20° Far East Film Festival


(20 – 28 aprile 2018)

Far East Film Festival di Udine anno venti, ventuno se contiamo anche l’edizione zero dedicata solo al cinema di Hong Kong.

Per celebrare degnamente un altro decennio conclusosi, la crew del Festival ha lavorato tenacemente e con continuità nel creare un progetto in continua espansione. Quello che balza subito agli occhi è il numero spropositato di eventi (circa 100) paralleli al Festival stesso, che hanno “invaso” l’intera città, contaminandola di forme diverse e antitetiche di cultura orientale.

C’è però una cesura il più delle volte netta tra il pubblico degli stessi eventi e quello del nucleo principale cinematografico. Gran parte dell’utenza che partecipa alle attività più popolari come il raduno di cosplay o gli eventi dedicati ai manga, anime e videogiochi non ha idea di cosa sia l’evento che si tiene al Teatro Nuovo Giovanni da Udine. Ma permettono al Festival di crescere e inserirsi in maniera più indolore in un tessuto urbano talvolta diffidente.

In questo contesto laterale abbiamo partecipato in maniera attiva; il 25 aprile al mattino abbiamo tenuto una conferenza affollata in Galleria Tina Modotti sondando il rapporto, o meglio i rapporti, che legano manga, videogioco e cinema. Il pomeriggio, invece. abbiamo partecipato come relatori ad un secondo incontro organizzato dall’Archivio Italiano dei Giochi sul tema del “gioco nel cinema asiatico”.

Numerosi eventi hanno affollato ogni angolo del centro, da mercatini di cibo e gadgets a laboratori, corsi, mostre, esposizioni sui quali spiccava il pregio di Ragazze Cattive, l’esposizione dedicata alla fumettista coreana Ancco al Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Casa Cavazzani, evento abbinato alla pubblicazione di un volume cartaceo dell’autrice.

Tornando all’aspetto prettamente cinematografico, l’edizione 2018 si è fatta notare per il numero particolarmente alto di ospiti pervenuti dall’Asia; i 2/3 delle proiezioni erano anticipate dalla presenza di registi, attori e produttori. In questo senso il climax è stato raggiunto dalla presenza delle due veterane “cinesi”, Sylvia Chang, strabordante carisma, che ha invitato a riscoprire il cinema su grande schermo e la divina Brigitte Lin a cui era dedicata una mini retrospettiva e che ha ricevuto il Gelso d’Oro alla carriera. Sul palco si è spesa nel narrare la propria vita travagliata, nel citare aneddoti, nel ringraziare, accompagnata da Nansun Shi, una delle più rilevanti produttrici sulla piazza e già moglie di Tsui Hark. Nel mezzo della premiazione è anche giunta a sorpresa, direttamente da Hong Kong, la figlia dell’attrice per consegnarle un mazzo di rose rosse. Uno dei momenti più emozionanti del Festival.

E infine i film. Il Festival si è mosso totalmente in bilico tra reppresentatività e scoperta. Quindi potevano mancare titoli fondamentali ma al contempo, come dalle origini, il Festival continua a tentare la carta delle opere prime e di autori meno noti. Certo, cinque titoli per Taiwan sono troppi (anche se uno, d’animazione, è comunque scelta gradita a prescindere dal risultato finale) a fronte di due soli per Hong Kong (facilmente raddoppiabili), almeno tre coreani potevano essere evitati anche se alcuni avevano l’alibi della rappresentatività, e tre cinesi potevano essere sostituiti da altri titoli con facilità. Praticamente perfetta la selezione giapponese e apprezzata quella delle cinematografie minori.

Tra i film nuovi non si è visto probabilmente un capolavoro ma il livello medio era decisamente alto. Altro discorso per le sezioni laterali e le retrospettive dove non era affatto difficile imbattersi in classici e film immortali. La proiezione di Hong Kong Express, tra le altre, è stato un momento totalmente indimenticabile.

I film migliori sono stati, dal Giappone, The Scythian Lamb di Yoshida Daihachi, con una tela di personaggi male assortiti sprofondati nel folklore di una cittadina di provincia e The Blood of the Wolves di Shiraishi Kazuya che è riuscito magistralmente a ricreare l’etica e l’estetica di uno yakuza eiga di Fukasaku con aggiornamento nel campo dell’estremo e del mostrabile al cinema.

Dalla Corea del Sud, Little Forest di Yim Soon-rye sorta di remake di un dittico giapponese tra provincia, agricoltura, cucina e gran senso del bucolico e agrodolce e il thriller Forgotten, con un soggetto improbabile ma un incastro complesso e suggestivo, dotato di un gran twist.

Dalla Cina il nuovo Feng Xiaogang, Youth, racconta il periodo maoista attraverso gli occhi di un corpo di ballo militare mentre Wrath of Silence di Xin Yukun è un nuovo noir cinese rurale suggestivo anche se non dei migliori.

Infine dalla Thailandia Bad Genius di Nattawut Poonpiriya, uno dei film popolari più riusciti e iconici dell’anno, sorta di commedia/dramma basato sull’arte di copiare i compiti a scuola; sceneggiatura ad orologeria e senso della tensione altissimo.

Intorno, molti altri film. Anche titoli minori ma di autori indiscussi come Kiyoshi Kurosawa o Zeze Takahisa mostrano come il grande schermo non serva solo a glorificare gli effetti speciali e l’audio con i bassi carichi, ma per tornare ad una narrazione che abbia senso solo su un grande schermo e che utilizzi i mezzi propri del vecchio cinema nativo.

Due film per Ryoo Seung-wan, il bellissimo Veteran e il buono The Battleship Island e buone prove trasversali ai vari paesi.

Vale la pena citare le esperienze traumatizzanti del singaporese Diamond Dogs, thriller pulp tra sesso, maggiorate, musica metal, freak e arti strappati a mano nuda e l’indonesiano Night Bus, sorta di film di assedio all’interno di un bus in movimento nel bel mezzo di bande in piena guerra civile.

Tra i più premiati hanno svettato l’impegno politico del coreano 1987: When the Day Comes e al contrario l’esilità indipendente del giapponese One Cut of the Dead.

A metà festival a chiarire come stiano mutando radicalmente le dinamiche cinematografiche nel mondo è arrivato il colossal bellico di Dante Lam, Operation Red Sea, il film dei grandi incassi dell’anno, sorta di prodotto di guerra a livelli a metà strada tra Call of Duty e Sniper Elite. Un qualcosa di talmente fuori scala da lasciare spaesati e confusi.

In chiusura, la solita speranza è che possa prima o poi infrangersi il monopolio che subiamo e tanto di questo buon cinema possa raggiungere anche le nostre sale con la dignità, il rispetto e gli incassi che merita.

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