40° Sitges


2007-SitgesSitges (Barcellona- SPAGNA), 

( 4 Ottobre – 14 Ottobre 2007 )

Il festival di Sitges è una mosca bianca tra le tante manifestazioni cinematografiche europee. Lo è in prima battuta perchè nasce come festival horror e fantastico, anche se ora ha vedute più ampie, imponendosi quindi con una connotazione prettamente “di genere”, ovunque spesso bistrattata. Lo è in maniera ancora maggiore per l’appassionato di cinema orientale; infatti nonostante il boom mediatico che i prodotti asiatici stanno vivendo ultimamente e nonostante Cina, Corea, Giappone e fratelli stiano letteralmente dominando i festival europei, l’attenzione riservata al cinema dell’estremo oriente è spesso limitata ai soliti nomi noti. Ma il “Festival Internacional De Cinema De Catalunya” va controcorrente: infarcisce di Asia il “concorso”, la sezione “premiere”, puntina di oriente anche gran parte della selezione dedicata all’animazione, e gli dedica anche “Orient Express – Casa Asia”, una sezione esclusiva con tanto di concorso interno.

Ma tanta abbondanza necessita di molto ordine.

Al concorso vero e proprio, “Secciò oficial  fantastic”, partecipavano nell’edizione appena conclusasi due dei film contemporaneamente più attesi e più criticati dell’intero panorama asiatico: I’m a Cyborg but that’s Ok è il repentino, provvisorio, cambio di rotta di Park Chan-wook che, dopo la stracitata “trilogia della vendetta”, sentiva l’improvviso bisogno di scrollarsi di dosso l’etichetta di “regista violento” che gran parte della critica (ignorante) occidentale gli ha affibbiato. Risultato: premio Alfred Bauer a Berlino, premio per la migliore sceneggiatura proprio a Sitges 07 e un film che poi così tanto “buonista” non è. Altro film oggetto di contestazioni accese è Sukiyaki Western: Django, ennesima fatica di Miike Takashi che, rifacendo il Django corbucciano, infila Quentin Tarantino nel cast, sollevando un polverone che dal Festival di Venezia (dove il film è stato presentato in anteprima) alla cittadina spagnola, non si è ancora posato. Il film del regista Giapponese intanto si aggiudica il premio per la miglior fotografia, quasi a voler zittire più di un fan inferocito per il registro che, rispetto agli standard “Miikiani”, risulta controllato.

La sezione dedicata alle “Premiere”, che sono tali ovviamente solo in suolo spagnolo, è caratterizzata da una selezione di pellicole orientali alquanto bizzarra. Mentre è facilmente intuibile il perchè della presenza di Dororo di Shiota Akihiko, bizzarro fantasy giapponese, per la verità piuttosto noioso, ma che ha infranto diversi record di box office in patria, non si spiega la presenza di Confession of Pain di Andrew Lau ed Alan Mak che, oltre ad essere piuttosto scadente, è anche datato 2006. Sono preziosissimi invece i recuperi di Glory to the Filmmaker! (Kantoku Banzai), nuovo personalissimo delirio di Kitano Takeshi e di Mad Detective di Johnnie To, presentati a Sitges immediatamente dopo la comparsata al festival lagunare un mese prima.

“Anima’t”, ovvero l’animazione a Sitges: dieci film in concorso, sei dei quali asiatici. Numeri abbastanza prevedibili per un festival che quando parla di disegni animati tiene lontano mille miglia il nome Pixar e i suoi epigoni. Scendono quindi prepotentemente in campo Corea del Sud e Giappone: tra gli altri fanno parlare di sè Aachi & Ssipak di Joe Bum-jin (che si aggiudica il premio di miglior film d’animazione” curiosa e dissacrante presentazione di un futuro non proprio roseo e Tekkonkinkreet di Michael Aria, coproduzione Usa-Giappone che nasconde dietro un tratto sobrio un’esplosione onirica finale inaspettata.

Ma è, ovviamente, “Orient Express – Casa Asia” a riservare le sorprese maggiori. Inutile girarci intorno, inutile sottolinearlo: è Triangle, l’attesissimo film che porta le firme di Tsui Hark, Johnnie To e Ringo Lam, tre mostri sacri del cinema cantonese, il vero mattatore di tutta la sezione. Ogni fan o semplice fruitore del cinema dell’ex colonia britannica attendeva questa pellicola da quando le prime indiscrezioni su come tre intoccabili del cinema di Hong Kong stessero lavorando su un’unica pellicola. Le polemiche seguitate alla presentazione a Cannes non hanno fatto altro che dare nuova forza alla fiamma di Triangle: il segmento diretto e scritto da Tsui Hark non è vendibile, è necessario rimontarlo. Esplodono i forum telematici di mezzo mondo in attesa del risultato di questo nuovo montaggio. Sitges 07 è la tappa finale e il verdetto parla di un lavoro evidentemente monco, spersonalizzato nella parte di Tsui Hark, stupendo nei segmenti affidati alle mani di Ringo Lam e Johnnie To, ma che a conti fatti fa urlare di sdegno. Un film con un potenziale del genere, con una carica autoriale tale, non doveva essere macellato sotto i pesanti colpi dell’industria cinematografica. Flash Point, attesissimo ritorno di Wilson Yip dopo il passo falso con Dragon Tiger Gate, non è certo il capolavoro che tutti si aspettavano per indorare la pillola amara di Triangle, ma è un noir-poliziesco serrato, maschio, allo stesso tempo balistico e marziale, certo non particolarmente originale, ma fottutamente divertente. Le file cantonesi sono ingrossate ulteriormente da Eye in the Sky piccolo gioiellino di Yau Nai-hoi, già sceneggiatore di capolavori della Milkyway come PTU e The Mission, qui al suo debutto cinematografico e Invisible Target, mega blockbuster firmato Benny Chan che si assesta dalle parti del (peggior?) cinema hollywoodiano d’azione. Da segnalare, almeno per dovere di completezza, come il Giappone sia rappresentato in questa sezione da Death Note, primo e secondo capitolo, due pellicole tratte dal manga che ha infervorato la terra del Sol Levante, ma che non si rivelano all’altezza del fumetto da cui sono stati tratti. Corea del Sud, Cina e paesi minori leggermente in ombra, purtroppo.

La conclusione non può che essere una speranza: quella che blasonatissimi nomi come Berlino, Cannes e Venezia (che comunque sotto l’insegna di Marco Muller si è notevolmente “orientalizzata”) imparino la lezione di un festival cosiddetto minore che sceglie di bruciare il tappeto rosso della vergogna e allargare i propri orizzonti alla ricerca di un cinema che tanto lontano poi non è.

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