8° Future Film Festival


2006-Future Film FestivalBologna, 8° edizione

( 18 Gennaio – 22 Gennaio 2006 )

Beh, sembrava proprio che anche quest’anno il Future Film Festival dovesse cominciare sotto la neve. E invece – chissà come, visti gli anni scorsi – di neve ce n’era ben poca, anche se il freddo si è fatto sentire. Purtroppo mi sono perso quasi tutta la prima giornata del festival a causa di impegni di lavoro, ovvero il congresso della CGIL che guarda caso si è svolto a Palazzo Re Enzo, proprio sotto il quartier generale del festival. E per ogni secondo che sono riuscito a svicolarmi dai numerosi impegni, ne ho approfittato e sono andato a sbirciare il luogo, che più o meno è rimasto come l’anno scorso, anche se quest’anno in bella mostra c’è pure un succulento banco zeppo di libri e fumetti – che ho subito contribuito ad alleggerire di una copia di Blankets di Craig Thompson. Peccato solo che i libri costassero come in negozio, senza alcuno sconto particolare per il festival, sia per gli accreditati che per il pubblico normale, contrariamente a quanto avevo sentito dire da qualche ben informato. Allora, anche quest’anno il festival presenta diversi motivi di interesse, in particolare la rassegna “Storie di Fantasmi Giapponesi”, organizzata da Luca Della Casa e Carlo Tagliazucca, è stata un’ottima occasione per vedere film altrimenti irreperibili o per rivedere alcuni classici del cinema giapponese su grande schermo. Al di là delle specialità asiatiche, che tra anteprime e serie animate offrono svariati motivi di interesse, è notevole anche la rassegna su Jiri Trnka, pioniere cecoslovacco dell’animazione in stop-motion (ma non solo), decisamente corposa ed interessante – anche se con qualche sbavatura a livello tecnico. Comunque…

Mercoledì 18 gennaio

Il mio primo giorno di festival comincia con Mirrormask (USA, Gran Bretagna – 2005) di Dave McKean e sceneggiato da Neil Gaiman, inserito all’ultimo momento nella programmazione festivaliera (tanto che non è neppure presente sul catalogo). Per McKean, celebre illustratore che già ha collaborato più volte con Gaiman, si tratta del suo primo lungometraggio, prodotto nientepopòdimenoche dalla fondazione Jim Henson, che per l’animazione pupazzosa ha sempre avuto un occhio di riguardo (e ci mancherebbe). Il film è una fiaba in puro stile Neil Gaiman, e racconta le vicende di una ragazzina che lavora in un circo e viene catapultata in un mondo immaginario alla ricerca della Mirrormask, un potente artefatto. Ora, immaginate le opere di McKean in versione animata e vi farete un’idea di quanto questo film sia visivamente splendido; decisamente appagante per gli occhi, peccato per la storia un po’ troppo banalotta (ormai Gaiman va col pilota automatico): comunque promosso. Finito Mirrormask arriva il turno di Wallace & GromitLa Maledizione del Coniglio Mannaro (Wallace & Gromit in The Curse of the Were-Rabbit – Gran Bretagna – 2005) di Steve Box e Nick Park che sfoderano un prodotto sorprendente sotto tutti i punti di vista. Il film è divertente, e tanto, dall’inizio alla fine: decisamente un passo avanti al seppure pregevole Galline in Fuga che qualche momento di stanca ce l’aveva, mentre in questo caso il ritmo è incalzante. Anche dal punto di vista tecnico nulla da eccepire. Finito il film, scappo a prendere il treno e corro a letto, completamente distrutto.

Giovedì 19 gennaio

Oggi si parte con Jiri Trnka e il suo Staré povesti ceské (Old Czech Legends) del 1952, una serie di episodi riguardanti gli eroi della mitologia ceca. Interessante, senza dubbio, peccato solo che i sottotitoli c’entrassero poco o niente con quello che veniva proiettato e che – come tutto il resto di Trnka che ho visto – l’inquadratura fosse tagliata sia sopra che sotto, visto che il cinema Capitol non è probabilmente attrezzato a proiettare pellicole in quel formato. Un po’ di nervoso mi è venuto, lo ammetto. E’ quindi il turno di Cirkeline – Ost & Kærlighed (Circleen – Mice and Romance) di Jannick Hastrup, animatore danese a cui è stata dedicata un ampia retrospettiva all’interno del festival. Il film è palesemente destinato ai più piccoli, con una storia innocua e banale e una realizzazione tecnica che sembra risalire agli anni ’80: peccato che il film fosse del 2000, e io mi sono abbastanza annoiato. Oggi è anche la giornata in cui viene presentato McDull, Prince de la Bun (Hong Kong, 2004) di Toe Yuen, seguito di My Life as McDull (Hong Kong, 2001) che mi aveva tanto entusiasmato. Fortunatamente – si fa per dire – mi era già capitato di vedere McDull, Prince de la Bun all’ultimo Far East Film Festival di Udine, e così lo salto senza troppe paranoie, visto che il seguito è decisamente inferiore rispetto al primo McDull e vederlo una volta basta e avanza. Mentre aspetto che cominci il primo film della rassegna sui fantasmi giapponesi, mi intrufolo in sala al Capitol 1 per seguire l’incontro con lo spagnolo Carlos Grangel, il character designer de La Sposa Cadavere di Tim Burton. Niente di che, Grangel mostra una serie di disegni preparatori e definitivi per il film, e – sarà anche che l’argomento mi interessa il giusto, nonostante La Sposa Cadavere mi fosse piaciuto – la noia ha presto il sopravvento. Fuggo verso le 18 e mi precipito in sala 4, dove sta per partire la proiezione di Yotsuya Kaidan/The Yotsuya Ghost Story (Giappone, 1949) di Kinoshita Keisuke, il secondo film della rassegna sui fantasmi giapponesi ad essere proiettato al Festival (il primo, Yokai Daisensou/Yokai Monsters 1: Spook Warfare (Giappone,1969) di Kuroda Yoshiyuki è stato proiettato la sera prima, ma io l’avevo già visto e non avevo voglia di perdere il treno) che sulla carta sembrava essere una classica storia di fantasmi…cosa che in realtà è, Yotsuya Kaidan, anche se l’aspetto fantastico/horror è praticamente assente. Ma il film si rivela essere una bella sorpresa: un melodramma intenso, giocato tutto sul rapporto tra i personaggi e nonostante lo svolgimento pacato e la lunga durata (159 minuti) incredibilmente non annoia; considerata poi la difficoltà nel reperire in altro modo la pellicola (che come le altre sono state fornite dalla Japan Foundation) mi posso ritenere pienamente soddisfatto. Serata giapponese, questa, visto che subito dopo comincia Kaidan Botan-doro/The Bride From Hell (Giappone, 1968) di Yamamoto Satsuo, il terzo film della rassegna sui fantasmi giapponesi. Sempre ispirato ad una leggenda della tradizione nipponica, questo film è – rispetto al precedente – più smaccatamente horror: un uomo si innamora di una fanciulla che in realtà è un fantasma, e non riesce più a staccarsi da lei nonostante gli venga sottratta energia vitale. Decisamente d’atmosfera, il film riserva anche un paio di scene davvero raccapriccianti. Peccato solo che mi perda gli ultimi minuti perché devo scappare a prendere il solito treno.

Venerdì 20 gennaio

Purtroppo, in questa giornata non sono riuscito a presenziare al Festival, a causa dei soliti impegni di lavoro. Comunque, era forse la giornata che mi interessava di meno, anche se mi è dispiaciuto non (ri)vedere quel capolavoro che è Kwaidan (Giappone,1964) di Kobayashi Masaki sul grande schermo: vista la ricchezza del film a livello scenografico, sarebbe stata una bella esperienza (come poi mi ha riferito chi l’ha visto, peraltro la qualità della pellicola era molto buona). Anche Terkel (Terkel i Knibe – Danimarca, 2004) di Kresten Vestbjerg Andersen, Thorbjørn Christoffersen e Stefan Fjeldmark l’avrei rivisto volentieri, una deliziosa commedia di animazione dai contenuti decisamente adulti. Perlomeno oggi non sono dovuto correre a prendere il treno.

Sabato 21 gennaio

Oggi è la giornata-evento di Inuyasha, con la proiezione di svariati episodi dell’OAV (tra cui l’anteprima della V serie), film Inuyashani e cosplay contest – non ho capito bene se a tema o no. Comunque, visto che Inuyasha non mi interessa, opto per una serie di corti di Trnka, ovvero Zasadil dedek repu (A Grandpa Planted A Beet), Román s basou (Story Of A Contrabass), Ruka (The Hand), Dva mrazíci (Two Frosts), O zlaté rybce (The Golden Fish). E così rivedo il capolavoro dell’animatore ceco, The Hand, su grande schermo e rimango come sempre a bocca aperta davanti a questo strabiliante pezzo di cinema, ancora così attuale; per il resto rimane un po’ di rammarico per non aver gustato il resto dei corti con la dovuta attenzione, a causa della mancanza di sottotitoli che rendono alcune storie incomprensibili (The Golden Fish su tutte) e dei soliti problemi tecnici. Il resto del pomeriggio, pieno zeppo di eventi inuyashosi, non presenta per me alcun motivo di interesse, e così me ne vado a fare un lunghissimo e devastante pranzo a casa di un amico, per tornare verso sera e vedermi Drengen der ville gøre det umulige/The Boy who Wanted to be a Bear (Danimarca, 2002) di Jannik Hastrup. Che dire, probabilmente non è la mia tazza di te, ma io mi sono annoiato a morte a vedere questa storia di un bambino eschimese che viene rapito dagli orsi e cresciuto come uno di loro; a molti comunque è piaciuto, per la delicatezza e il garbo con il quale il regista mette in scena la vicenda. Appena terminata la proiezione del film di Hastrup mi precipito fuori dalla sala e mi metto in coda per assistere a Mind Game (Giappone, 2004), lungometraggio di animazione di Yuasa Masaaki che sulla carta promette assai bene. Peccato solo che, a differenza di quanto scritto sul programma, gli organizzatori facessero entrare per primi i possessori di biglietto (mentre in realtà si sarebbe dovuto dare la precedenza agli accreditati) e poi gli accreditati. Ovviamente la sala (la 3, una delle due più piccole) era stracolma e quasi tutti gli accreditati sono rimasti fuori, amen. Preso da un attimo di sconforto (e di incazzatura) per il cambio improvviso di programma, mi fiondo in sala 2 dove sta per cominciare Kairo/Pulse (Giappone, 2001) di Kurosawa Kiyoshi, facente parte della rassegna sui fantasmi giapponesi. A me Kairo è sempre piaciuto, sin dalla prima volta che l’ho visto sul DVD scrauso hongkonghese, e rivederlo sul grande schermo è stata un’ottima occasione che riconferma il film di Kurosawa come uno dei migliori esempi della nuova ondata di horror asiatici: atmosfera desolata, un senso di solitudine che entra nel profondo dell’animo dello spettatore e non lo lascia più andare fino alla fine, un uso dei suoni strabiliante e una trama sufficientemente misteriosa (talvolta fin troppo) che incuriosisce e stimola alla riflessione. Cure rimarrà sempre il mio preferito di Kurosawa (anche perché, viste le sue ultime fatiche, come il terribile Loft, non ho più tanta fiducia in lui), ma Kairo gli è molto vicino. Dopo una strana cenetta da Calderoni, torno sul luogo del delitto per vedere il film che attendevo di più in tutto il festival: Hausu/House (Giappone,1977) di Obayashi Nobuiko, finalmente coi sottotitoli. Ora, questo film è avanti anni luce rispetto ai prodotti coevi, strampalato, delirante, divertente, veramente da non credere ai propri occhi, e il pubblico partecipa attivamente a questa incredibile proiezione; a suo modo un capolavoro, che aspetta solo di essere editato in DVD come dio comanda. E alla fine della proiezione sono talmente galvanizzato che non vado nemmeno a prendere il treno, ma rimango a Bologna a ubriacarmi.

Domenica 22 gennaio

Bene, almeno quest’anno riesco ad arrivare in piedi all’ultima giornata di Festival, evitando influenze o altri acciacchi. In cielo splende un sole delizioso, la voglia di entrare in una buia sala è poca, anche perché le proposte della giornata sulla carta non è che mi facciano impazzire. Così me la prendo comoda e aspetto fino alle 16,00 prima di entrare a vedere il primo film della giornata, ovvero Yotsuya Kaidan/The Yotsuya Ghost Story (Giappone, 1959) di Misumi Kenji, regista di quasi tutti gli episodi della violentissima serie di Lone Wolf & Cub. Questo film è un remake del precedente Yotsuya Kaidan/The Yotsuya Ghost Story di Keisuke, passato in rassegna giovedì, e – conoscendo il regista – mi aspettavo qualcosa di violento e decisamente più genuinamente terrificante del predecessore. Beh, purtroppo il film mi ha deluso non poco: a parte l’assenza di sangue e budelle e la blanda virata horror, il film non scorre come dovrebbe (e dire che questo remake dura la metà dell’originale), i personaggi sono caratterizzati poco e male e il tutto resta anonimo senza mai emozionare, peccato davvero. Esco dalla sala un po’ amareggiato, e vado a zonzo per Bologna nell’attesa che cominci la proiezione di Yokai Daisensou/The Great Yokai War del geniaccio Miike Takashi, che già avevo visto al Festival di Venezia nel 2005. Già mi era piaciuto alla prima visione, ma non ero riuscito ad apprezzarlo appieno a causa di un bel po’ di stanchezza che avevo accumulato: quale occasione migliore per gustarmelo di nuovo? Niente, anche in versione fantasy-per-famiglie Miike riesce a sorprendere: Yokai Daisensou è una favola emozionante, vicina ai lavori di Miyazaki per tematiche e ambientazioni, che riesce comunque a mantenere l’impronta personale del regista di Osaka, sia a livello stilistico che tematico. Un film costosissimo per gli standard miikiani, che comunque dimostra come il budget disponibile sia stato speso in maniera adeguata; una festa per gli occhi, avvincente, con effetti speciali – sia in CGI che non – che ben si amalgamano al resto, dando una sensazione di “naturalezza” al tutto, come se gli Yokai esistessero davvero, in un qualche angolo di questo globo. Chissà. Fine del film, fine del Festival, il treno mi aspetta e rischio di perdere la mia stazione perché ho sonno…

(Tutte le foto del Festival sono di Valerio Spisani)

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