23° Torino Film Festival


2005-Torino Film FestivalTorino, 23° edizione

( 11 novembre – 19 Novembre 2005 )
Il Torino Film Fest ha sempre dedicato molta attenzione e riservato molto spazio al cinema orientale e ai suoi autori. Quest’anno ha riservato alcune chicche, l’anteprima in Europa del film di Kurosawa Kiyoshi, una delusione, la conferma del talento di un grande come Suzuki Seijun con la sua operetta, e la svolta tardiva, ma efficace, dal cinema degli estremi al road movie introspettivo di Wakamatsu Koji. 
A sorpresa un premio ex equo per una nuova leva, Tsubokawa Takushi, con un film intenso e costruito con abilità, forse un pò troppo cerebrale, ma affascinante.
Ho seguito una parte limitata del programma che era molto nutrito, dedicandomi soprattutto al cinema giapponese e in parte a quello di autori quali Sokurov, che comunque parla di Giappone, Khoo, Tsai e Hou perché autori che mi hanno sempre interessata personalmente e incuriosita.
Le retrospettive di quest’anno erano monumentali, in particolare quella dedicata ai settanta film, quest’anno ne era prevista solo una parte, di un maestro come Chabrol, a Hill, al filippino Lav Diaz e a Lino Broca, oltre all’omaggio a Rogerio Sganzerla. Insomma ce n’era per tutti, cinefili e non, appassionati di film d’essai, giovani e meno giovani.
Con l’intento di accontentare tutti, amanti ed esperti del cinema di genere e di film tout court o semplici curiosi, attratti dai nomi, o dal passaparola, si è creato un panorama variegato e dalla qualità decisamente eterogenea.
Di Giappone si è parlato e in modo nuovo, critico e decisamente fuori dagli schemi. Kurosawa purtroppo non ha saputo incatenare il suo pubblico, tanto nel corto, quanto nel lungometraggio in anteprima, Loft; sempre lui, ma francamente ci si aspettava qualcosa di meglio, Nishijima ce la mette tutta per salvare una storia che di inquietante ha ben poco e che non sorprende mai veramente, e come cattivo risulta abbastanza ambiguo, forse il vero errore di casting è il buono, Toyokawa, che recita come se fosse in uno dei soliti drama interminabili e che, se la dobbiamo dire tutta, comincia ad essere un po’ ridicolo a non voler mai invecchiare. Questo per quanto riguarda l’eroe, non parliamo dell’eroina, sarà bella? Forse, ma le caratteristiche dei personaggi femminili nel cinema horror orientale non credo che debbano essere così canoniche. I personaggi sono troppo poco approfonditi e anche l’idea del doppio non convince affatto.

Il musical di Suzuki è puro intrattenimento di superficie realizzato magnificamente, niente da eccepire, in questo nessuno gli sta al pari e le due ore scorrono rassicuranti e piacevoli e va benissimo così. 
Tsukamoto, come sempre, mette i brividi e dimostra un’efficacia e una capacità di sintesi incredibili. 
Ma la vera novità arriva con Wakamatsu e con Tsubokawa. Il premio che è stato assegnato ex aequo a quest’ultimo sta a indicare una precisa volontà di introdurre nel panorama ormai saturo dei soliti grandi nomi, qualcosa di ancora imperfetto, ma che ci dica di più sulla vera indole di un paese e di un popolo e sui suoi reali problemi. Per operare giustamente un confronto ci propone la svolta di un veterano, che stavolta sembra aver lavorato con energia per ribadire ancora una volta la sua rabbia e la sua frustrazione di fronte a una società che sembra non volersi scuotere e non voler ammettere realmente i propri torti. Finalmente, è quello che penso in tutta sincerità, finalmente era ora che qualcuno si accorgesse di quello che sta al di sotto della vernice. Non perché il cinema giapponese di genere non abbia cominciato da un pezzo a cambiare rotta, Miike in primis, ma perché noi occidentali abbiamo anche noi i nostri gusti e le nostre manie e a volte non riusciamo proprio a voler vedere e a voler capire. E diciamocelo, anche i giapponesi e gli orientali, hanno un po’ la presunzione di non poter essere apprezzati se fanno qualcosa che sia troppo calato nella loro realtà e nella loro cultura, che si discosti dall’idea che ci siamo fatti di loro, sempre che rispondano a una qualche definizione. Perché in effetti il loro pregio è proprio che non vogliono rispondere a nessuno stereotipo, non sono mai uguali a se stessi. Quando lo sono per noi è più facile, ci mettono a nostro agio e ci divertono, ma non è il loro modo di essere, semplicemente ne hanno tanti e nessuno.
Tornando a Torino, un piccolo squarcio di quello che potrebbe essere è arrivato fin qui.
Speriamo che questa tendenza, alimentata anche dall’interesse crescente del pubblico, continui e cresca.

VENERDI’ 11/11/2005

Oggi è la giornata di apertura e l’evento più atteso è il film scelto per inaugurare il festival: Election di Johnny To, già selezionato per il concorso a Cannes e che sicuramente avremo modo di vedere distribuito. Mi dispiace, da brava snob e appassionata di cinema d’essai l’ho mancato, perché so che in un modo o nell’altro lo recupererò, mi sono invece buttata sul digitale e su Kurosawa Kiyoshi, questa volta in vena decisamente di bassi budget e poche pretese.
The House of Bugs (Mushitaki No Ie), fa parte di una serie di corti dell’orrore basati sulle storie e sui fumetti di Umezu Kazuo.
Una misteriosa donna trasformata in insetto dalle sue nevrosi o dalla ossessiva gelosia di un uomo, o riflessione kafkiana sull’identità e sulla psiche e su un amore malato o entrambe le cose?
La costruzione narrativa è molto accurata e gioca su diversi punti di vista e su diversi piani temporali.
Inizia al presente, un marito solo che taglia della verdura, l’incontro con una vecchia fiamma e poi la narrazione in flashback della metamorfosi o meglio della malattia mentale di Ruiko.
Ma Kurosawa ha imparato alla perfezione la lezione del suo illustre omonimo in Rashomon, ed ecco che propone tre versioni di uno stesso avvenimento, quella di Ruiko stessa, del marito, Renji, geloso e violento, soggetto a improvvisi isterismi, che narra in prima persona al presente, per il quale la moglie infedele è solo convinta di essere diventata un insetto, del presunto amante e cugino della donna a cui le si rivolge per avere aiuto. Il racconto si interrompe e riparte, riprendendo dallo stesso punto in cui si era fermato, addirittura con le stesse immagini, con delle vere e proprie ripetizioni.
Più che risultare inquietante e pauroso, anche nei momenti di maggiore tensione il film risulta francamente grottesco. Kurosawa non dà al pubblico quello che lui si aspetta e gioca a fargli prevedere ciò che accadrà per poi deludere le sue attese. Il riferimento letterario e le immagini del set sono solo un preziosismo inutile, e spesso si arriva a rasentare il ridicolo. Lo stile è quello di un qualsiasi drama televisivo, abbastanza mediocre. Ruiko dovrebbe far parte di una lunga serie di personaggi femminili demoni, posseduti da uno spirito maligno nella migliore tradizione, e ci si attende da lei una vendetta plateale, che si traduce invece in un ribaltamento inatteso dei ruoli di vittima e carnefice tra marito e moglie, forse l’unico vero colpo di scena.

SABATO 12/11/2005

Ancora un lavoro presentato da Tsukamoto al Jeonju Film Fest, Haze, contenuto in una raccolta di tre cortometraggi.
Irrespirabile, doloroso, frustrante, un vero viaggio nei recessi dell’angoscia e dell’amnesia. Perdere il senso del tempo, dello spazio, cercare vie di fuga impossibili. Il protagonista si risveglia in uno spazio ristretto, ferito e non riesce a ricordare perché sia lì, cerca di liberarsi, di muoversi, tutti i suoi sforzi finiscono per essere vanificati. Si sente una minaccia, come se qualcuno volesse ucciderlo, e si stesse divertendo a sperimentare su una cavia da laboratorio a infliggergli le peggiori torture. E’ come se stesse affondando in una palude, più si muove e si divincola, più viene martoriato. E sentiamo tutto, direttamente sotto la pelle, nella carne, i denti che affondano nel metallo, le pareti che si restringono, gli spuntoni che penetrano nei muscoli e i colpi. In tutto questo lo sforzo sfibrante e sovrumano di restare sveglie coscienti, di cercare di ricordare, di essere razionali in una situazione che non ha niente di razionale. Poi degli sprazzi di luce, il passato è luminoso, ritorna in visioni brevissime, bianco, immacolato, una speranza di ritorno alla normalità. Un trauma è stato rimosso, allontanato, poi arriva inaspettata la salvezza e la scelta di continuare a vivere. Il corto di Tsukamoto, condensa in pochi e brevi passaggi una riflessione sulla nostra condizione esistenziale di esseri umani, costretti a lottare e a sfuggire a continue persecuzioni, deboli, indifesi, in balia delle avversità, e tuttavia capaci di reagire, di trovare uno spiraglio, la forza e la capacità insospettata di trovare una via d’uscita e di sopportare l’inverosimile e adattarsi a qualunque situazione anche la più inconcepibile. Tsukamoto prosegue nella sua analisi sul rapporto tra carne e metallo, uomo e macchina e sulla mutazione già alla base dei suoi primi e fondamentali lavori, da Tetsuo in poi.

Kawase Naomi, cineasta indipendente, volutamente e fieramente non allineata in tutti i suoi film ha sempre cercato di esorcizzare la propria tragedia personale, quella di essere stata abbandonata dal padre e con la macchina da presa incollata sul volto di una giovane ragazza di trent’anni ci descrive come se si trattasse di un programma basato su storie vere o di un documentario di casi umani, cosa accade quando la protagonista scopre che a filmarla è il suo padre biologico che non aveva mai saputo chi fosse. “Perché, ma perché proprio adesso me lo vieni a dire, e che cosa vorresti ottenere da me dicendomelo”, questa in sintesi la normale e ovvia reazione di rabbia e incredulità iniziale. Poi un pianto liberatorio e un lungo abbraccio. Nasce una nuova amicizia, e noi scopriamo che tutto è fittizio, che è stato ricreato appositamente, la regista è lì e si intravede, non è il padre, l’uomo che vediamo con la telecamera in mano fin dall’inizio a filmare. La spontaneità e l’immediatezza di Shadow (Kage) sono stati solo il risultato di un’operazione a tavolino. “Chissà cosa penseranno gli spettatori” dice “il padre”, “quando capiranno che è una finzione, si sentiranno traditi?”
No, devo ammetterlo, no, si fa perdonare volentieri.

LUNEDI’ 14/11/2005

Era l’opera più attesa dagli appassionati di cinema orientale ed è talmente raffinata e carica di riferimenti all’immaginario iconografico giapponese e cinese da risultare addirittura ostica per il pubblico occidentale, che rimane indifferente. Suzuki si è costruito una fama sul suo stile delirante e psichedelico, ma la sua mano è inconfondibile e il suo cinema possiede una ricchezza visiva praticamente irraggiungibile per chiunque altro, anche per un eclettico come Miike, o per Kitano. Il suo Princess Raccon (Operetta Tanukigoten) è una mescolanza tra fiabe, musical e pittura. Un po’ Biancaneve cantata, un po’ Shakespeare, Romeo e Giulietta in forma di numeri e coreografie. Suzuki è un’esteta, cura la messa in scena e le scenografie come fossero visioni, in cui ogni dettaglio, ogni accostamento di colori, ogni fondale sono perfetti. D’altro canto non dimentichiamo I Racconti del Cuscino di Sei Shonagon e il Genji Monogatari di Murasaki Shikibu. Il diletto preferito dei cortigiani Heian era sfoggiare vesti perfettamente intonate e dagli accostamenti cromatici più soddisfacenti dal punto di vista del gusto estetico. E il cinema di Suzuki è così, Immagini che scorrono, che appagano il nostro senso del bello e scivolano via come la vernice, lo smalto. I riferimenti sono talmente tanti che elencarli qui sarebbe noioso e assurdo, Azuchi Momoyama, è un periodo ben preciso della storia giapponese, tanuki è un animale in cui la leggenda vuole che si trasformino le donne furbe e astute, ma sono solo i due più evidenti e banali, tanto per citarli, ce ne sarebbero molti altri. Ci sono immagini della scuola pittorica Kano sui fondali, si potrebbe lungamente disquisire sulla incredibile varietà di conoscenze artistiche e non che Suzuki mette in mostra. Come lo definiamo? Iperrealismo, postmodernismo, la sua è una stilizzazione portata all’estremo, fatta di passato e presente, pop art e Rinascimento, cultura popolare giapponese, persino country e tiptap. Usa due divi Zhang Ziyi e Odagiri Joe, idolo delle adolescenti giapponesi, e fa parlare lei in cinese e lui in lingua cortese, come gli altri cortigiani. Il suo è un mondo inventato, fantastico, variopinto e brillante e definito nei contorni, evanescente e puramente superficiale come può esserlo un sogno. Non dimentica mai un tocco d’ironia, la capacità di non prendersi mai troppo sul serio, il senso dell’umorismo. Da’ vita con grande dispendio di effetti visivi al mondo del teatro Kabuki e No, ma il suo è uno spettacolo pieno di vita, gioioso, mai monotono, mai risaputo. In certi momenti riesce a far dimenticare, a trascinare nei suoi pensieri e nel suo ritmo chi guarda, a incantarlo, a trasportarlo di peso, per poi abbandonarlo di nuovo, come i ciliegi simbolo per eccellenza dell’effimero e molto presenti naturalmente in tutto il film. 
Usa sempre fondali statici e accosta il paesaggio e gli ambienti naturali con elementi artificiali, ricostruiti o rielaborati. Suzuki ha confessato di volersi porre in controtendenza rispetto a un cinema giapponese contemporaneo che sente come interiore e molto luminoso, e di voler realizzare un film che fosse spensierato, una semplice festa rumorosa e rutilante, senza troppe complicazioni, ottimista. Non a caso il sogno d’amore dei due giovani si corona proprio in un modo di pura fantasia che va oltre la morte. Suzuki sembra quasi essere cosciente del fatto che la vera felicità non è qui su questa terra, nella vita e mescola senza la minima preoccupazione echi di credenze scintoiste, sembra quasi prendere in giro il cattolicesimo e la sua fede in una resurrezione, così come l’aspirazione buddista ad allontanare lo spirito da qualunque desiderio.

MARTEDI’ 15/11/2005

E’ il grande giorno della presentazione a Torino del film di Alexander Sokurov, Il Sole (Solnze), già molto apprezzato alla Berlinale. Ma prima in attesa mi hanno incuriosita il documentario di Alina Marazzi Per Sempre e l’ultimo film di Zeze Takahisa, Yuda, Secret Journey.
Iniziamo da quello che trovo giustamente un film molto particolare, non bello e non conciliante, ma a volte stonato.
Zeze girava pink eiga e non è che qui il sesso non gli interessi. Gira tutto a mano in digitale, per dare l’impressione di qualcosa di non studiato e di non mediato. Un uomo, un narratore, che racconta in prima persona, una sorta di voyeur, gira per le strade attorno all’enorme stazione di Shinjuku, un luogo in cui transitano giornalmente milioni di persone, con i suoi negozi, i suoi locali e i suoi bar. Cerca una faccia, un volto tra la folla che lo catturi, che lo incuriosisca e lo segue. In una metropoli come Tokyo, circondati e accerchiati dai corpi e dai volti, dagli odori, dai rumori, dalle voci, è difficile incontrarsi, impossibile, ci si sfiora e basta, è un luogo in cui ci si sente più soli che in un deserto, esattamente come se ci trovassimo completamente fuori dalla civiltà. 
Yuda, una ragazza, un ragazzo, resta sempre il dubbio. Il suo corpo non presenta alcun segno esteriore di femminilità, potrebbe essere una ragazza mascolina o un ragazzo effeminato, Zeze gioca sull’ambiguità di questo personaggio. E quando scompare lui e un’altra donna, insieme a lui entrambi amati e abbandonati da Yuda, iniziano un viaggio per cercarla. In mezzo al racconto una sorta di documentario sullo sbandamento dei giovani sedicenni giapponesi, senza valori e senza aspirazioni.
Michi e Yuda hanno intrapreso a loro volta un viaggio alla ricerca di un’altra ragazza, Fujii Kaori, che non sappiamo se esista davvero o meno. Ma la ricerca non ha importanza, l’importante e continuare a cercare. Yuda deve sfuggire a relazioni occasionali, incontri occasionali con uomini che approfittano di lei, Michi è sola, insoddisfatta, triste, viene picchiata dal marito, anche lei deve cambiare vita e l’occasione gliela dà proprio l’incontro casuale con Yuda. Michi diventa la reale protagonista di quest’avventura, non sente dolore, subisce senza lamentarsi qualunque tipo di umiliazione. Quello che interessa al regista è la casualità che due esseri che ignoravano l’uno l’esistenza dell’altro si incontrino senza nessuna predeterminazione e arrivino a instaurare una relazione profonda, a entrare l’una nel mondo e nei sentimenti dell’altra. In realtà Michi e Yuda non arriveranno mai a conoscersi davvero. Nessuno riesce ad afferrare la vera essenza di questo ragazzo/ragazza. Michi usa spesso il verbo “connettere”, proprio per indicare questa impossibilità di cogliere l’essenza più profonda e vera di un essere.
Zeze, però, è troppo incerto, ha troppa voglia di sperimentare, spesso diventa inutilmente melodrammatico, senza coinvolgere.
Il masochismo e la voglia di mostrare le disgrazie altrui sono eccessivi e risultano dopo un po’ difficili da sopportare.

GIOVEDI’ 17/11/2005

Nuages D’Hier (Utsukushiku Tennen). Film delicato e molto complicato da seguire nel suo continuo gioco di rimandi e parallelismi. La costruzione narrativa è ondivaga e altalenante. Tsubokawa si rifà alla tradizione del muto e dei benshi, narratori dei primordi del cinema giapponese, secondo gli esperti responsabili del forte ritardo con cui il sonoro e apparso nell’arcipelago. La parte iniziale è un muto divertentissimo con la storia della fioraia povera e sfortunata Okiku, insidiata dal viscido padrone e dal di lui figlio, e il divertimento sta proprio nelle coloriture e nei commenti del benshi, che stonano con le immagini. Il film è in realtà un costante andirivieni, che sembra ricordare molto da vicino un autore come Anghelopoulos, tra spettacolo di finzione e realtà, tra teatro e cinema, ma i rimandi sono spesso bruschi e faticosi. Fondamentali sono qui il dialogo mancato tra le diverse generazioni e l’importanza della memoria e delle radici familiari. Molto bella la scena in cui il nonno anziano tenta di insegnare alla nipote ad andare in bicicletta e le visite della ragazza a un avventore e amico di famiglia che le aggiusta un vecchio grammofono con cui ascolta musica d’altri tempi. Tsubokawa usa spesso il piano sequenza per descrivere i personaggi e si sofferma sui volti e sui dettagli. L’idea forse più riuscita è quella del gruppo di teatranti girovaghi, che somiglia a un’orchestrina klezmer, che appare e scompare come se si trattasse di fantasmi. I piani di lettura di Utsukushiku Tennen sono molti, e il film vive, prende corpo in diverse dimensioni spaziali e temporali. Il regista sceglie di sottolineare questi passaggi con variazioni dal bianco e nero virato al seppia della narrazione al presente, al colore della narrazione teatrale, del passato e del ricordo. Soprattutto di Utsukushiku Tennen resta l’importanza di un legame tra padre e figlia e nonno e nipote che oltrepassa ogni barriera.

Wakamatsu, nonostante gli anni e la malattia che lo ha colpito non ha esitato a far sentire nuovamente la sua voce e il suo messaggio è uno dei pochi rimasti davvero e autenticamente controcorrente, fuori dagli schemi precostituiti e dal sistema. In una società come quella giapponese dove nessuno ormai ha più il coraggio di esprimere le proprie opinioni, Wakamatsu chiede al suo pubblico, soprattutto a noi spettatori occidentali, ma anche ai suoi concittadini, di interrogarsi con sincerità e senza vergogna su dove stia andando la società giapponese contemporanea. Per la prima volta non ci propone la solita tiritera su come siamo soli e tristi e alienati, ci accusa senza timori e senza reticenze. E’ una società ormai alla deriva in cui anche un ragazzo diciassettenne può per rabbia, senza motivazioni profonde, arrivare ad uccidere la madre, in cui i più giovani sentono ricadere su di sé le pressioni e la responsabilità di una generazione, quella del dopoguerra, allo sbando. Il regista segue appunto un ragazzo diciassettenne che fugge da solo in bicicletta e viaggia percorrendo tutta la costa del Giappone e inevitabilmente incontra molte realtà e molte persone diverse. Cycling Chronicles è insieme road movie atipico e storia di formazione di un adolescente. Ma è anche un modo diverso e poetico di esprimersi politicamente, è un film profondamente e squisitamente politico. Cosa è rimasto alle migliaia di soldati morti nel nome e nel mito del militarismo e dell’imperatore durante la seconda guerra mondiale? Nessuno li ricorda più. Le nuove generazioni hanno dimenticato la storia e il passato, il governo al potere vuole ad ogni costo che questa pagina della storia giapponese così come gli eccidi e le stragi compiuti dallo stesso esercito del Sol levante in Cina, Manciuria, Sud- est asiatico venga cancellata, e gli Alleati stessi hanno imposto questa linea precisa. Gli americani non hanno voluto nel processo di democratizzazione da loro imposto alla fine della Seconda Guerra Mondiale a un paese sconfitto, non eliminare la figura dell’imperatore, ma privandolo sostanzialmente di ogni forma di potere e mantenendone il valore esclusivamente simbolico, così facendo, sostiene lo stesso Wakamatsu hanno indebolito il paese rendendolo ancora più instabile e insicuro. 
Parla di povertà, di fatica, di immigrazione Wakamatsu, e parla soprattutto del vuoto, il vuoto dilagante di ragazzi che ormai non sentono che obblighi e responsabilità su di sé, ma non sanno a chi rivolgersi. Vuole che il racconto si snodi lentamente, senza fretta, che il film e le immagini penetrino nella coscienza di chi guarda e lasciar loro il tempo di agire, come una medicina amara ma salutare. Sovrappone i ricordi della tragedia alle onde del mare invernale, al rumore delle ruote della bicicletta che scorrono sull’asfalto, all’ansimare del protagonista per il freddo e lo sforzo. Il suo è un flusso, un flusso di coscienza ininterrotto. E non possiamo non fare riferimento a un altro grande modello, Una Storia Vera (The Straight Story, 1999) di Lynch.
Come Lynch è il cantore per eccellenza della provincia americana nella sua ingenuità e purezza, così Wakamatsu diventa in Cycling Chronicles il portavoce del Giappone che vive nell’emarginazione e nel degrado, il Giappone del vuoto, il Giappone inafferrabile di chi non sa ancora bene dove è destinato ad atterrare, e soprattutto non ha paura di mostrarci le cose per come stanno, forse estremizzando per renderci il messaggio più chiaro, ma cogliendo nel segno.

Loft di Kurosawa Kiyoshi. Tipico film in cui il fantasma è generalmente una donna, giovane, dai lunghi capelli neri, possibilmente molto bella. Si chiamano Kaidan, Kurosawa, come i suoi colleghi Shimizu e Nakata eccelle in questo genere, anzi è considerato un maestro indiscusso. Ha imparato una lezione fondamentale della suspence: la paura, il vero terrore viene da ciò che è solo accennato, appena suggerito, solo intuito e la applica come un bigino a piene mani. Montaggio, uso degli effetti sonori, ambientazione, location suggestive immerse nella natura, tutto contribuisce. Kurosawa sembra prediligere abitazioni spaziose, possibilmente infestate, con scala che porta ai piani superiori e stanze in rifacimento con teli di plastica appesi ai muri a fare da pareti. L’idea è ovviamente il trasferimento in una nuova casa di una scrittrice vincitrice di uno dei premi letterari più ambiti con tanto di editor comprensivo e gentile, che pur di farle superare il blocco creativo sarebbe disposto a qualsiasi cosa. Ed ecco in arrivo la mummia, intatta dopo mille anni, conservata dal professor Yoshioka nel vicino laboratorio. Lui è Toyokawa Etsushi, famoso attore giapponese di melò, che però qui, ci dispiace molto, proprio non è adatto e recita davvero maluccio. Nakata spande la sua infezione, i germi dell’orrore mescolando i generi e radicandolo in un contesto sociale, Kurosawa è abilissimo a creare atmosfere, a darci costantemente l’impressione che qualcosa debba succedere, ma poi anche quando sappiamo che sta per accadere o accade non ci sorprende. E a questo punto, anche leggermente misogino, le donne distruggono gli uomini o li fanno impazzire. La mummia che è sopravvissuta intatta ingerendo fango, non spaventa nessuno. Mi sono posta una domanda: Dov’è che il tutto fa acqua, perché non terrorizza come altri celebri film dei maestri del terrore giapponesi? E in che cosa si differenzia il modo di fare cinema di Kurosawa da quello di Nakata o Miike? Non voglio permettermi di dare qui una risposta, ma visto che ci siamo provo ad azzardare una delle tante ipotesi. Kurosawa prova compassione per i cattivi, sì, ecco, dev’essere questo, i suoi mostri non sono mai mostri fino in fondo, ma sono profondamente umani. Comunque sia, deludente e imbarazzante, secondo i fan e gli appassionati, e il pubblico comune. Anche l’idea del doppio e della mimesi non riesce a salvare in corner l’operazione che sa molto di fatta a tavolino per compiacere chi si aspettava un successo commerciale.

Solnze. Non dimenticherei Sokurov, regista russo, ma che dimostra una competenza in fatto di storia contemporanea impressionante.
Questa volta Sokurov affronta uno dei capitoli più delicati e più discussi della storia del Giappone moderno, e riesce a ritrarci una figura, che culturalmente e ideologicamente resta tuttora per i giapponesi irrapresentabile: L’imperatore Hirohito, incarnato con impressionante mimetismo da un Issey Ogata straordinario. Forse anche per questo il film ha suscitato notevoli polemiche in Giappone al momento della sua uscita, nei numerosi ambienti di estrema destra che ancora sopravvivono nel paese e che ancora possiedono un peso politico non indifferente all’interno delle sue istituzioni. Sokurov prosegue nel terzo capitolo della sua trilogia a indagare sulle ragioni che hanno mosso alcuni dei più feroci dittatori della storia recente, Hitler in Moloch, Lenin in Taurus. 
L’imperatore è stato per secoli in Giappone, in quanto discendente della dea del sole Amaterasu, detentore di un potere tanto temporale quanto religioso, che può essere paragonato solo a quello di un Papa capo religioso e al contempo capo di stato, e considerato di natura divina. Hirohito è per Sokurov soprattutto un essere umano, che spiega ai suoi servitori e ai vari ministri della casa imperiale di non essere diverso nella sua natura e nel corpo da loro stessi. Hirohito viene presentato da Sokurov come un essere tutt’altro che onnipotente e superiore, in apparenza è un ometto indifeso, inerme, in balia degli eventi, che si lamenta di non essere amato da nessuno, se non dai familiari. Lo dimostra chiaramente la scena emblematica in cui egli, essere mai fino allora ritratto, accetta di farsi fotografare dai giornalisti americani ”affinché il sole appaia a illuminare i popoli sprofondati nel buio”. All’inizio i fotografi rozzi, rumorosi e irrispettosi, non lo riconoscono, è un ometto piccolo e buffo in bombetta, ridicolo come Chaplin, che si mette rigidamente in posa accanto alle rose. Entomologo e biologo marino, poeta, poliglotta, colto e sensibilissimo, Hirohito, appare un uomo fuori dal mondo, che non si rende conto, avendo pochissimi e limitatissimi contatti con la realtà esterna, che il suo paese e la sua gente sono ormai al collasso, Tokyo è ormai solo un cumulo di macerie e arriva persino a chiedere al suo segretario se deve cambiarsi d’abito per uscire per recarsi al comando delle forze armate alleate a negoziare la resa. Famosa è rimasta la frase del generale Mac Arthur che definisce i giapponesi e il loro imperatore ingenui come dei bambini. Durante il colloquio però Hirohito dimostra una fermezza che contraddice decisamente questa apparenza dimessa, negando recisamente le proprie responsabilità storiche e sociali, ed è molto chiaro: “ Non ho ordinato io quei massacri” afferma. La vendetta e la vittoria vanno secondo lui ricercati ad ogni costo. Importanti sono poi le dichiarazioni che egli detta al suo assistente in laboratorio, quando ormai la situazione è disperata, in cui indica nelle leggi americane sull’immigrazione emanate dal governo dello stato della California nel tredicesimo anno dell’era Taisho, che proibiva l’ingresso degli asiatici in America, l’onta che ha causato la reazione giapponese, portando alla guerra. Nonostante ciò, in nome dell’affetto che il suo popolo nutre per la sua figura e ciò che egli rappresenta per loro, egli si rammarica di non essere riuscito a far cessare il conflitto. 
Il Sole è innanzitutto un trattato di storia contemporanea e un’amara elegia sul potere e sulle sue distorsioni e Sokurov, già noto per essere un cineasta elitario e concretamente non alla portata di tutti, amato o detestato senza mezze misure, richiede effettivamente allo spettatore che non abbia una preparazione adeguata uno sforzo di comprensione sicuramente al di sopra della media, ma la fatica è decisamente ricompensato da un’opera claustrofobica e affascinante.

 (Tutte le foto di Senesi Michele e Martina Leithe Colorio)

 

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