9° Future Film Festival


2007-Future Film FestivalBologna, 9° edizione

( 17 Gennaio – 21 Gennaio 2007 )

Un po’ sottotono, questa nona edizione del Future Film Festival, specie per quanto riguarda il cinema asiatico; non tanto per l’animazione che anche quest’anno, grazie alla consueta selezione di qualità proposta dal fidato Luca Della Casa, ha saputo regalare alcune sorprese anche inaspettate, quanto per quello in carne ed ossa che a conti fatti era ridotto a tre pellicole: il taiwanese Silk (Guisi, 2006), l’hongkonghese McDull, the Alumni (Chun Tian Hua Hua Tong Xue Hui, 2006) e il giapponese Girl of Time (Girl of Time: Toki o Kakeru Shôjo, 1983). Del resto, non ci si può nemmeno aspettare che ogni anno venga fatta una succulenta rassegna come quella sui fantasmi giapponesi dell’anno passato o quella su Tsui Hark di qualche anno prima, alla  cui realizzazione ha tra l’altro collaborato il nostro Senesi Michele. Sebbene i luoghi del festival siano rimasti gli stessi rispetto agli anni scorsi, il Future Village, dislocato come sempre all’interno del Palazzo Re Enzo, si è notevolmente ingrandito, andando ad occupare uno dei due enormi saloni adibito al ritiro degli accrediti, vendita di libri (sempre della libreria Trame) e altre attività ricreative (sono presenti persino un paio di console Xbox 360 a disposizione del pubblico) lasciando così lo spazio della Sala del Quadrante alla mostra della Gamma Film. Ma andiamo con ordine…

Mercoledì 17 gennaio

Il primo film visto al Future Film Festival è Origin – Spirits of the Past (Gin-iro no kami no Agito, di Sugiyama Keiichi, Giappone 2006), che assieme alla co-produzione con gli USA di Brave Story è il primo lungometraggio realizzato dallo Studio Gonzo. Benchè la vicenda non sia delle più originali, visto che attinge a piene mani dall’immaginario miyazakiano (specie da Nausicaa, talvolta ai limiti del plagio), il film è ben realizzato e scorre con piacere senza particolari momenti di stanca. Il tema centrale è quello dell’equilibrio precario tra natura e tecnologia, dove al potere della terra viene contrapposto quello degli esseri umani. Non è certo ai livelli di pura poesia del maestro Miyazaki, ma benchè ci sia qualche lieve scivolone retorico qua e là Origin rimane comunque una piacevole esperienza. Al termine della proiezione pomeridiana mi butto al volo in sala 4 incuriosito dai primi tre episodi di Nerima Daikon Brothers (Oroshitate Musical Nerima Daikon Brothers, di Watanabe Shinichi, Giappone 2006), una serie animata dello stesso autore di Excel Saga. Gli episodi non sono altro che un pretesto per inscenare dei surreali siparietti musicali che ruotano attorno allo sfigatissimo trio dei Nerima Daikon Brothers: divertente all’inizio, ma dopo poco comincia a stancare. Oltretutto ecco sbucare gli immancabili problemi tecnici, con il dvd che si blocca più volte facendo saltare alcuni spezzoni, anche se la trama è talmente strampalata nonché esile che non è una grossa perdita in termini di narrazione. Appena uscito dalla sala 4 incrocio le dita e mi fiondo alla sala 3, dove sta per iniziare la prima parte dell’omaggio alla scuola di animazione cinese: una grossa incognita per il sottoscritto, che fortunatamente si è rivelata una piacevole sorpresa. Quattro i cortometraggi presentati da Laura Zardi e Luca Della Casa, ovvero Il Generale Fanfarone (Jiaoao de jiangiun, di Te Wei, Cina 1956), Le Piccole Carpe alla Porta del Drago (Xiao liyu tiao long men, di He Yumen, Cina 1958), I Girini alla Ricerca della Mamma (Xiao ketou zhao mama, di Te Wei, Cina 1960) e I Tre Monaci (Sange heshang, di Ah Da, Cina 1980), davvero sorprendenti, specie per quanto riguarda i lavori di Te Wei e quello di He Yumen. In particolare è degno di nota I Girini alla Ricerca della Mamma che grazie alla tecnica tradizionale utilizzata sfruttando le proprietà assorbenti della carta, con pochi tratti sfuggenti è in grado di riprodurre in maniera incredibilmente realistica la fauna dello stagno: decisamente affascinante, senza nulla togliere agli altri cortometraggi comunque realizzati in maniera più convenzionale.

Giovedì 18 gennaio

La seconda giornata si apre con la proiezione di Barnyard (USA/Germania, 2006) di Steve Oederderk, un lungometraggio di animazione in 3D che ha come protagonisti gli animali di una fattoria. Niente di nuovo sotto al sole, si ridacchia ogni tanto ma niente di più: ormai questo tipo di film cominciano a mostrare la corda, decisamente. Arriva quindi il turno del controverso Princess (Germania/Danimarca, 2006) di Andreas Morgenthaler, film d’animazione dai contenuti delicati e dalla dubbia morale che desta il mio interesse grazie alla realizzazione con tecniche miste tra cui l’inserimento di brevi spezzoni live: interessante. Tornando a volgere lo sguardo a oriente, ecco quindi arrivare il terzo capitolo del maialino filosofeggiante, McDull, the Alumni (Chun Tian Hua Hua Tong Xue Hui, 2006) di Samson Chiu, che rispetto ai due precedenti capitoli è girato in buona parte con attori in carne ed ossa – praticamente tutte le star del cinema hongkoghese contemporaneo – che danno il loro contributo a questo folle zibaldone. Se il primo McDull rimane comunque insuperato, così poetico, McDull – the Alumni è comunque meglio del secondo capitolo, perlomeno in termini di ritmo. Anche qui il film non è altro che un contenitore di miniepisodi dal tocco surreale, e non solo per quello che riguarda le parti animate, ma anche per quelle live, alcune delle quali si fa persino fatica a comprenderne il senso. Del resto per poter apprezzare appieno i tre film di McDull, zeppi come sono di gag – anche linguistiche – che fanno ampio riferimento alla cultura cinese, bisognerebbe conoscere molto bene la realtà entro cui prendono vita, cosa assai difficile da parte dello spettatore occidentale. Nonostante ciò, il film si guarda con piacere, il ritmo è frizzante e le stupidaggini non si contano, lasciando lo spettatore stordito ma di buon umore. Finito McDull, la tentazione di rivedere lo splendido Silk (Guisi, Taiwan 2006) di Su Chao-pin è assai forte, ma dopo qualche attimo di tentennamento opto per la proiezione in sala 4 di tre episodi della serie Ayakashi (Giappone, 2006) di Nakamura Kenji, una serie d’animazione horror basata sulle tradizionali storie di fantasmi giapponesi dallo stile grafico particolare, che dà l’impressione che le tavole siano state disegnate su carta di riso. La leggenda di cui si narra in questi tre episodi è quella del Bakeneko, ovvero il gatto dall’inferno, dove una specie di indagatore dell’incubo (che porta alla mente le indagini oscure tratte dalla penna di Edogawa Ranpo) cerca di far luce su un misterioso omicidio. Il ritmo talvolta latita, ma per gli occhi è una festa.

Venerdì 19 gennaio

Ed ecco arrivato il momento per uno dei film più attesi, The Girl Who Leapt Through Time (Toki wo Kakeru Shôjo, Giappone 2006) realizzato dallo studio MadHouse per la regia di Hosoda Mamoru. Tratto da un racconto del 1965 di Tsutsui Yasutaka, da cui sono stati tratti altri due film (di cui uno, quello di Obayashi Nobuhiko, in programmazione al Festival), il film narra di una giovane studentessa che per puro caso acquisisce la capacità, spiccando dei salti, di compiere dei balzi nel tempo. In un primo momento questo potere viene utilizzato per poter soddisfare i propri sfizi e rendere felici gli amici, ma successivamente diventa quasi una necessità per poter evitare pericolosi incidenti. Appassionante, divertente, profondo, e animato in maniera sopraffina, questo film si candida come una delle migliori proposte festivaliere. Purtroppo in questa giornata sono riuscito a vedere solo questo film, dispiace solo non essere riuscito a presenziare alla proiezione di Atagoal: Cat’s Magical Forest (Atagoal wa neko mori, Giappone 2006) di Nishikubo Mizuko, dagli stessi realizzatori di Appleseed.

Sabato 20 gennaio

Ecco come cominciare la giornata col sorriso per poi vedersi mutare la gioia in frustrazione: tutto a causa di Happy Tree Friends – The Movie (USA, 2006) di Rhode Montijo e Ken Navarro che non è altro che una raccolta di qualche (mediocre) episodio nuovo per circa mezz’oretta a cui sono stati appiccicati i primissimi episodi già editi in DVD secoli fa. Ma nessuno ha visto questo “film” prima di proiettarlo? E’ forse stato proiettato qualcos’altro al posto del vero film? Chissà, fatto sta che a un certo punto, come se non bastasse, dopo un paio dei vecchi episodi tutto si inchioda e gli spettatori sono costretti ad uscire dalla sala. Amen. Dopo un bel piattone di tortellini alla panna entro in sala 4 a vedere un paio di serie occidentali: The X’s “Truman X: Supervillian” (USA, 2006) di Carlos Ramos e Zombie Hotel: “First Day” e “The Bogeyman Cometh” (Francia/Irlanda 2006) di Luc Vinciguerra. Se il primo è un discreto cartone animato che ritrae le vicende di una famiglia simile a quella de Gli Incredibili, il secondo è di una piattezza imbarazzante, e ancora mi chiedo come sia riuscito a resistere fino in fondo senza addormentarmi. Alla fine della proiezione, il tempo di una sigaretta e di nuovo in sala 4, a vedere il programma 7 dei Future Film Short – Premio del Pubblico Groupama: qualcosa di carino c’è (come il simpatico Bubble di Hoe Se-Hwang, Corea del Sud 2006) ma la maggior parte non riescono ad entusiasmare ed annoiano in fretta. Infatti a metà programma esco e mi precipito in sala 1, dove il regista Bassam Kurdali e l’art director Andreas Goralczyk presentano Elephants Dream, un cortometraggio di animazione in 3d che ha la particolarità di essere stato realizzato interamente con strumenti Open Source. Il risultato non è niente di che, in particolare per la trama confusa, anche se qualche guizzo fantasioso rende l’esperienza piacevole per gli occhi. Dopo la proiezione, i due ospiti si sono prodigati – fin troppo – a spiegare per filo e per segno la vicenda del cortometraggio, dalla sua ideazione alla realizzazione vera e propria. A questo appuntamento ne segue un altro, ben più interessante, sempre in sala 1, ovvero l’incontro con il gruppo della MadHouse formato dal presidente Masao Maruyama, i due registi Yuasa Masaaki e Hosoda Mamoru e il produttore Saito Yuichiro che diventa un pretesto per presentare le numerose novità (alcune già presenti al Festival) che lasciano a bocca aperta buona parte degli spettatori. Se ne vedranno delle belle, per questa casa di produzione che sta vivendo un momento particolarmente florido. Per la serata decido infine di andare a vedere Una Pelicula de Huevos (Messico 2006) di Rodolfo e Gabriel Riva Palacio Alatriste, lungometraggio animato che vede come protagonisti…delle uova. Visivamente non sono certo rose e fiori: nonostante sia stato realizzato recentemente il film sembra fuoriuscito dagli anni ’80, e anche i personaggi non riescono a trasmettere simpatia ma fanno solamente innervosire. Poche le trovate divertenti, tutto sa di già visto, ma buona parte del pubblico sembra apprezzare: meglio per loro. Decisamente poca Asia in questa giornata di sabato, per fortuna andrà meglio il giorno successivo.

Domenica 21 gennaio

Ed eccomi all’ultimo giorno di festival, con la mente un po’ annebbiata a causa di un sabato sera furente. Ma bando alle ciancie, perché è in questa giornata che ho assistito alla proiezione della vera sorpresa del festival, dopo aver visto una serie di corti facenti parte dell’omaggio all’animatore olandese Paul Driessen (celebre soprattutto per le sue animazioni in Yellow Submarine). Abbastanza interessanti nel complesso, anche se le abbondanti dosi di bizzarria con cui l’autore farcisce i suoi corti sono risultati a tratti incomprensibili. Ed ecco arrivare la sorpresa in sala 2: Kemonozume (Giappone, 2006) di Yuasa Maasaki, una serie di 13 episodi (in questa sede sono stati proiettati i primi 3) prodotta dallo studio MadHouse che mi ha lasciato davvero basito. La storia narra di un antico dojo che per tradizione combatte dei demoni mangiatori di carne, ma dopo i primi due episodi la trama prende una piega inaspettata, lasciando relativamente da parte le scene d’azione e focalizzando l’attenzione sui rapporti tra i personaggi. Al di là della trama che sulla carta non sembra nulla di particolare, è lo stile del realizzatore che lascia strabiliati, il suo tratto essenziale e dinamico si presta alla perfezione a riprodurre le infinite trovate di cui è zeppo questa serie. Grande attenzione è data ai personaggi, si diceva, e in particolar modo ai due fratelli che assieme al padre gestiscono la palestra votata all’eliminazione dei demoni. Kemonozume è una tecnica segreta che permette chi ne faccia uso di acquisire una forza straordinaria, come e più dei nemici: nei primi tre episodi purtroppo non viene rivelato in cosa consista il Kemonozume, ma proseguendo con la serie (si perché appena giunto a casa mi sono prodigato a recuperare tutto il resto) verranno alla luce degli agghiaccianti segreti legati a questa tecnica. Un autore lanciatissimo, Yuasa, visti anche i precedenti Cat’s Soup e Mindgame (quest’ultimo è stato presentato nell’ambito della scorsa edizione del Festival). A chiudere questa nona edizione del Festival bolognese ecco arrivare un’altra sorpresina: Girl of Time (Girl of time: Toki o Kakeru Shôjo, Giappone 1983) di Obayashi Nobuhiko, regista di quel folle e geniale House/Hausu che ha mandato in visibilio la platea della scorsa edizione del Festival. Il film è tratto dallo stesso racconto di Tsutsui Yasutaka da cui è stato tratto il sopracitato The Girl Who Leapt Through Time, dando così la possibilità (e lo sfizio) agli spettatori di poter fare doverosi raffronti a distanza ravvicinata. Conscio del fatto che un’esperienza come House sarebbe rimasta ineguagliata, affronto il film con la giusta dose di aspettativa, visto che il regista ha già dato modo di essere a suo agio con ambientazioni fantastiche con tocchi di delirio. La prima parte delude leggermente, la narrazione è un po’ confusa e non si riesce bene ad afferrare la coda della trama che scappa qua e là; per fortuna che nella seconda parte la vicenda si anima decisamente, i nodi vengono al pettine e (quasi) tutto si riallinea, rispetto al quasi omonimo corrispettivo animato la parte fantastica è tenuta più a freno e i toni sono meno seriosi. A conti fatti, ho preferito il film di Hosoda Mamoru – ma non era affatto facile fare di meglio.

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