7° Future Film Festival


2005-Future Film FestivalBologna, 7° edizione

19 Gennaio – 23 Gennaio 2005 )

Evidentemente è ormai tradizione che questo sempre più importante incontro festivaliero bolognese, giunto alla settima edizione, venga inaugurato con una bella nevicata. Come l’anno scorso infatti, il capoluogo emiliano si è risvegliato la mattina di mercoledì 19 gennaio sotto una intensa e pittoresca nevicata, che aveva già provveduto durante la nottata ad imbiancare i tetti dei palazzi e le strade per la gioia degli automobilisti. Per fortuna io abito vicino a Bologna e mi è stato facile raggiungere in treno la multisala Capitol, adiacente alla stazione centrale, che ha ospitato l’intero Festival. Il Future Village, ovvero la sede principale del Festival, era invece situato al secondo piano del Palazzo Re Enzo, in pieno centro, e oltre ad essere la sede dell’ufficio accrediti, ha ospitato anche esposizioni, rassegne stampa, laboratori e altre attività per tutti e cinque i giorni del Festival. Il 22 e 23 gennaio inoltre, alcune proiezioni sono state effettuate presso il cinema Embassy, situato sempre nel centro di Bologna. Allora…

 Mercoledì 19 Gennaio

Il film che ha aperto le danze di questa settima edizione del FFF è stato il chiacchieratissimo La foresta dei pugnali volanti (Shi mian mai fu – Cina/Hong Kong, 2004) del veterano Zhang Yimou, che dopo aver accantonato il cinema autoriale sul quale si è cotruito fama e credibilità anche e soprattutto a livello internazionale, qui si cimenta di nuovo con il wuxia dopo l’incredibile successo di Hero (Ying xiong – Cina/Hong Kong, 2002). Prendo quindi posto nella sala 1 del Capitol – quella principale –  senza aspettarmi troppo, negli ultimi giorni avevo infatti sentito commenti non proprio positivi da più persone senza contare il fatto che Hero non mi aveva fatto impazzire. Bene, comincia il film, e finalmente sono al caldo e soprattutto all’asciutto. Terminata la visione posso solo dire che mi aspettavo esattamente un film del genere, ossia un wuxia che pesca a piene mani dalla tradizione del cinema di Hong Kong, patinato all’inverosimile e con delle scene che sembrano essere messe lì apposta per strappare innumerevoli “uuuh” e “oooh” allo sprovveduto spettatore. E mentre Hero un suo perché ce l’aveva, in questo ideale seguito si fatica a trovare il senso di una tale operazione che non sia quello di compiacere il pubblico occidentale tipicamente a digiuno del genere. E’ comunque innegabile che da vedere, specie su grande schermo, sia molto bello: a partire dai costumi passando per i colori (ma Hero in questo caso sta su un altro pianeta) e la fotografia da cartolina, fin troppo finta. Una parte importantissima del film è quella relativa ai suoni e alle musiche, davvero ottime, mentre la sceneggiatura è effettivamente esilina e zeppa di incongruenze. Per finire gli attori, al momento tra i più lanciati del cinema asiatico, ovvero Andy Lau, Takeshi Kaneshiro e Zhang Ziyi, sono qui particolarmente imbalsamati in versione  manichino. Non mi sento di stroncarlo come ha fatto Chaoszilla nella sua recensione ma il mio giudizio sul film rimane comunque appena sufficiente nel complesso. Sul senso di un’operazione del genere rimando inoltre all’interessante articolo sulla deriva del cinema di arti marziali scritto sempre da Chaoszilla.

Dopo una necessaria pausa pranzo e due chiacchere con gli altri frequentatori del festival, mi accingo ad entrare in sala per la seconda volta, questa volta al Capitol 3, per vedere i primi tre episodi della nuova serie TV di Black Jack tratto da un manga di Osamu Tezuka uscito più di trent’anni fa e ben diretto dal figlio Makoto Tezuka. Il protagonista Black Jack è un tenebroso chirurgo che cura solo quelli che si possono permettere le sue salatissime parcelle, che vive con una simpatica bambina che non si capisce chi sia bene in realtà ma che sdrammatizza il tono altrimenti troppo serioso dell’anime. I tre episodi mi hanno incuriosito, vedrò di recuperare il resto.

Finito Black Jack mi sposto nella sala 2 del Capitol, quella sotterranea, per vedere Cutie Honey (Giappone, 2004) di Hideaki Anno, famoso soprattutto per la celebre serie animata Neon Genesis Evangelion. Il film in questione è la versione live del manga e relativa serie animata disegnati da Go Nagai, e vede nei panni (invero ristretti) della protagonista la morbidosa idol giapponese Eriko Sato davvero azzeccatissima nel ruolo dell’eroina bubblegum. Già, la parola bubblegum è quella che più volte mi viene in mente mentre guardo questo film; a partire dal rosa acceso che fa la parte del leone e del rosa meno acceso ma altrettanto interessante delle cosce della protagonista. Che dire, questo film dimostra come si possa fare un ottimo film tratto da un manga o da una serie animata che sia altamente godibile anche da parte di chi non conosce il personaggio, volutamente esageratissimo e pop fino al midollo, zeppo di effetti speciali che nel contesto diventano incredibilmente plausibili, spettacolare e soprattutto estremamente divertente. Senza poi contare le musiche della idol Kumi Koda che calzano a pennello. Promosso a pieni voti, questo è un film che non può non mettere di buon umore. Tra le altre cose, durante il festival è stata proiettata anche la nuova serie di Cutie Honey, sempre del 2004 e sempre di Hideaki Anno (e Hiramatsu Tadashi) che io purtroppo ho perso ma che ha ricevuto innumerevoli consensi.

Per finire al meglio la prima giornata di Festival, non si poteva non essere presenti all’evento di apertura ufficiale, con relativo saluto dei direttori Giulietta Fara e Oscar Cosulich visibilmente emozionati, e con diverse autorità bolognesi presenti in sala. Ma l’evento vero e proprio è stata la performance live della musicista d’avanguardia Ikue Mori giapponese trapiantata a New York da un bel po’ di anni, personaggio indubbiamente di culto che vanta innumerevoli collaborazioni eccellenti, ma soprattutto per il fatto di essere stata un membro verso la fine degli anni ’70 dei seminali DNA (assieme ad Arto Lindsay e Robin Crutchfield), band newyorkese appartenente al movimento no-wave assieme a Contortions, Teenage Jesus and the Jerks e Dreaming Mars, tutti presenti sull’ importantissima compilation-manifesto No New York . Sopra il tappeto sonoro evocato da Ikue Mori, che oscilla tra glitch art e improvvisazione, sono stati proiettati una serie di anime facenti parte della rassegna In principio erano gli Anime…, ovvero i primi film di animazione giapponese risalenti agli anni ‘20-30-40, prima dell’avvento di Osamu Tezuka. Il mio interesse per questo tipo di animazione è puramente filologico, anche se qualcuno ha suscitato particolare interesse: su tutti Doubutsu olympic taikai (le olimpiadi degli animali – 1928) e Osaru no tairyo (la scimmia va a pesca – 1933), entrambi di Yasuji Murata. Alla fin fine un esperimento strano ma tutto sommato riuscito, quello di abbinare musica che odora di futuro con anime proveniente dal passato remoto (in senso cinematografico). Quale evento migliore per aprire un festival che ha il nome che si ritrova?

Finito l’evento di apertura mi fiondo in stazione per riuscire a prendere l’ultimo treno ed evitare di fare il barbone per le strade di Bologna (ma almeno la neve aveva già smesso da un pezzo di cadere).

 Giovedì 20 Gennaio

Questa seconda giornata (per fortuna senza neve) è stata per me decisamente interessante, forse la migliore del festival, in particolar modo perché in apertura è stato proiettato uno dei film più attesi del festival che comunque era già comparso a Venezia nel 2004. Sto parlando ovviamente di Steamboy (Giappone, 2004) il nuovo film di quel Katsuhiro Ôtomo che ben 16 anni prima aveva rivoluzionato il mondo dell’animazione giapponese e non solo col suo colosso Akira (Giappone, 1988). Il suo ultimo lavoro prima di Steamboy risale al 1996 con il film a episodi Memories (Giappone, 1996) – presentato nell’ambito della scorsa edizione del Future Film Festival – che lo vede in cabina di regia per l’episodio Cannon Fodder. Dopo Memories, Otomo si è messo al lavoro su Steamboy per quasi dieci anni investendo una quantità imprecisata ma sicuramente enorme di quattrini. Un film colossale, sotto tutti gli aspetti. Visto nella sala 1 del Capitol, Steamboy diventa un film ancora più gigantesco, Otomo ha curato in maniera quasi maniacale tutti i dettagli e difficilmente per tutte le due ore abbondanti di film si potrà trovare un’inquadratura che possa dare l’impressione di frettolosità o di noncuranza. Fin dall’inizio il film ha un che di magnifico, ecco, questo è il termine che maggiormente riesce a descrivere lo stato d’animo che prende lo spettatore davanti ad esso, e anche se la storia tutto sommato non è particolarmente complessa e coinvolgente, la realizzazione tecnica rasenta senza dubbio la perfezione. Pare quasi che Otomo abbandoni seppur di poco le atmosfere cupe e più strettamente ascrivibili ad un immaginario fantascientifico lasciando trasparire qualche raggio di luce, anche se costantemente filtrato da una coltre di vapore che pervade tutto il film, a partire dal titolo. Steamboy si avvicina in parte ai lavori di un altro indiscusso maestro dell’animazione giapponese, ossia Hayao Miyazaki, presente anch’esso al festival col suo ultimo lavoro Il castello errante di Howl (Hauru no ugoku shiro – Giappone, 2004), grazie alla presenza di macchine volanti (un’ossessione di Miyazaki) e per alcune tematiche comuni. Sebbene io abbia preferito Akira, più vicino alle mie corde, forse anche più coinvolgente a livello di intreccio ma soprattutto uscito in altri tempi dove non si era abituati a particolari miracoli nel campo dell’animazione, anche Steamboy mi ha decisamente soddisfatto e non ha assolutamente deluso le aspettative.

Dopo il consueto (e ci mancherebbe, mica campo d’aria io) pranzo, alle 14:00 precise mi fiondo in sala 2 dove viene proiettato Strings (Danimarca/Svezia, 2004) un interessante lungometraggio recitato da…marionette! Ovviamente non è un film asiatico, ma ci tengo ugualmente a segnalarlo visto che è stata una piacevolissima sorpresa. Le “strings” del titolo sono le corde a cui sono appese le marionette, che arrivano fino al cielo come se fossero mosse da un essere superiore (chi ha detto Dio?) e che danno loro la vita, nel vero senso della parola. Il bello è che le marionette sono consapevoli della loro condizione, e ciò porta ad interessanti implicazioni e conseguenti riflessioni sulla condizione dell’essere umano. Un film più profondo di quanto non sembri ad un primo sguardo, tecnicamente realizzato in maniera sopraffina con alcune scene davvero suggestive (su tutte, il rogo delle corde nel cielo notturno). Bel film.

Dopo le marionette, in teoria avrei dovuto presenziare alla proiezione di Natural City (Corea del Sud, 2003) di Min Byung-chun, da quanto mi si dice un indigesto polpettone ai limiti del plagio nei confronti del celebre Blade Runner. Il fatto che non ami particolarmente il cinema coreano e i giudizi tutti negativi che ho sentito qua e la mi fanno desistere dallo sforzo di vedere una roba simile e mi fanno invece optare per una deliziosa rassegna di cortometraggi provenienti da svariate parti del mondo (ma non c’è nulla di asiatico) a cura del critico e giornalista Mario Serenellini. Archeologia del Futuro – Anomalie Animate, questo il nome della rassegna, è una splendida sorpresa visto che la qualità media dei corti in programma è incredibilmente alta e scorre senza alcun momento di stanca. Da Gisèle Kérosène (Francia, 1989) di Jan “Dobermann” Kounen al toccante e geniale Ilha das Flores (Brasile, 1989) di Jorge Furtado – che Serenellini ha promesso che farà di tutto per portarlo come ospite al prossimo Future Film Festival – passando per Copy Shop (Austria, 2000) e Fast Film (Austria, 2003) di Virgil Widrich, entrambi allucinanti per la tecnica usata per la loro realizzazione, la rassegna arriva al termine in un battibaleno, e quasi quasi mi dispiace che sia finita dopo appena un’ora e mezza.

Di corti in corti, dal momento che finita la rassegna Archeologia del Futuro mi fiondo in sala 3 per gustarmi un’altra rassegna, Nippon Connection on Tour, raccolta di corti provenienti dal Planet Studio+1 di Osaka, che però finiscono per stancarmi presto vista la mia condizione fisica non proprio ottimale. Senza considerare il fatto che i corti che ho visto erano prevalentemente astratti e a mio avviso realizzati in maniera un po’ approssimativa. Così, dopo tre corti appena, opto per una cena al take away greco.

L’ultimo film visto in questa seconda giornata è Bunker Palace Hotel (Francia, 1987) lungometraggio d’esordio del maestro Enki Bilal, ben più noto per i suoi cupi ma affascinanti  fumetti, al quale è stato dedicato un omaggio proiettando tutti e tre i suoi lungometraggi (ne verranno proiettati nelle successive giornate). Lo so, anche questo non è un film asiatico ma è comunque stata una bella sorpresa, un cupissimo dramma fantascientifico dalle atmosfere grevi e opprimenti, con uno splendido Jean-Louis Trintignant in stato di grazia.

E così finisce per me anche questa seconda giornata di Festival, davvero appagante.

Venerdì 21 Gennaio

Arrivo a Bologna un po’ più tardi del solito, visto che in mattinata non ci sono eventi che mi interessino particolarmente, e nel primo pomeriggio entro in sala 4 per vedere una parte dei corti facenti parte della rassegna Future Film Short – Premio del Pubblico GAN e dove mi viene data una scheda per votare il migliore del lotto. Per quanto riguarda la parte asiatica, in concorso sono presenti Nest (Corea del Sud, 2003) di Hwang Yoo-suhn e Water Town (Cina, 2003) di Shen Hua Quing, due corti senza infamia e senza lode, ma la sorpresa più bella riguardante l’Asia (vabbè sono un po’ di parte) è Mon Amour Tokyo 2, Storm (Italia, 2004) di Francesco Ermanno Torchia, uno dei pilastri di Asian Feast, che ha finalmente dato un seguito al precedente Mon Amour Tokyo, questa volta utilizzando Macromedia Flash per le animazioni. Il corto – che a dire il vero è più simile ad un remake che ad un vero e proprio seguito –  è un sincero e divertente omaggio all’animazione giapponese con cui siamo cresciuti noi trentenni: tutti gli elementi ci sono, dalle armi impossibili ai soliti cattivoni venuti dallo spazio che vogliono invadere Tokyo e così via. Se passa per qualche rassegna vicino a casa vostra, non perdetelo.

Dopo i cortometraggi, già minato da un principio di influenza che mi farà perdere inesorabilmente le restanti giornate di Festival, mi fiondo a seguire un evento che sulla carta si preannuncia piuttosto interessante, ovvero l’incontro con Angus McLane, animatore capo della Pixar, il famoso studio di animazione leader mondiale che ha sfornato tutti sappiamo quali successi. In questo caso si parla di The Incredibles e della sua realizzazione; Mc Lane è simpatico e sembra divertirsi un mondo a fare il lavoro che fa. E ci credo, un posto del genere è ovviamente invidiabile, così come il presumibilmente grasso portafoglio di Mc Lane.

L’influenza comincia a farsi sentire pesantemente, ma la voglia di vedere l’anteprima italiana di Appleseed (Giappone, 2004) di Shinj Aramaki proiettato su grande schermo è davvero troppa, così alle 21 spaccate mi intrufolo nella sala 1 e aspetto con trepidazione che inizi quest’altro colosso di animazione. Parlando con il curatore della rassegna Il Futuro dei Toons, l’esperto di animazione giapponese Luca della Casa, che l’anno precedente aveva visto Appleseed a Locarno (doveva essere l’evento di chiusura del Festival ma ha stranamente avuto poco successo) e ne era rimasto folgorato, la mia voglia di vedere questo film tratto dal manga di Masamune Shirow (autore anche del manga Ghost in the Shell, da cui nel 1995 è stato tratto uno dei migliori film di animazione di tutti i tempi per la regia di Mamoru Oshii) sale ancora di più. E anche questa volta le aspettative non sono andate affatto deluse, Appleseed si rivela in tutta la sua maestosità come un film dalla realizzazione tecnica strabiliante, capace di fare slogare le mandibole a più persone. Altro che la versione girata coi piedi nel 1988. Il film è completamente realizzato in 3D per quanto riguarda i fondali, dove poi sono applicati dei personaggi disegnati in 2D ma perfettamente integrati nell’ambiente 3D grazie a tecniche avanzate di Cel Shading, creando così un incredibile atmosfera mai vista prima d’ora in un film di animazione. Se la parte narrativa effettivamente non è il massimo, nel senso che tutta la storia viene letteralmente raccontata dai sette vecchi tromboni sulle sedie volanti anziché per sequenze di immagini (insomma, come mettere delle didascalie per spiegare cosa sta succedendo – bella forza), la parte visiva è – ripeto – strabiliante. Le scene d’azione in giro per la città, il design e l’animazione dei mecha, tutta la titanica parte finale (ecco, a Otomo forse manca un po’ di questo senso di potenza, di forza bruta), per non parlare della parte sonora da ascoltare rigorosamente a volume esagerato, mi hanno lasciato a bocca aperta esaltandomi come un bambino nonostante la febbre mi stia segando le gambe. Per me, il film migliore del festival.

E finalmente, finito Appleseed riesco a guadagnare l’uscita e a scappare in stazione centrale, soddisfatto per quello che ho appena visto ma sofferente e con una voglia folle di buttarmi sotto le coperte. Ma soprattutto col nervoso visto che a causa dell’influenza perderò gli ultimi due giorni di Festival…

Altre Visioni del festival

Altre schegge di visioni vanno menzionate, satelliti vaganti intorno ai colossi protagonisti dell’edizione. Se la scorsa edizione era forse la migliore in quanto al programma (ma lo scorso anno c’era la monografica su Tsui Hark…) questa lo è stata a livello organizzativo/logistico e il festival si è attestato su livelli decisamente alti.

 The Returner, colossal fantascientifico giapponese con Takeshi Kaneshiro (chissà quanti fans de La Foresta dei Pugnali Volanti si saranno accorti che nei due film c’è lo stesso attore?) post Matrix, molto cool, disprezzato da quasi tutti, regala comunque alcune sequenze suggestive e di ottima realizzazione.

Rahxephone e Nadesico deludono e lasciano allibiti gli ignari a causa di trame confuse e poco fresche.

 Empress Chung, favola animata coreana descritta con una grafica all’occidentale non convince nonostante non abbia evidenti difetti, può piacere solo a coloro che posseggono un feeling con prodotti del genere.

 Paranoia Agent: Vengono presentate alcune puntate di questa recente serie animata del genio Satoshi Kon, realmente stupenda e sconvolgente.

 The Cat Return, forse non è il miglior prodotto a livello tecnico (ma è comunque a livelli altissimi), ma sicuramente (sempre dello studio Ghibli) questo stupendo film possiede un ritmo più preciso sia di Steamboy che di Howl’s Moving Castle.

Ottime anteprime di serie animate quali Gunslinger Girl, Samurai Champloo e Wolf’s Rain.

Menzioni speciali ai trailer dei film di kaiju monster proiettati tra un film e l’altro, a Gaya, divertente film animato in 3D, ai durissimi cortometraggi di Phil Mulloy, ai tre bei film di Bilal e al bellissimo nuovo lavoro di Bill Plympton, Hair High.

Il festival si è chiuso con la prima edizione di un torneo di Cosplayer, ragazzi che si vestono come i protagonisti di anime, manga, videogiochi e film, presentando una panoramica su questo universo bizzarro e multiforme. Per averne un assaggio gustatevi le foto della gallery a lato.

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