31° HK International Film Festival


2007-HK Film FestivalHong Kong, 31° edizione

( 20 marzo – 11 aprile 2007 )

E’ iniziata il 20 marzo la 31esima edizione del  Festival Internazionale di Cinema di Hong Kong, uno dei principali eventi cinematografici mondiali.

Da Hong Kong, la nostra inviata Laura Liverani

01-04-07

RECENSIONE ESCLUSIVA:

EYE IN THE SKY

di Yau Nai Hoi

con Simon Yam, Tony Leung Ka FAi, Kate Tsui

Eye in the sky e’ un occhio invisibile a cui non sfugge nulla dei suoi target: il CIB (Criminal Intelligence Bureau), un reparto top secret della polizia di Hong Kong. I suoi agenti si mescolano non visti in mezzo alla gente, osservando i sospetti e raccogliendo tutto cio’ che potrebbe portare ad un indizio: un giornale dimenticato sul tram, un banale scambio di battute in strada, uno scontrino gettato via. La giovanissima Bo ( Kate Tsui, al debutto cinematografico) e’ appena diventata una di loro, e si trovera’ a giocare al gatto e al topo con un sospetto rapinatore (Tony Leung Ka Fai) sotto la guida del collega piu’ anziano Huang ( Simon Yam).
Dopo un incipit accattivante, il debutto per la Milkyway di Yau Nai Hoi -ex-sceneggiatore di Johnnie To- non convince fino in fondo. L’inizio del film ci proietta in una Hong Kong autentica, come la si vive tutti i giorni, visivamente e acusticamente: la ressa sul tram, lo snack al 7-11, i portacenere stracolmi e fumanti agli angoli delle strade, le folle nelle strade di Central. Ma le belle soprese finiscono qui. Personaggi piuttosto prevedibili – anche nei tic e nelle battute, ricerca dell’effetto commovente o drammatico un po’ facile, nessun colpo di scena fino all’improbabile lieto fine. Il film non annoia, ma nemmeno emoziona.
Una barzelletta su un cane che cerca impiego nel mondo del lavoro delle pari opportunita’ e’ la cosa che ricorderete con piu’ facilita’, probabilmente, dopo aver visto il film…. Eye in the Sky ha aperto il festival in anteprima assoluta.

27-03-07

SPECIALE AVENUE OF STARS

In occasione dell’ HKIFF e in esclusiva per Asian Feast, non poteva mancare uno speciale mini-reportage fotografico della Avenue of Stars, versione tutta cinese dell’Hollywood Boulevard.
Sulle piastrelle lucide del viale, le impronte delle mani di registi e divi del cinema honkonghese incorniciate in stelle argentate. Per quelli morti prima del 2004, anno di inaugurazione della promenade, solo la stella incassata e il nome. Il percorso è punteggiato di brutte sculture celebrative di figure professionali del cinema, chioschi delle bibite in foggia di macchine da presa, una specie di venere avvolta da celluloide… per fortuna la passeggiata costeggia la baia, con vista sullo spettacolare skyline dell’isola di Hong Kong, su cui far riposare gli occhi di tanto in tanto.
Mentre gli honkonghesi vengono qui solo a fare jogging, i numerosi turisti della Cina popolare arrivano armati di fotocamera e si mettono in posa entusiasti. In coppia, in gruppo, con la mano nell’impronta del palmo di Jet Li, seduti sulla finta sedia da regista, di fianco al Tony Leung di cartone. I turisti occidentali passeggiano perplessi tra le mille stelle sconosciute, illuminandosi solo in presenza del Bruce Lee di bronzo e delle tozze impronte di Jackie Chan.
Sulla carta doveva essere una sorta di museo all’aperto dedicato al cinema hongkonghese. In realtà è diventato un luna-park zeppo di pacchianerie; non a caso è una delle opere pubbliche post-1997. Ma chi ama questo posto lo sa apprezzare proprio per la sua spassosa bruttezza.

 

RECENSIONE ESCLUSIVA:

BUBBLE FICTION


di Yasuo Baba, Giappone 2006.

con Hiroshi Abe, Ryoko Hirosue.

Yasuo Baba, (classe 1954) ritorna alla regia dopo sette anni di assenza. Personalità estremamente versatile, nella sua lunga carriera ha fatto di tutto. Ha prodotto manga e 8-mm – con la Hoichoi Productions, fondata insieme agli amici quando era studente, ha scritto bestsellers, lavorato per la televisione e il teatro; è regista cinematografico, scrittore e fumettista. Bubble Fiction è il suo quinto lungometraggio, coprodotto dalla Hoichoi e dalla Fuji Television Network.
Bubble come bolla economica e bollicine di una lavatrice. Tokyo, 2007: trasformata in macchina del tempo, una lavatrice farà viaggiare i protagonisti a ritroso nel tempo fino ai primi anni novanta, in pieno boom economico. Missione: cambiare il corso della storia e salvare il Giappone dal collasso finanziario degli anni successivi. La nostra guida attraverso la strana Tokyo del 1990 è Mayumi, hostess-bar degli anni 2000 che si ritrova circondata da gente dalle folte sopracciglia rettangolari, che indossa jeans a vita alta e minigonne fucsia, e che comunica attraverso giganteschi cellulari preistorici… Una fanta-commedia strampalata e divertentissima, con la giusta dose di umorismo idiota.

25- 3-07

Al termine della prima settimana dell’ HKIFF, un riepilogo di cosa abbiamo visto e di cosa è successo. E un’anticipazione di quello che ci aspetta.
L’apertura del festival è stata quasi interamente dedicata alle conferenze stampa, alle grandi prime, alle presentazioni di gala. Riavvolto il tappeto rosso per qualche giorno, il programma si infittisce facendosi ancora più interessante, e i luoghi del festival si moltiplicano. Nonostante l’efficienza dei trasporti hongkonghesi, impossibile riuscire ad assistere anche solo alla metà delle proiezioni che si vorrebbero vedere: le nove sale sono disseminate tra Kowloon e l’isola di Hong Kong.
Della trentina di sezioni in programma, poche quelle totalmente dedicate all’estremo oriente. Hanno già preso il via Chinese Renaissance – una rassegna di registi emergenti cinesi-  e Hong Kong Panorama 2006-2007, una selezione di recentissime produzioni locali tra cui spiccano due anteprime assolute: Undercover di Billy Chung e A Mob Story di HermanYau.
A Herman Yau è intitolata un’intera rassegna che parte il 27 marzo. Il re della “categoria III” ci intratterrà con la sua presenza e con una decina di film. Vedremo sia nuovi lavori – Whispers and Moans- che classici del gore anni novanta quali Untold Story e Ebola Syndrome.
Tra gli eventi più attesi del festival, un omaggio a Li Han-Hsiang, figura molto amata del cinema di Hong Kong. Descritto come “visionario e innovatore”, il regista  ha avuto una grande influenza anche nel cinema della Cina continentale e di Taiwan, creando nuovi generi popolari. Scomparso nel 1996,  sarà ricordato con la proiezione di 28 film dagli anni 50 agli anni 80. Presenta la retrospettiva l’Hong Kong Film Archive, che ha curato tra l’altro l’edizione di una monografia sull’autore, adesso in uscita.
Dalla fine di marzo prende il via Asian Digital Competion:  come promette il titolo, si tratta di otto lungometraggi girati in digitale di autori dell’Asia nord e sud orientale, con due prime assolute: Things We Do When We Fall In Love del malese James Lee –tra i titoli più attesi- e Mid-Afternoon Barks, film ad episodi di Zhang Yaodong, dalla Cina continentale.
Naturalmente altre produzioni asiatiche sono disseminate tra i vari sotto-programmi del festival, a cui partecipano moltissimi paesi. Non poteva mancare l’Italia; un omaggio allo sperimentatore visivo Paolo Gioli, tre film in concorso- ahimé c’è persino Kim Rossi Stuart- e una retrospettiva di Luchino Visconti. Ovviamente noi non ci saremo. Lasciamo il tutto agli expat italiani in preda alla saudade, augurandogli di optare per Paolo Gioli.

Se leggete queste pagine dovreste saperlo, ma… Category III o CAT III: a Hong Kong indica un sistema di classificazione di film vietato ai minori, ad alto contenuto di scene esplicite al limite della pornografia e/ o particolarmente violente. E’ attribuito dalla HK Television and Entertainment Licensing Authority (TELA) ai film in distribuzione. Per gli appassionati di cinema, indica una classe di film appartenenti a diversi generi, che condividono cattivo gusto, perversioni più o meno gratuite, sesso e violenza. Una miscela mai politically correct, difficilmente esportabile, sicuramente affascinante.

RECENSIONE ESCLUSIVA:


THE CASE

Di Wang Fen, Cina 2006.

Con Wang Sifei, Wu Gang, Wu Yujian.

La sezione Chinese Renaissance dell’HKIFF,  lanciata nel 2005 per celebrare il centenario della nascita del cinema cinese, si ripropone di presentare al pubblico internazionale i nuovi talenti della scena continentale. Ha aperto il 21 marzo con un’anteprima mondiale non particolarmente affollata, in una piccola sala dello Space Museum a Kowloon.
The case della giovane regista Wang Fen, ex-modella e attrice, racconta una storia poco convincente ambientata nel bel paesaggio dello Yunnan. La location non ha tanto a che fare con  l’economia del racconto, piuttosto con un finanziamento pro-turismo stanziato dalla provincia autonoma dello Yunnan.
Una coppia sulla quarantina un po’ in crisi gestisce una guest house nei pressi di Lijiang. Una mattina, al risveglio, l’uomo trova una valigia contenente resti umani congelati e da quel momento comincia a comportarsi inspiegabilmente da falso-colpevole. Nasconde la valigia e non dice nulla alla moglie. Cambia idea e cerca di sbarazzarsi senza successo della valigia. Prende una sbandata per una dark-lady ospite della pensione. Uccide la moglie ma se ne pente subito.
Le ragioni che muovono i personaggi rimangono per lo più oscure allo spettatore. L’autrice è indecisa: tentenna tra il dramma familiare, lo humour nero e la commedia. La sceneggiatura si sfalda sempre di più nel corso dello svolgimento, e quando siamo vicini allo scioglimento, una trovata banale: era tutto un incubo del protagonista, che si risveglia accanto alla moglie.

22-03-2007

ASIAN FILM AWARDS


Gli Asian Film Awards (AFA) sono indubbiamente l’evento più mondano in apertura dell’HKIFF. Un grande gala del cinema asiatico in pompa magna, con 4000 ospiti internazionali, personalità del cinema e celebrità dello spettacolo. Migliaia di spettatori hanno seguito l’evento in sala o in diretta TV. Noi della stampa siamo stati confinati in una specie di gabbia tra il pubblico pagante e la platea degli ospiti; solo gli operatori della TVB Pearl, il canale TV locale con l’esclusiva dell’evento, potevano muoversi liberamente fin sotto al palco. Agli altri non restava che rassegnarsi a guardare le star preferite dallo schermo gigante, oppure attraverso teleobiettivi lunghi almeno un metro e mezzo.
Tra i primi a salutare il pubblico, la superstar Andy Lau che si è aggiudicato un award come “box office star”, ovvero come attore campione di incassi.
Un altro premio speciale –per il suo straordinario contributo al cinema asiatico- è andato ad una leggenda vivente del cinema di Hong Kong: Josephine Siao. Presentata da Luc Besson che si è dichiarato suo fan,  Josephine nella sua carriera ha recitato in un numero incredibile di film, senza mai conformarsi ad un genere o ad un ruolo particolare. Fasciata in un vestito di seta e salutata da un pubblico in delirio, ha annunciato che avrebbe compiuto 60 anni proprio quel giorno.
Il film più premiato è stato il coreano The Host (miglior film, miglior attore a Song Kang-ho, miglior cinematografia e miglior effetti speciali alla casa di produzione The Orphanage)
Tra gli altri awards assegnati:  miglior regista: Jia Zhangke (Still Life, Cina); miglior attrice: Miki Nakatini(Memories Of Matsuko, Giappone); sceneggiatura: Mani Haghighi (Men At Work , Iran); montaggio: Lee Chatametikool (Syndromes And A Century, Tailandia/ Austria/Francia); colonna sonora: Rahayu Opera Jawa (Indonesia/ Austria)

RECENSIONE ESCLUSIVA:

SAKURAN


di Ninagawa Mika, Giappone 2007.

Con Tsuchiya Anna, Shina Kippei.

Ninagawa Mika è conosciuta in Giappone –e non solo-  come regina della fotografia pop. Attraverso il suo obiettivo di fotografa gli oggetti più banali si trasformano in pura magia surreale, in un’esplosione di luce e colori; vedi la serie Liquid Dreams, tra i suoi scatti più riusciti. Pesci e fiori sono da sempre i soggetti preferiti di Ninagawa. Nelle foto di  moda ricopre le modelle di vestiti vivaci e strati di trucco.
Al suo debutto di regista, Ninagawa non sa resistere alla tentazione di cercare di proiettarci nello stesso mondo visivo ultra-pop: tra una sequenza e l’altra interpone inquadrature psichedeliche di pesci rossi e fiori; fa indossare agli attori diversi strati di stoffe colorate, gioielli tintinnanti e chili di make-up, e li fa muovere in ambienti densi di oggetti preziosi e tappezzerie variopinte.
Il compiacimento estetico nuoce però al film, che si trascina stancamente tra inquadrature perfette dai colori al limite della saturazione, in cui si muovono personaggi inconsistenti.
Sakuran racconta della vita di una oiran, sofisticata prostituta del periodo Edo, in un bordello di Yoshiwara.  Dopo un lungo flashback che rende conto dell’infanzia, la storia procede linearmente in modo piuttosto prevedibile: l’apprendimento delle tecniche di seduzione dalla prostituta più anziana e i primi clienti, la consapevolezza del proprio potere sugli uomini e la gelosia delle altre ragazze, e infine la scoperta dell’amore.
Neppure la colonna sonora j-pop e le scene erotiche riescono a rendere il film stimolante.

20-03-2007

300 film, 50 paesi, 23 giorni,16 anteprime mondiali: il trentunesimo festival internazionale del cinema di Hong Kong si annuncia denso e affollato quanto la città che lo ospita.
Asian Feast è presente a questa edizione dell’ HKIFF non solo per recensire una selezione dei film asiatici in programmazione, ma anche per raccontarvi di chi c’è, di cosa si dice e di che succede dentro e fuori dalle sale del festival.
Ad aprire il festival ieri sera Eye in the Sky (Hong Kong 2007) dell’esordiente Yau Nai-Hoi e l’attesissimo I’m a Cyborg, but that’s Ok (Corea del Sud 2006) di Park Chan-wook (con Rain, Lim Su-jeong).
I’m a Cyborg, but that’s Ok ha già vinto il premio Alfred Bauer a Berlino, dove era in concorso. Qui al festival di Hong Kong, i due protagonisti Rain (aka Jung Ji-hoon) e Lim Su-jeong (ATale of Two Sisters) si sono entrambi assicurati una nomination all’Asian Film Awards.
Attore di soap coreane e cantante K-pop, Rain è al suo debutto cinematografico e sta conoscendo un successo incredibile in mezza  Asia. Bastano pochi minuti su MTV Asia, o all’HMV Store di Hong Kong, e un passaggio dell’ultimo successo pop di Rain è garantito.
Sono le 21: fuori dall’Hong Kong Exhibition Centre a Wanchai una folla di fan aspetta l’arrivo di Rain, star K-pop e protagonista del film di apertura del festival. Sono soprattutto ragazzine, armate di gadget luminosi, maschere da coniglio –un riferimento al film- e striscioni con dediche. All’interno, un numero non meno consistente di fotografi e cameraman sgomita per assicurarsi una buona posizione per le riprese. Mi piazzo dietro a una security guard non troppo alta e aspetto con gli altri, pronta a scattare.
Finalmente gli ospiti d’onore arrivano, preceduti dalle urla isteriche dei fan. Ecco Park Chan-wook, sorridente e pacioso come sempre, e i suoi due attori, vestiti completamente di bianco e panna. Lim Su-jeong è carina ma un po’ irrigidita dalla cascata di flash. Rain è un ragazzone alto quasi un metro e novanta, con due fessure furbette al posto degli occhi. Si mettono in posa e sorridono ai fotografi, e dopo pochi minuti percorrono il tappeto rosso verso la sala, per la presentazione del film e un saluto al pubblico.
Addio poetica della vendetta. Park Chan-wook dopo la sua trilogia bella e crudele si prende una pausa dalla vena violenta dei film precedenti. I’m a Cyborg, but that’s Ok è una favola ambientata in un ospedale psichiatrico; una storia tenera e divertente, scorrevole, ma a tratti leziosa.
Il film racconta le giornate di una ragazza- che crede di essere una cyborg- all’interno di un ospedale psichiatrico. La giovane paziente fa ruotare la testa di 180 gradi, spara proiettili dai polpastrelli, entra in comunicazione con il distributore delle merende. Conserva gelosamente la dentiera della nonna, che le appare spesso in sogno cercando di rivelarle il segreto dell’esistenza, e infine  si innamora di un paziente (Rain) che ama indossare una maschera da coniglio.
Realtà e dimensione psicotica della protagonista si mescolano senza soluzione di continuità. Non solo, anche le psicosi individuali dei pazienti sono vissute e condivise da tutti i personaggi del film, e quindi dallo spettatore. E’ questa libertà narrativa il punto di forza del film, che fa perdonare le non poche ingenuità: dalle stereotipate gag sui matti che strappano risate un po’ troppo facili, alla prevedibilità dell’intreccio- la storia d’amore a lieto fine.

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