Officina Asia


2004-Officina Asia

Bologna, Galleria d’Arte Moderna

5 Giugno – 5 Settembre 2004 )

Quest’anno l’arte si tinge d’Asia. Molte sono infatti le mostre e le rassegne dedicate a quest’immenso continente, ma soprattutto questa mostra mette in luce l’arte asiatica nella sua modernità. 

La definizione Officina è un classico della Galleria d’Arte Moderna di Bologna; da otto anni, ad intervallo biennale, ha infatti ospitato nelle sue enormi sale questa particolare rassegna tematica. Officina è il termine utilizzato per classificare questo tipo di esposizioni, nelle quali vengono presentate opere già compiute e opere preparate sul luogo, accomunate dall’origine geografica dei propri creatori. 

Officina Asia è stata quindi la quarta messa in scena di tale rassegna, che si colloca a seguito di un’Officina Italia, un’Officina Europa e un’Officina America, avvenute a partire dal 1997. Quest’anno, oltretutto, l’esposizione si è triplicata suddividendosi in altre due speciali sedi espositive, cioè il Palazzo dell’Arengo di Rimini e la Galleria Comunale d’Arte e la Galleria d’Arte ex-Pescheria di Cesena.

Forse erroneamente allestita nel poco felice periodo estivo, in cui la gente preferisce rosolarsi al sole piuttosto che appagarsi artisticamente nel fresco di un museo, la mostra nella sede bolognese è stata tuttavia un reale spettacolo.

 Nei tre piani della GAM, a cui sono state sottratte solo poche sale per altre esposizioni parallele, ci sono sfilate davanti centinaia di opere di vario tipo e dimensione. Raccogliendo soprattutto le grandi esposizioni parietali e gli allestimenti, questa sede ha presentato la maggior parte dei lavori degli autori cinesi, giapponesi e coreani che hanno preso parte alla mostra. Molti di questi artisti, oltretutto, oltre ad aver presentato performances all’inaugurazione, hanno lavorato all’interno della struttura della GAM, dipingendo direttamente sulle pareti imbiancate e interagendo con l’ambiente per farlo diventare esso stesso un’opera.

 Ogni lavoro a proprio modo, ha rappresentato la perfetta simbiosi tra il classico stile dell’estremo oriente e la modernità: come il body painting fatto a mo’ di tradizionali pitture paesaggistiche o grandissimi quadri dove si affiancano figure giapponesi di gusto Edo e ipertecnologici marchingegni della nuova Tokyo. 

E se i colori squillanti che ricordano le feste della Cina antica si ritrovano nelle fotografie, e il gusto per il futuro e la ricerca emergono in misteriose ed affascinanti “sculture robotiche”, il fascino nei confronti della “lontana” tradizione occidentale viene ricordato da un’artista giapponese che ha incentrato tutto il suo lavoro sul tema del Minotauro, vestendone anche i panni nel giorno del vernissage.

 Era probabilmente impossibile non trovare qualcosa che piacesse in questa Officina Asia, poiché vi era un così grande assortimento di lavori e tematiche da riuscire a stordire l’osservatore con infiniti spunti di riflessione e osservazione. Per gli amanti dell’arte su tela, numerosi esempi erano dati sia da acrilici che da opere fatte in xilografia o più moderne stampe da computer. Per la scultura, oltre ai già citati robot, si trovavano anche numerose elaborazioni di manichini, nonché una piccola stanza, zeppa di abiti creati con i più disparati materiale. La fotografia, poi, la faceva da padrona, sia con immense rappresentazioni, che con più discrete tavole che giocavano con l’uso della materia in opposizione con il corpo umano e con il corpo umano visto come materia.

E se per molti l’oriente non è altro che il luogo da cui nascono i manga, anche queste persone sarebbero rimaste senza parole nell’osservare una stanza bianca e blu dove tante ninfette emergevano nei vari angoli, dal soffitto o da pietre ovoidali incastonate nelle pareti, tratteggiate solo dai loro contorni in nero o celeste, tipiche della grafica dei manga. Non è da dimenticare poi la presenza di video, di vario tipo, dalle più stilizzate rappresentazioni in flash, ad un vero e proprio cortometraggio di animazione che narrava la storia di una bambina in un mondo di lupi mostruosi. E, naturalmente, vi erano anche esempi di video art con alcuni cortometraggi dai temi più disparati: il corpo meccanico, la caducità dell’uomo o un inquietante karaoke. 

Eppure, questo susseguirsi di colori, veniva a volte interrotto bruscamente da monocromatiche opere che facevano distogliere un attimo l’attenzione dalla materia stessa per passare ad una dimensione lontana, piena di una spiritualità forse ancora poco comprensibile al mondo occidentale. In particolar modo, immergendosi in una stanza completamente buia, introdotta da un allarmante cartello che suonava tipo “chiamare il guardiasala se non si riesce a trovare l’uscita”, dopo essersi finalmente adattati a questa atmosfera notturna, si poteva contemplare ad altezza occhi un piccolo paesaggio fatato. A centro sala, infatti, illuminata a malapena, vi era una piccola casetta, circondata da un bosco di latifoglie immerso nella neve. E nel silenzio ci si potevano immagine i suoni delle notti invernali ad Hokkaido o forse i più familiari scorci di montagna, senza pensare che all’uscita della stanza ci si sarebbe di nuovo immersi nei colori dell’Oriente. 

Ma dove tante parole risultano forse inutili, tutte le descrizioni possono essere date dalle foto di tante bellissime creazioni, rammaricandomi di non essere riuscita a visitare anche le altre due esposizioni…

(Foto a lato di Natascha Wilms (NW) e Senesi Michele Man chi & Martina Leithe Colorio (S&C))

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