e le prossime direzioni che questo flusso prenderà.

HORROR

“L’horror day” quest’anno è mutato in uno pseudo “Psycho Horror Day” un po’ buttato lì che accumulava film delle retrospettive e un pugno di novità. Come al solito altri titoli affini erano sparsi nell’arco dell’intero palinsesto. Qualche conferma e sorpresa tutto sommato erano presenti.
Il film di apertura, l’atteso Dream Home di Pang Ho-cheung è un ruvido slasher ultragore che richiama subito alla mente quei filmettini sovraprodotti attualmente in Francia. Ma ha comunque generato qualche malore in sala anche se dal regista era lecito attendersi qualcosa di più. La linea comunque era quella della diversità iconografica dallo stereotipo ormai inciso a fuoco nella mente di uno spettatore prevalentemente occidentale relativamente all’horror asiatico. Faceva così buona mostra di sé il bel coreano Possessed, pulito e fine tra misticismo e possessioni ed è piaciuto Slice thailandese cromaticamente interessante ma alterno tra twist già visti e cadute di tono non indifferenti. Phobia 2, film ad episodi thai, sequel del fortunato predecessore, non è così brutto come lo si vuole dipingere e regala una metà degli episodi che lo compongono tutto sommato  inventivi e stimolanti. Seven 2 One è un Pang minore, gradevole ma trascurabile, mentre Who are You? anche questo thailandese, si è incarnato come una delle rivelazioni più interessanti dell’intero Festival mostrandosi come uno dei più stuzzicanti horror asiatici dell’anno. Dallo sceneggiatore del bel Body e di 13 Beloved ha una cura visiva pop e accattivante mai pesante o barocca, effetti naif e una sceneggiatura molto strutturata che attiva perennemente il cervello grazie a continui stimoli e indizi.
Tra i colpi della Shintoho (a cui era dedicata una retrospettiva) va ovviamente citato il classico dell’horror mondiale Ghost Story of Yotsuya, il bel Ghost Cat of Otama Pond e il raro e inquietante Bloody Sword of the 99th Virgin. Oltre al “soffice” e “ingenuo” Vampire Bride va sicuramente menzionato l’ibrido e irresistibile Girl Divers of Spook Mansion, continua commistione tra giallo, thriller e horror, allietato da sensuali pescatrici di perle, fantasmi, faccendieri, misteri e una geniale quanto incisiva risoluzione finale.

INDONESIA, NUOVO CINEMA VERGINE (?)

Lo stiamo osservando da un po’ e i sintomi sembrano quelli di un cinema pronto all’esplosione e comunque interessante nei suoi imprevisti sviluppi. Attualmente il cinema Indonesiano viene alternamente visto in più modi; è il cinema della sovrapproduzione di horror mediamente poco riusciti (salvo sporadiche eccezioni) e radicati sul folklore locale, è il cinema di uno sviluppo ormai competitivo e dei filmetti “carini” (The Dreamer), è il cinema delle inspiegabili porcherie della regista Upi (The Last Wolf, Radit & Jani) ed è il cinema di un’opera folgorante, probabilmente la sorpresa dell’intero Festival, del calibro di Identity. Titolo trasognante, surreale, cupo come la morte, funereo, funebre. Sconvolgente come lo era stato il Casket for Rent o il Kinatay filippino, con questa cinematografia ha in comune alcuni tratti di agghiacciante disperazione e sporcizia strutturale. Anche l’Indonesia ha ora il suo Neal ‘Buboy’ Tan o Brillante Mendoza?

Patrick Lung Kong and His Cinema / The Sensational Films of Shintoho

Due le retrospettive di quest’anno, entrambe preziose.
Se i maestri sono coloro che producono discepoli e allievi, Patrick Lung Kong, a cui era dedicata una retrospettiva, un maestro lo è senza dubbio. A fronte di un’opera omnia a tratti ingenua e retorica, perennemente bagnata di morale cattolica i suoi film si sono mossi parallelamente e al contempo con un anticipo sui tempi locali allarmanti. Tutti i giovani registi hongkonghesi ospitati dal Festival, d’altronde, lo hanno omaggiato pubblicamente dal palco. La proiezione dei suoi film ci ha mostrato un precursore della  new wave locale, un regista robusto (Hiroshima 28), un coraggioso sperimentatore di temi (Teddy Girls) e la fonte primaria, tematica e tecnica del cinema tutto di John Woo (Story of a Discharged Prisoner, ma non solo). Viso scolpito da caratterista, presente come attore in tutti i suoi film non è un caso forse che sia stato ingaggiato da un altro maestro solitamente attento agli omaggi come Tsui Hark per interpretare il villain di turno in Black Mask.

Dal Giappone invece un altro focus che analizzava l’attività della storica casa di produzione Shintoho che in quattordici anni (1947-1961) produsse un elevato numero di opere di grandi maestri come di ottimi artigiani (Akira Kurosawa, Kenji Mizoguchi, Yasujiro Ozu..). Dei quindici film presentati al Festival vanno menzionati sicuramente i classici dell’horror Ghost Story of Yotsuya e Ghost Cat of Otama Pond, un pugno di Teruo Ishii, l’inquietante Bloody Sword of the 99th Virgin e il delizioso psychotronico Girl Divers of Spook Mansion. Preziosissima, vista anche la rarità di alcuni titoli, un’ottima opera di riscoperta e recupero che non fa che incentivare un’ulteriore ricerca e approfondimento verso un cinema che continua a fare emergere film che vanno pregiati del giusto riposizionamento all’interno della storia del cinema.

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