13° Far East Film Festival


(29 aprile – 7 maggio 2011)

Se la tredicesima edizione del Far East Film Festival si potesse riassumere solo con un nome, quello sarebbe Michael Hui; il veterano re della commedia cantonese era infatti ad Udine per incontrare il pubblico e offrire un piccola retrospettiva dei suoi lavori per il cinema. Incontenibile, lucido, commosso ha regalato un altro di quei momenti indimenticabili che il Festival ha offerto nella sua più che decennale storia.
Altro simbolo del Festival, la scaramanzia, dettata dalla tredicesima edizione e quindi il ricorrere del gesto delle corna veicolato dalla brillante sigla a tema “vampiri saltellanti” ideata dal regista di Hong Kong Clement Cheng, che già lo scorso anno aveva presentato con successo il film Gallants.
A fianco della retrospettiva su Michael Hui ce n’era una affine dedicata alla commedia dell’Asia (14 titoli), tra rarità, scemenze e classici del calibro di Pedicab Driver.
Diametralmente opposta quella invece votata alla produttrice Asakura Daisuke con ben 15 titoli pink eiga firmati da nomi del calibro di Zeze Takahisa, Wakamatsu Koji, Shinji Imaoka e Sato Hisayasu.
Serata di apertura sulla carta decisamente frizzante con la commedia nera cinese Welcome to Shama Town, seguito a ruota dal nuovo film girato con un iPhone4 da Park Chan-wook, Night Fishing e il colossal in costume di Alan Mak e Felix Chong The Lost Bladesman. La chiusura invece era affidata -come da norma- alla nuova (deludente) produzione di Johnnie To, Punished di Law Wing-cheong.
L’elemento del palinsesto che più saltava all’occhio era l’assenza dell’ormai appuntamento fisso dell’horror day; alcuni film del genere comunque vagavano liberi all’interno della programmazione; dal mainstream Paranormal Activity 2: Tokyo Night al venefico malese Seru, dal thriller sanguigno Bedevilled al folle Hantu Kak Limah Balik Rumah di Mamat Khalid fino alla nuova pazzia della Sushi Typhoon Yakuza Weapon.

All’interno di un palinsesto che forse non ha regalato nessun capolavoro ma la cui qualità media era continua, hanno fatto ottima figura i film sudcoreani dopo alcuni anni di basso livello, mostrando una ritrovata capacità di scolpire personaggi e di utilizzare i generi (ma anche di proporre uno dei peggiori film dell’annata come The Showdown); Villain & Vidow, The Man from Nowhere, The Unjust, Troubleshooter sono titoli medi ma di ottimo, e a volte anche di più, intrattenimento.

Due i film che saranno ricordati con maggiore enfasi, probabilmente; il primo, cinese, è The Piano in a Factory, migliore proiezione del Festival, intenso e magistrale. L’altro è un minuscolo pink eiga bizzarro, Underwater Love, strampalata e delirante storia d’amore e di sesso di un kappa; un film piccolissimo e povero a cui hanno messo mano grandi nomi come Chris Doyle (un fedelissimo di Wong Kar-wai) alla fotografia e gli Stereo Total alle musiche. Un film che ha diviso e sorpreso/sconvolto il pubblico con il pregio però di non aver lasciato nessuno indifferente.

Sempre più la nuova Hollywood, la Cina ha regalato una grande manciata di colossal perfetti e patinati di alterna resa e qualità, dai nuovi Feng Xiaogang (il campione di incassi Aftershock) e Zhang Yimou (Under the Hawthorn Tree) all’ottimo action western Wind Blast passando per film più pacati come il già citato The Piano in a Factory.

Poche sorprese invece da Hong Kong e Thailandia. Hong Kong faceva capolino con un raro film d’autore, l’anomalo The Drunkard di Freddie Wong e due deludenti produzioni di Johnnie To (Don’t go Breaking My Heart e Punished), un inutile nuovo film di Barbara Wong (Perfect Wedding) l’apprezzato dal pubblico Lover’s Discourse e il poco convincente The Stool Pigeon di Dante Lam.
Tre soli film dalla Thailandia che gli anni precedenti era stata uno dei paesi più studiati e capaci di regalare un piacevole rapporto qualità/quantità.

Tra le varie delusioni dal Giappone, faceva invece buona mostra di sé Confessions, il pachidermico ma intenso nuovo lavoro di Nakashima –Kamikaze Girls -Tetsuya tratto da un bestseller locale che si è poi aggiudicato meritatamente il premio sia dei Black Dragon che di My Movies. I premi dei White Dragon sono invece piombati inaspettatamente nelle mani di Aftershock (al primo posto) del già citato nuovo film di Zhang Yimou e al terzo posto incomprensibilmente (se non per la presenza in sala di regista e attrice) della commedia filippina Here Comes the Bride.

Confermato il raduno vetrina per cosplayer in testa all’evento e feste serali -ahimè- quasi interamente dislocate in uno scomodo e anonimo parco fuori città che hanno reso gli eventi feste per i cittadini locali più che per gli ospiti del Festival.
L’impressione è stata quella di un’edizione che ha restituito l’aria di cambiamento e evoluzione del cinema asiatico e che il Festival di Venezia successivo avrebbe poi confermato con prepotenza. La tredicesima edizione del Festival è sicuramente stata più delle altre immediatamente precedenti un’ottima cartina al tornasole dello status quo e siamo particolarmente felici di dichiararlo dopo anni in cui abbiamo dovuto nostro malgrado suggerire il contrario. Nonostante la concorrenza spietata e la difficoltà sempre maggiore a fronte di tagli e crisi di scoprire il nuovo e mettere mano ai nomi “grandi” il CEC è riuscito a confezionare un’edizione di elevatissima qualità e autorevolezza. Osservando gli innumerevoli segnali in questo senso le prospettive per la prossima edizione non possono che essere rosee.

 

I luoghi del Festival

 Gli ospiti

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