6° Far East Film Festival


2004-FEFF6Udine, 6° edizione

(19 Aprile – 23 Aprile 2004)

27 aprile

Partiti da casa di buon’ora, siamo riusciti ad arrivare giusto per il secondo spettacolo (la retrospettiva su Chor Yuen, per quanto interessante, abbiamo stabilito che fosse sacrificabile, quindi non abbiamo seguito i film delle 9.30). Perciò siamo partiti subito con un ottimo horror. Quale miglior inizio?

TEAR-LADEN ROSE 
Chor Yuen 
(Hong Kong, 1963, 98′) 
-

THE UNINVITED 
Lee Su-yeon 
(South Korea, 2003, 126′) 

Dopo una prima parte forse troppo lenta e ripetitiva, prende corpo una intrigante vicenda a sfondo orrorifico che si rivela complessa e ben congeniata (una ragazza con poteri paranormali riesce a rievocare il passato dimenticato di un arredatore con delle visioni), sviluppata con un ritmo lento e sempre misurato. I virtuosismi registici, come ripetute carrellate e cambi di fuoco, non suggeriscono per niente l’idea che ci si trovi di fronte ad una regista al suo primo lavoro. La recitazione sommessa degli attori (Jeon Ji-hyun, dopo l’effervescente prova di My Sassy Girl, qui in un ruolo più introspettivo e sofferente) e le luci perennemente trasversali che creano mille giochi di ombra, rendono bene l’idea di un’oscurità calata sui personaggi, come effettivamente si rivela il loro passato. Però i significati del film sono da ricercare senza dubbio ad un livello psicologico più profondo: il senso di colpa, il pentimento, il rifiuto della realtà sono aspetti che ricorrono continuamente e che ci fanno in questo modo rendere conto di trovarci ben al di là di un qualsiasi horror convenzionale. ****

WINTER LOVE 
Chor Yuen 
(Hong Kong, 1968, 104′) 

Una storia d’amore tormentata dalla sorte che, per quanto tragica e depressiva, ha offerto momenti di ilarità, dovuti parzialmente anche all’età della pellicola. *

THE COLDEST DAY 
Xie Dong 
(China, 2004, 100′) 

Il regista Xie Dong, alla sua prima regia dopo essere stato assistente per Zang Yimou, ha voluto sperimentare con le immagini e con la trama. Colori slavati al limite della tricromia (bianco-nero-marrone), sfocature estreme e inquadrature ricercate fanno da integrazione visiva a una storia di tradimenti e fedeltà, narrata con disincantato distacco, di una coppia con relativi amanti. I personaggi sono invece molto passionali e reali e portano un po’ di calore a quello che altrimenti sarebbe un freddo tentativo di coniugare il cinema d’autore con quello di consumo. ***

Korean Cinema 
Bong Man Dae 
Lee Eon-hee 
Lo scatenato regista di Sweet Sex and Love e la deliziosa autrice dell’avvincente …ing, hanno illustrato (in poche battute, visto che la traduzione in tre lingue diverse ha rubato non poco spazio) la situazione del cinema coreano, le differenze tra mainstream e videocassetta, il ruolo della censura, ammettendo di essere molto contenti di poter portare all’estero i loro film.

THE TWILIGHT SAMURAI 
Yamada Yoji 
(Japan, 2002, 129′) 

Facendo uso di tempi volutamente e squisitamente dilatati, Yamada sviluppa felicemente, nel suo quasi ottantesimo film, una solida sceneggiatura che, per quanto essenziale, sa sempre catturare l’interesse dello spettatore senza mai denunciare un cedimento nell’impianto narrativo. Il vero punto di forza del film però risiede certamente nel profondo spessore dei protagonisti (ottimamente interpretati, peraltro), nella ricca gamma dei personaggi secondari, e nelle loro interazioni che generano una miscela di momenti ora comici, ora drammatici. Le dettagliate scenografie e i costumi ben calano le vicende all’interno di un contesto storico medievale, all’interno del quale i problemi, tuttavia, rimangono saldamente ancorati ad una problematica attuale, veicolo per il regista di una comunicazione matura e originale. Premio del pubblico largamente meritato. *****

THE BODYGUARD 
Petchtai Wongkamlao 
(Thailand, 2004, 110′) 

Dopo i primi promettenti ed esplosivi dieci minuti questo demenzial-poliziesco si rivela invece un soporifero concentrato di battute non proprio esilaranti e di azione sì esasperata, ma alquanto noiosa. Per metà film ho allora deciso di schiacciare un pisolino, per arrivare più presente all’ultimo spettacolo. *

DRAGON LOADED 
Vincent Kuk 
(Hong Kong, 2003, 101′) 

Visto l’inizio e inquadrato il film come commedia-demenziale-honkonghese-inutile-con-battute-a-raffica-e-personaggi-stupidi, considerate l’ora, la stanchezza accumulata e il sonno già iniziato nel film precedente, abbiamo declinato e siamo corsi a nanna.

28 aprile

Risveglio traumatico (disturbati da dolci donzelle alle prese con docce e colazioni), una veloce spesa al supermercato per la cena serale (gli incontri con i registi non lasciano tempo per un pasto decente) e arriviamo al teatro a secondo film già iniziato…

A MAD WOMAN 
Chor Yuen 
(Hong Kong, 1964, 100′) 
-

HEROIC DUO 
Benny Chan 
(Hong Kong, 2003, 101′) 

Produzione con un budget medio-alto, Heroic Duo può vantare scenografia, fotografia, montaggio, colonna sonora e cast impeccabili e curati. La trama verte attorno ad un ipnotizzatore, nemico-amico di un poliziotto assieme al quale deve catturare un criminale senza scrupoli, e offre un intrattenimento sincero e intenso, anche se basato unicamente sull’azione. Azione che è quella tipica di Hong Kong, con i suoi pregi e i suoi difetti: inquadrature ricercate (le scene di inseguimento viste dall’alto e dal basso), ritmo serrato che non annoia mai, personaggi plausibili e temi adulti; però anche limitatezza nei contenuti e difficoltà nella comprensione di certi passaggi (soprattutto in alcune scene d’azione). ***

THE HUNTER AND THE HUNTED 
Narushima Izuru 
(Japan, 2004, 110′ ) 

Modesto, minimalista e misurato. Questi i pregi di un film con dei personaggi molto umani, verosimili e ottimamente interpretati, che danno vita al rapporto di simpatia e affinità tra un poliziotto e un rapinatore. Molto significativo anche il rapporto del poliziotto (il kurosawiano Koji Yakusho) con la figlia. Si sorride, si ride e si seguono volentieri le fasi delle loro vite che, verso la seconda parte del film, con l’ambientazione autunnale che suggerisce anche un momento particolare nella vita dei due, prendono una piega dolce-amara. ****

BRIDAL SHOWER 
Jeffrey Jeturian 
(Philippines, 2004, 128′) 

L’estremo protrarsi (oltre le due ore, ma sembravano tre) di questa insipida e noiosa commedia incentrata sulle relazioni amorose di tre giovani filippine, esaspera lo spettatore, continuamente sballottato tra le sorti ora dell’una ora dell’altra ragazza, tra situazioni continuamente riproposte e rapporti minimamente interessanti. Si sfiora quasi il livello delle nostre produzioni televisive. *

Chinese Cinema 
Zhou Xun 
Li Shaohong 
Xie Dong 
Li Zhao 
Devo dire che non ho seguito molto il dibattito con i cineasti cinesi, vuoi perché devastato dalla estenuante visione del film precedente, vuoi perché calamitato dalla magnetica presenza di una stellina come Zhou Xun. Ci siamo comunque chiariti le idee sulla pellicola usata da Xie Dong per Coldest Day (digitale ad alta definizione) e sugli intenti di Baober (descrizione della situazione di repentina crescita-stravolgimento della Cina).

BAOBER IN LOVE 
Li Shaohong 
(China, 2004, 100′) 

Dopo averne letto e sentito parlare per giorni, eccoci alla visione di uno dei film forse più importanti dell’intera rassegna. Ingiustamente rapportato al francese Amelie (parecchio più lineare e intimista), Baober è un tecnologico, multicolore e affascinante concentrato di simbolismi, con protagonisti fuori dal tempo e proiettati in un mondo metafisico ed evanescente infarcito di sequenze oniriche e flashback riguardanti il passato. La trama, alquanto intricata e mancante di una coesione logica rigorosa, rimanda in ogni occasione ad un significato rapportabile alle trasformazioni radicali e traumatiche occorrenti nella Cina attuale (i palazzi che nascono dal nulla, l’enorme stanza che viene arredata in fretta…) e alle nuove malattie della società moderna (la solitudine, le patologie psichiatriche…). Trasformazioni che segnano la protagonista, una fatina innamorata e fragile – magnificamente interpretata da una deliziosa Zhou Xun – che, attraverso svariate vicissitudini, perde gradatamente la propria identità fisica e psicologica per assumere contorni sempre più evanescenti, enigmatici, dolorosamente consumata da un male interiore. Fino al tracollo finale. ****

SUMMER EXERCISE 
Pang Ho-Cheung 
(Hong Kong, , 10′?) 
Proiettato a sorpresa, questo interessante corto è trattato in ogni sequenza con procedimenti in CG che lo fanno risultare un tour de force stilistico per gli occhi. Sperimentalismo con una trama minima (un bambino oppresso fa fuori un professore) ha piacevolmente intrattenuto il pubblico presente con i suoi colori sparati e il montaggio serrato. ***

MEN SUDDENLY IN BLACK 
Pang Ho-cheung 
(Hong Kong, 2003, 99′) 

L’intreccio narrativo ruota attorno alle divertenti peripezie di quattro impenitenti e decisissimi mariti intenzionati a spassarsela, sviluppando però un delirante parallelismo parodistico con il genere poliziesco che vede i mariti-criminali impegnati in azioni di fuga dalle mogli-poliziotti. È tutto un susseguirsi di gag e situazioni esilaranti, musiche solenni e atteggiamenti da scontro epocale. Nonostante queste premesse, tuttavia, alla lunga la proposta stanca e si arriva all’epilogo (per niente scontato) stremati e non più così attenti alle strampalate trovate di Pang. ***

WILD CARD 
Kim Yoo-jin 
(South Korea, 2003, 112′) 

Sebbene ambientato ai giorni nostri, l’atmosfera sa un po’ di anni ’70, sia per la storia proposta che per la fotografia, con i suoi colori tenui e autunnali. Incentrato principalmente sulla figura di due poliziotti alle prese con dei teppisti assassini, il film risulta purtroppo leggermente banale e scarno nel comparto narrativo, consentendo però allo spettatore di apprezzarne i momenti più intensi (la violenza brutale, gli inseguimenti…), quelli più distesi e anche quelli umoristici. Alla fine, quindi, grazie anche alla bravura degli attori (il Yang Dong-Kun di Address Unknown e il Jung Jin-young di Hi! Dharma) e al sincero intrattenimeto offerto, non vengono deluse le aspettative. ***

Solo soletto (il mio collega ha accusato un leggero malore e mi ha abbandonato alla visione degli ultimi due film) me ne torno silenziosamente in albergo, cercando di riposarmi al meglio per l’indomani.

29 aprile

Incredibilmente, dopo due giorni si comincia a prendere il ritmo giusto (peccato tornare proprio stasera) e così ci siamo ritrovati più in forma che mai, pronti per l’ultimo nostro giorno al Far East, che inizia con il secondo film della mattinata. Arriviamo, ovviamente, in leggero ritardo.

THE HOUSE OF 72 TENANTS 
Chor Yuen 
(Hong Kong, 1973, 102′) 
-

BAYSIDE SHAKEDOWN 
Motohiro Katsuyuki 
(Japan, 1998, 119′) 

Anomalo poliziesco, molto giapponese, tranquillo e realistico, il film di Katsuyuki si lascia comunque gradire anche per merito del sapiente dosaggio di scene e interpretazioni. I personaggi, già collaudati nella serie TV di cui questo è il primo lungometraggio, si dividono nettamente fra protagonisti – che devono fare cose diverse ed eclatanti rispetto al telefilm – e secondari – che il pubblico già conosce, ma che qui restano decisamente abbozzati – entrambi rappresentati in controtendenza rispetto alle consuetudini holliwoodiane del genere: sono pieni di dubbi, quasi non-violenti, attenti ai rapporti interpersonali; umani, insomma. La pellicola scorre quasi senza intoppi fino al finale, veramente troppo pomposo e retorico, il cui ozioso indulgere in certe situazioni però può essere giustificato in funzione di un’esigenza di botteghino. **

LOST IN TIME 
Derek Yee 
(Hong Kong, 2003, 109′) 

Questo meló made in HK non rimarrà nella memoria collettiva come un film epocale, ma bisogna riconoscere che riesce a convincere e appassionare la scelta di una recitazione umile abbinata a vicende toccanti. Una Cecilia Cheung, addolorata e imbranata, eredita dalla morte del suo ragazzo il figlio e il lavoro di lui, facendo in seguito la fortuita e fortunata conoscenza di Lau Ching-wan, pacioso e servizievole buon samaritano, che si rivelerà, forse, un nuovo amore. Niente da rimproverare al copione (fin troppo liscio) e alla fotografia (fin troppo patinata), mentre forse si potevano evitare certi passaggi (v. l’orfanotrofio) palesemente inseriti per smuovere gli istinti pietosi degli spettatori. ***

JOSEE, THE TIGER AND THE FISH 
Inudo Isshin 
(Japan, 2003, 116′) 

Lei una ragazza inferma, vitale e volitiva; lui un giovane gentile e coraggioso; poco altro serve a questo cinico, dolce, umile dramma-commedia per funzionare egregiamente, incentrato com’è sul credibile rapporto esistente tra i due, sui loro dubbi, le certezze, le gioie. Questi verosimili ma allo stesso tempo straordinari caratteri, sempre vigorosamente tratteggiati, sono contraddistinti da comportamenti che maturano con il progredire del film e con la loro crescita, verso una serenità e una libertà che (soprattutto per lei) sarà una conquista fondamentale. Non si può non rimanere affascinati dalla protagonista e dalle sue sfortunate vicende. Non si può non rimanere invischiati nell’onesto, ma non per questo meno geniale lavoro svolto dal regista, dagli scrittori, ma in particolar modo dagli attori, che insieme concorrono a far decretare Josèe il miglior film visto al Far East di quest’anno. *****

SOUTH-EAST CINEMA 
Erik Matti 
Jeffrey Jeturian 
Chris Martinez 
Alfred Vargas 
La corposa e variegata compagine filippina ha testimoniato una preoccupante recessione all’interno del sistema cinematografico della loro nazione, adducendo come causa la mancanza di investimenti da parte delle case di produzione locali, interessate unicamente in soap opera e progetti a rendimento sicuro. Nonostante questo i registi cercano di barcamenarsi (magari girando pubblicità) e di realizzare quello che rientra nei loro progetti “artistici”. I filippini sapevano tutti l’inglese ed erano entusiasti di partecipare al Far East e di avere un pubblico straniero così attento.

…ING 
Lee Eon-hee 
(South Korea, 2004, 102′) 

Una storia di amicizia, che è anche una tragedia-percorso che condurrà i protagonisti a una dolorosa comprensione del proprio destino, chi verso l’ineluttabile e temuta fine, chi verso una graduale, disperata affezione, chi verso un’amore che deve imparare ad essere rassegnazione. Per stessa ammissione della regista, l’elemento romantico è stato aggiunto per far rientrare il film in una categoria ben definita – requisito essenziale per ottenere un finanziamento in Corea -, quando invece il principale nucleo tematico voleva essere in origine quello di un inconsueto e affettuoso rapporto madre-figlia e dell’importanza del presente in cui esse vivono (da cui -ing, come la desinenza del presente progressivo inglese). Emerge inoltre un altro importante motivo durante la visione: quello del diverso, del mostro emarginato e isolato. Quindi non un dramma convenzionale e tranquillizzante, ma un’esperienza ricca, commovente, delicata, anche divertente. Nonostante questo, potrà non piacere ad alcuni il suo essere ben confezionato, anzi patinato, forse melenso a tratti, però bisogna riconoscere alla Lee (al suo primo lungometraggio) una scelta azzeccata e una regia già matura e interessante, con i suoi affascinanti giochi di luce e le sue ripetute sfocature. ****

BAYSIDE SHAKEDOWN 2 
Motohiro Katsuyuki 
(Japan, 2003, 120′) 
Visto il non eclatante prequel, non mi è dispiaciuto perdermi il secondo capitolo della saga poliziesca nipponica.

SWEET SEX & LOVE 
Bong Man-dae 
(South Korea, 2003, 90′) 
Peccato invece per il sexy-film di Mr Bong (che pare aver fatto faville nelle nottate udinesi). Vedrò di procurarmelo in dvd.

Mentre nel Teatro Nuovo Giovanni da Udine l’ultimo spettacolo notturno stava per terminare, io riposavo le stanche ossa nel mio lettuccio, cercando di riordinare le impressioni ricavate dalla visione di ben 15 film, alcuni trascurabili, certo, altri che invece hanno ben valso lo sforzo di questa 3-giorni. O forse dormivo.

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