22° Torino Film Festival


2004-Torino Film FestivalTorino, 22° edizione 

12 novembre – 20 Novembre 2004 )

Appena arrivato all’ombra a dire il vero un po’ inquietante della Mole Antonelliana scorro il programma con la solita trepidazione. E il programma, naturalmente, non delude gli appassionati di cinema orientale.

Nel concorso ufficiale c’è Casshern, il molto atteso Kyashan-film (che puntualmente riuscirò a perdermi, ma che spero di recuperare quanto prima in sala); c’è The Beautiful Washing Machine, secondo parto del regista malese James Lee; c’è l’esordio, davvero interessante, di una minuta regista giapponese che risponde al nome di Iguchi Nami, Inu Neko (The Cat Leaves Home); c’è un action cantonese di Wong Ching Po, Jiang Hu (Left Hand), passato abbastanza inosservato; c’è un altro esordio, anche questo estremamente interessante, dell’artista-regista cinese Yang Fudong (assidua presenza nei luoghi del festival), Mosheng Tiantang (An Estranged Paradise); c’è infine un atteso secondo film del coreano Kim In-Sik, già autore del bellissimo Road Movie, al festival con una storia di passione intitolata Hypnotized. E siamo appena al Concorso ufficiale.

Fuori concorso il programma si fa addirittura più stuzzicante. Inevitabile non citare la prima italiana del re-remake The Grudge dell’ormai noto (forse troppo) Shimizu Takashi. Sulla validità del film non c’è da giurarci, ma la presenza di Sarah Michelle Gellar ha già sbancato i botteghini americani. Si vedrà al cinema. Due film  del prolifico e apprezzatissimo Johnnie To: Breaking News, un film che dopo il passaggio a Cannes è già storia, e la prima mondiale del movimentato e divertente Yesterday Once More, la commedia-gialla girata in parte a Udine con il divo Andy Lau e Sammi Cheng

Sempre da Hong Kong arrivano il cappa e spada The Huadu Chronicles: Blade of the Rose e l’attesissimo New Police Story, due film che in un modo o nell’altro hanno placato la sete dei numerosi fans italiani di Jackie Chan (soprattutto il secondo, un action di grande bellezza visiva, nel quale Jackie Chan dà il meglio e il peggio di sé passando dalla parte di commissario numero uno a quella di commissario alcolizzato e depresso salvato da un ragazzino intreprendente). Ultima citazione per il giapponese Ishii Sogo e il suo Dead End Run, nuovo esercizio di spappolamento dei generi in un stile epilettico e debordante. Tre episodi idealmente collegati tra loro; l’ultimo, con Tadanobu Asano, è un frammento di cinema davvero emozionante.

La sezione Detours, dedicata alle sperimentazioni più “radicali”, sorta di laboratorio cinematografico di scoperta, dedicava un’intera sezione alla Cina, rappresentata a dire il vero un po’ miseramente (ma per rappresentare un continente come la Cina ci vorrebbe un intero festival) con una selezione di nove corti-mediometraggi e con il lungometraggio Good Morning, Beijing di Pan Jianlin, film davvero riuscito, storia notturna di gansters, prostitute, sigarette, di girovagare in auto alla ricerca di una ragazza rapita che forse non verrà mai ritrovata. Un film pessimista e poco conciliante, capace di gettare una luce oscura sul futuro del molosso cinese.

Un pessimismo che viene confermato generalmente da quasi tutti i corti, da Yick Sum Poon con il suo Ding/Still, storia di alienazione quotidiana a Hong Kong, purtroppo non granchè riuscita sul profilo filmico, dallo splendido collage di immagini inutili e casuali The Moments di Zhi Jiang, dal quasi gemello In Public del più conosciuto Jia Zhang Ke, dai corti di Bai Fujian e dall’esilio geografico e interiore della protagonista di Far and Near, Xiaolu Guo.

Diverso il discorso per il già citato Yang Fudong, che con i suoi due corti Hey. The Sun is Rising e il mizoguchiano e affascinante Liulan segue una sua personale nouvelle vague che (insieme al lungometraggio in concorso) lo rende la vera scoperta cinese di questo festival. Un regista di cui senza dubbio sentiremo ancora parlare, e che qualcuno ha già definito “un Godard d’oriente”.

Altri  detours…

 Astigmatism del filippino Jon Red è uno di quei film di cui non si capisce la presenza al festival. O forse sì: il film narra, totalmente in soggettiva, la storia di un killer e delle sue vicende al servizio di un malavitoso locale. L’idea/e del film (purtroppo per lo spettatore) terminano qui. Se vi aspettate un severo colpo allo stomaco come può darlo un film dai tratti simili come il tremendo Angst di Gerard Kargl, siete fuori strada. Sceneggiatura assente, noia costante, una realizzazione senza coraggio e senza voglia di far male e di lasciare un segno: quando mancano contemporaneamente testa e cuore, i risultati non possono essere altri.

Digital Shorts by Three Filmakers è un progetto del festival di JeonJu che riunisce per un episodio ciascuno tre registi di una certa fama come Joon-ho Bong, Yu Lik Wai e Ishii Sogo. Il primo episodio (Influenza) vince la palma per le immagini più scioccanti e sgradevoli del festival torinese: un collage di vere (?) registrazioni a circuito chiuso ci mostra una realtà violenta, folle, anche grottesca, che spazia dal rapinatore classico che scippa una vecchietta a un violento assassinio con furto in un parcheggio sotterraneo. Una visione forse più simile a un programma di real-tv che a un film vero e proprio, ma l’effetto è assicurato. Sugli altri due episodi è preferibile sospendere il giudizio, data la pessima qualità della proiezione. In breve, Dance me to the End of Love, è una storia dalla fotografia quasi sokuroviana (Yu kik Wai, non a caso, nasce come direttore di fotografia per Jia Zhang Ke), che narra la solitudine di un guardiano di un ostello sotterraneo; Kyo-shin è la storia paranormale di una sceneggiatrice in crisi che si suicida e ha delle strane visioni prima di rimergere dal coma.

Ultimi scampoli di detours arrivano dai 15 misteriosi minuti di Kokoru Odoru (Soul Dancing) di Kurosawa Kiyoshi, film presentato in vhs, dalla qualità non eccezionale ma dalle immagini stordenti che rappresentano un immaginario studio antropologico sulla vita e sui comportamenti di due società tribali. Forse poco più di un esperimento tra amici (tra cui Tadanobu Asano), forse poco meno di una riflessione sul nostro presente politico. Impossibile dirlo, resta comunque un frammento affascinante nella filmografia di Kurosawa.

 

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