24° Torino Film Festival


2006-Torino Film Festival

Torino, 24° edizione

( 10 Novembre – 18 Novembre 2006)

Certo non si può dire che la 24ma edizione del Torino Film Festival abbia dato molto spazio alle pellicole provenienti dall’estremo oriente: nessuna retrospettiva e/o omaggio riguardante autori asiatici e un numero esiguo – sette – di film in programmazione. Di questi, ben quattro sono stati presentati nell’ambito del Concorso Internazionale Lungometraggi, ovvero Manoro/The Teacher (di Brillante Mendoza, Filippine 2006), Buyi Zhi Le/Pleasures of Ordinary (di Xia Peng, Cina 2006), Reanglao Jak Meangnue/Stories from the North (di Uruphong Raksasad, Thailandia 2005) e Pavilion Sansho-uo/The Pavilion “Salamandre” (di Tominaga Masanori, Giappone 2006), altri due, e precisamente 46 Oku nen no koi/Big Bang Love, Juvenile A (di Miike Takashi, Giappone 2006) e Hak se wui vi wo wai kwai/Election 2 (di Johnny To, Hong Kong 2006) erano presenti nella sezione Fuori Concorso, mentre Noroi/The Curse (di Koji Shiraishi, Giappone 2005) faceva parte della sezione Detours. Proprio quest’ultimo ha avuto l’onore di essere stato il primo film asiatico da me visto nella nuova multisala Ambrosio, distante pochi metri dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova: non proprio il massimo della comodità per chi ama svolazzare di sala in sala, visto che tra l’Ambrosio e le multisale del centro, ovvero Massimo e Greenwich, occorre circa un quarto d’ora di passo spedito, ma molto spedito. C’è però da dire che l’organizzazione del Festival ha previsto una raffica di bus-navetta facenti la spola tra le varie multisale, che il sottoscritto non ha mai preso perché preferisce respirare l’aria del centro Torinese, ma chi ne ha usufruito mi ha confermato la rapidità – traffico permettendo – dello spostamento. Delle tre sale componenti il “cine caffè” Ambrosio, la numero uno è di gran lunga la più capiente, le poltrone sono belle comode e non fanno altro che invitare lo spettatore al proverbiale riposino festivaliero, lo schermo è grande e anche la componente audio non scherza, anche se tutte le volte che mi è capitato di vedere un film in questa sala c’era una cassa birichina che gracchiava. Faccio il mio ingresso in sala uno e pochi istanti dopo essere sprofondato nella poltrona comincia Noroi/The Curse,  su cui mi ero informato poco e niente perché mi piacciono le sorprese. Dal nome, pensavo fosse un qualche epigono di Ring/Ju-on e compagnia bella ed ero già pronto a sprofondare ulteriormente nella poltroncina, ma fin dalle prime immagini si capisce subito che non è così. In realtà, il film si affianca a pellicole finto-documentaristiche simil-Blair Witch Project, film con cui Noroi ha non pochi punti in comune: il giornalista Kobayashi Masafumi, una sorta di indagatore dell’incubo, comincia ad indagare su degli strani fenomeni che accadono in una casa dove si dice che viva una donna con suo figlio, raccogliendo testimonianze dei vicini e roba simile. La prima parte del film è anche piacevole, soprattutto quando le interviste del giornalista vengono inframezzate da spezzoni televisivi che hanno quasi del grottesco, peccato che il gioco finisca poi per prendere una piega monotona, con tanto di plagio del finale di Blair Witch Project (sembra impossibile plagiare un film del genere ma è così) e mille e uno finti finali fino al zum zum finale “vero” che ormai non fa più alcun effetto. 115 minuti sono troppi, troppissimi per un film del genere. Peccato poi che la storia alla base del film – che non sto a raccontare nel caso ci sia qualcuno che non l’abbia visto – sia anche interessante. Un’ occasione sprecata. Al termine di Noroi, sempre all’Ambrosio 1, ecco il film che più attendevo di questo festival: 46 Oku nen no koi/Big Bang Love, Juvenile A del signor Miike, già presentato quest’anno a Berlino. I commenti carpiti qua e là dai pochi fortunati che già avevano avuto occasione di vederlo mi facevano ben sperare, ma con Miike non ci si deve MAI aspettare nulla, perché si rimane inesorabilmente spiazzati. Ovviamente, e ancora di più di tanti altri sui film, 46 Oku nen no koi/Big Bang Love, Juvenile A spiazza di brutto. Ora, non so quanti registi riescano dopo una valanga di film a sorprendere, fatto sta che l’Agitatore ce l’ha fatta per l’ennesima volta. Quello che sulla carta pare un prison movie misto thriller aromatizzato gay, in realtà è un pretesto per (far) riflettere sul passaggio dall’infanzia all’età adulta e sul rapporto tra padre e figlio, con una messa in scena teatrale non così distante dal kammerspiel, zeppo di simboli e decisamente non proprio immediato. Un film che mi ha fatto rimuginare per una settimana intera, finchè non sono andato a rivederlo per cercare di ricomporre ulteriormente questo elegante puzzle miikiano. Da vedere assolutamente. Di Hak se wui vi wo wai kwai/Election 2 se ne è già parlato molto, a partire dal forum di Asian Feast, e bisogna ammettere che sul grande schermo dell’Ambrosio 1 questa ennesima fatica di Johnny To fa la sua bella figura. Dopo un breve saluto mandato da Johnny To appositamente per il festival di Torino, ecco comparire i titoli di testa, che paiono ispirati a quelli dei classici yakuza-eiga di Fukasaku Kinji, con tanto di musica incalzante che mette subito di buon umore. Election 2 è ancora meglio del primo, To gira in maniera elegante e asciutta, non c’è un minuto superfluo in questo film dove pare che il regista voglia avvicinarsi sempre più al western dei bei tempi che furono. L’inseguimento/duello notturno, l’esecuzione in mezzo al mare, le scene di dialogo “speculari”, portano il marchio di più grande regista vivente di Hong Kong – ormai non c’è nemmeno più bisogno di dirlo; rispetto al primo capitolo questo scorre meglio, probabilmente anche grazie ad una sceneggiatura più sciolta e a qualche botta di adrenalina in più. Senza contare il cinico finale che non lascia alcuna via d’uscita.

Passando ai quattro film facenti parte del Concorso Internazionale Lungometraggi le cose cambiano decisamente, e quasi sempre in peggio. Il primo che ho visto è stato il giapponese Pavilion Sansho-uo/The Pavilion “Salamandre”, una commedia leggera leggera che ruota attorno al 150° compleanno di una salamandra che lo Shogun inviò nel 1867 all’Esposizione Universale di Parigi, e che ora è custodita da una fondazione per la tutela di Kinjiro – questo il nome della salamandra – gestita dalla famiglia Ninomiya. Il film ha alcuni momenti prettamente comici, tipo dei giapponesi vestiti da picciotti corleonesi che parlano uno strano slang tra giapponese e siciliano, o altri visivamente interessanti – le bolle di sapone – ma ciò non basta a rendere interessante una storia che dopo pochi minuti annoia di brutto, sempre a girare attorno a ‘sta salamandra, con una miriade di personaggi che vanno e vengono ma che non riescono a rimanere scolpiti nella mente dello spettatore. Il filippino Manoro/The Teacher è invece un piccolo film girato in una manciata di giorni, basato sulla storia vera di Jonalyn, una ragazzina di tredici anni che alla vigilia delle elezioni si addentra tra i monti alla ricerca del nonno, partito a caccia di cinghiali, per riuscire a riportarlo a casa in tempo per riuscire a farlo votare. Il film tocca lo spinoso problema dell’alfabetizzazione, soprattutto delle persone più anziane, che permetterebbe loro di poter esercitare il diritto di voto. Un’ occasione per osservare da vicino uno spaccato di vita tra i villaggi rurali delle filippine, che richiede comunque un certo impegno da parte dello spettatore per essere seguito fino in fondo dal momento che la maggior parte delle riprese si riducono a lunghe inquadrature della marcia di Jonalyn e di suo padre che ben presto rischiano di annoiare. Il thailandese Reanglao Jak Meangnue/Stories from the North non si discosta poi di molto da Manoro/The Teacher, anche se traspare qui una maggiore disponibilità di risorse da parte del regista. Nove bozzetti che ritraggono la vita nelle campagne thailandesi, tra bufali d’acqua, suonatori solitari, bambini che si raccontano storie di fantasmi e villaggi abitati da anziani, dal momento che i giovani sono stati risucchiati dalle grandi città in cerca di lavoro. Il regista focalizza l’attenzione sul rapporto tra la vita rurale e quella di città, ormai schiava del capitalismo: il confronto tra strade ormai scomparse tra la vegetazione che costringono a muoversi a piedi con fatica e quelle su terra battuta, se non asfaltate, dove scorrazzano a folle velocità i ciclomotori dei giovani tailandesi (uno degli episodi migliori), i ritmi dilatati della campagna contro la frenesia cittadina, il passaggio tra il giorno e la notte coi suoi piccoli rituali; sono tutti elementi che portano alla luce quanto il capitalismo possa cambiare drasticamente lo stile di vita delle persone. Interessante e poetico. L’ultimo film asiatico in concorso è il cinese Buyi Zhi Le/Pleasures of Ordinary diretto dal giovane Xia Peng (classe 1983), in cui – come già indica il titolo – vengono ripresi momenti di vita quotidiana di una cittadina a nord della Cina. Si va dunque dalle riprese in una palestra di boxe a quelle di un fabbro al lavoro, passando per racconti e interviste degli abitanti del villaggio: un ex-ladro con una gamba rotta racconta delle sue esperienze passate, gruppi di ragazzi che giocano a mah-jong, muratori al lavoro, veterani di guerra, pranzi e cene a base di dumplings, fuochi artificiali, gatti; tutto concorre a costruire un affresco sulla situazione delle classi meno abbienti della Cina contemporanea. Il ritmo del montaggio è piuttosto serrato, e le immagini sono accompagnate da suoni e clangori provenienti dall’ambiente circostante, inculcando nello spettatore la sensazione di dinamismo, di fervore che agita persino i più oscuri pertugi della città. Alla fine si rimane rapiti dalle immagini senza nemmeno accorgersene, anche se le due ore di durata sono forse un po’ troppe. E’ davvero un peccato che la copia proiettata al Festival fosse di pessima qualità, una sorta di divx compresso malamente, che certo non ne ha favorito la visione.

 

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