25° Torino Film Festival


2007-Torino Film FestivalTorino, 25° edizione

( 23 Novembre – 1 Dicembre 2007 )

Prima di entrare nel vivo, con i film che qui più ci interessano, vediamo di dare un breve giudizio sulla passata edizione del Torino Film Festival 2007. Dopo tutto quello che era stato scritto, i dibattiti, gli insulti e le guerre intestine, la fine sembrava vicina. Invece il nuovo direttore, un Nanni Moretti entrato perfettamente nell’ottica del basso profilo torinese, si è guadagnato la riconferma sul campo, lasciando alla Festa di Roma red carpet e giochetti vari. E non stiamo parlando delle cifre sventolate dopo la fine del festival (un aumento del pubblico del 50% e tra gli accreditati persino del 75% rispetto all’anno passato, dato che – a chi scrive – sembra francamente impossibile), ma del fatto che il Festival è ancora il nostro, del pubblico, Torino Film Festival.
Così, anche quest’anno non sono mancate le due tradizionali retrospettive, quella (molto gradita) su John Cassavetes e quella (un po’ scontata) su Wim Wenders, come è stata traghettata nel nuovo festival anche quello che una volta era la sezione “Americana”, quest’anno sotto le aspettative. Insomma fin qui tutto bene. Un po’ meno bene invece ci sembra il fatto, che il cinema di genere, nella sua accezione più pura, sia stato bandita dal neo-direttore. Niente Polizieschi (se non in forma contaminata), Western e soprattutto film Horror, che pur hanno sempre fatto parte della rassegna torinese (o perlomeno nell’ultimo decennio, da quando il sottoscritto segue il Festival). Innegabilmente, l’assenza si è fatta sentire, ma considerando quali erano le aspettative, va bene così. Nel complesso un buon Festival, quasi a livello delle edizioni passate, ma che necessita di una iniezione di sangue (cinematografico) per poter soddisfare pienamente.
Tra i film visti meritano sicuramente una visione, oltre al nuovo immenso Cronenberg, l’australiano Noise (Matthew Faville, 2007) e il sorprendente war-movie israeliano Beaufort (Joseph Cedar, 2007).
Arriviamo così al cinema asiatico, che pur essendo presente con una manciata di pellicole, ha lasciato un po’ l’amaro in bocca. Vediamo più da vicino le pellicole in questione.

THE HOME SONG STORIES (Tony Ayres, 2007)


The Home Song Stories, pur essendo un film di produzione australiana, rientra pienamente nel nostro ambito di interesse. Scritto e diretto dal Tony Ayres, al suo secondo lungometraggio dopo il debutto con Walking on Water del 2002, il film convince soprattutto per la sua accurata e sentita rappresentazione della comunità di emigrati cinesi, in un paese che non potrebbe essere più lontano dalla propria cultura d’origine. Il regista racconta la storia di una cantante hongkonghese, che negli anni sessanta tenta di costruirsi una nuova esistenza in Australia. Divisa tra il desiderio di vivere la propria vita e la necessità di dare un tetto ai propri figli, si delinea questo melodramma, costellato da riferimenti biografici che non può non finire in tragedia.
Dopo una prima parte pudica e ben controllata, The Home Song Stories inizia a girare su se stesso, e perde sempre più quel rigore pur inizialmente presente. Quello che rimane è una pellicola discreta, tra l’altro premiatissima in patria, ma in fin dei conti insoddisfacente. Notevoli comunque le interpretazioni, iniziando da Joan Chen e dal piccolo Joel Lok, la cui faccia racconta più di mille parole.

MY BLUEBERRY NIGHTS (Wong Kar Wai, 2007)

Se The Home Song Stories è un film “asiatico”, almeno per quanto riguarda la storia che racconta, il nuovo Wong Kar Wai – il primo interpretato da attori occidentali e girato interamente negli Stati Uniti – invece è, spiace dirlo, il classico film d’esportazione, che piace tanto presentare nei festival di mezzo mondo.
My Blueberry Nights (2007), già passato in concorso a Cannes, contiene tutti gli elementi tipici – sia di contenuti, sia di messa in scena – caratterizzanti il cinema del regista cinese, ma si rivela una cocente delusione. Storie di vita, fatte di delusioni, amori, abbandoni e morte, si incrociano e sovrappongono, ma il tutto è fin troppo pulito e calcolato, iniziando dalla sceneggiatura di Wong (in collaborazione con Lawrence Block, autore di 8 Milion Ways to Die), per convincere. In un susseguirsi di dialoghi, che vorrebbero significare chissà che cosa, ma che invece non dicono proprio nulla, non c’è mai il tempo per emozionarsi o semplicemente seguire i personaggi nelle loro storie, sprecando un potenziale che senz’altro è presente, ma che invece viene banalmente buttato a mare (una su tutte la sottotrama di Natalie Portman). Non si piange e non si gioisce con i personaggi, i loro mali esistenziali non sono i nostri e non riescono mai a toccare e coinvolgere lo spettatore. Certo, la classe di Wong e dell’intero cast (bravissime le attrici, in particolare Natalie Portman e Rachel Weisz) salvano il salvabile, ma francamente ci si augura che il regista ritorni – presto – sui suoi passi (ma il suo prossimo film sarà il remake di The Lady from Shanghai).
My Blueberry Night, spogliato di ogni specificità culturale asiatica (il che non deve essere necessariamente un male), rimane un compitino ben fatto, digeribile per tutti, ma poco altro. In fin dei conti, due rimangono le domande da porsi. Innanzitutto per quale ragione i grandi registi asiatici (in primis il defunto – creativamente – John Woo) quando vanno in “trasferta” perdono tutto quello che ce li ha fatti amare in un primo momento e in secondo luogo che diavolo di versione di My Blueberry Nights è stata proiettata a Torino, cento minuti scarsi quando la durata indicata è di 111′. Non che, probabilmente, faccia una grande differenza, però …

GYEONG-UI-SEON / THE RAILROAD (Park Heung-sik, 2006)

Arriviamo al nuovo film di Park Heung-sik, che era già stato premiato al Torino Film Festival per il suo corto Ha-Roo / A Day (1999). The Railroad, pur con qualche sbavatura (nulla che influisca sul risultato complessivo), si rivela un dramma struggente, ma allo stesso tempo misurato, che racconta la storia di un uomo ed una donna – lui macchinista della metropolitana, lei assistente universitaria – le cui strade si incrociano durante una tempesta di neve. Bloccati nel nulla, lentamente impareranno a conoscersi ed a confessarsi i propri segreti e le rispettive paure …
Park (che ha esordito nel lungometraggio nel 2004 con The Twins), pur mantenendo elementi tematici tipici della recente cinematografia coreana, si misura con una storia intimista, che con l’avanzare si dispiega lentamente di fronte agli occhi dello spettatore fino al finale elegante e tutt’altro che scontato. Gioca a favore la durata di 107′ (e noi che ormai ci eravamo convinti che non esistessero pellicole coreane sotto le due ore), ma è soprattutto la capacità del regista a non perdere mai di vista la sua storia ed i suoi personaggi (veramente notevole l’interpretazione di Kim Kang-woo) a collocare The Railroad sopra la media. Riportiamo quello che ha dichiarato il regista a proposito del film:
“Una donna che sta vivendo un intenso dolore, e che ha una certa presunzione da intellettuale, incontra un uomo che è la tipica persona abituata al duro lavoro. Tuttavia, proprio questa diversità permette a entrambi di superare l’imbarazzo e confidare all’altro le sofferenze più intime. Attraverso questo film vorrei far riflettere sull’armonia, la solidarietà e il legame che si possono creare fra le persone”. 
A questo, non abbiamo altro da aggiungere, se non che The Railroad merita di essere visto, sicuramente più di molti strombazzati “filmoni” coreani di recente memoria.

CEOT OI KAP GEI / EXODUS (Pang Ho-cheung, 2007)

Alla sua sesta regia, dopo i discreti You Shoot, I Shoot (2001), Men Suddenly in Black (2003), Beyond our Ken (2004), A.V. (2005) e il bell’Isabella (2006), Pang Ho-cheung si ripresenta con Exodus (2007).
Il film si apre con una sequenza che sconvolge e confonde, ma che cattura lo spettatore fin dal primo minuto, non mollandolo più fino allo straordinario finale (chiusure così se ne vedono veramente poche). Senza voler anticipare troppo della trama, Exodus racconta le indagini di un poliziotto su una presunta cospirazione ai danni del sesso maschile, che sembra avere dell’incredibile (forse la risposta ad uno dei grandi misteri della vita, ossia cosa fanno le donne tutte insieme e così a lungo chiuse nel bagno). Lo strepitoso Simon Yam lentamente si addentra in questa rete invisibile, senza mai rendersi conto di quanto ogni suo passo venga osservato e in che cosa si sia andato a cacciare. E quando se ne rende conto, preferisce lasciar perdere, voltandosi dall’altra parte. 
Pang si prende tutto il tempo necessario, mantenendo un ritmo pacato fino alla quasi sospensione, e crea un’atmosfera d’attesa che con il passare dei minuti diventa sempre più misteriosa ed inquietante. Un noir che in realtà è una intelligente riflessione sul rapporto tra uomo e donna, ma che convince pienamente come “detective story” dalle connotazioni assurde, se non persino grottesche, non perdendo per questo un grammo in tensione. Per quanto riguarda la messa in scena, Pang elimina i colori caldi e mediterranei di Isabella, prediligendo una fotografia virata verso il blu e facendo un misurato, quanto ragionato, uso di rallenty, lenti movimenti di macchina e di un montaggio a dir poco rigoroso.
Exodus è senz’altro l’opera migliore del regista e probabilmente il più bel film hongkonghese dell’anno. Da vedere assolutamente.

MY SON / ADEUL (Jang Jin, 2007)


Chiudiamo con il nuovo film di Jang Jin (Guns & Talks; Murder, Take One, Righteous Ties), “regista blockbuster prolifico però discontinuo” come si legge nel catalogo del festival. Se The Railroad (2006) si è rivelato una piacevole sorpresa non si può dire altrettanto di My Son, indigesto melodramma familiare di stampo coreano.
Lee Kang-shik condannato all’ergastolo per duplice omicidio, ottiene l’occasione di incontrare per un giorno suo figlio, che non vede da 15 anni.
Pur essendo i personaggi piuttosto ben delineati e le interpretazioni di buono livello, in particolare Cha Seung-weon (Murder, Take One, Blood Rain) nel ruolo del padre, ci si chiede in tutta sincerità quale fossero le intenzioni di Jang Jin nel girare questa storia mal calibrata, ma soprattutto cosa possa averlo spinto ad inventarsi un twist finale di cui non si sentiva certo il bisogno. Le voci fuori campo dei protagonisti, che risultano in controsenso alla sorpresa finale, testano pesantemente la pazienza dello spettatore, almeno quanto una scena di cgi particolarmente cretina. Certo, il twist sottolinea quello che Jang vuole dire con questa storia, ma fa apparire la trama ancora più costruita e poco logica.
La messa in scena è buona, come quasi sempre nel cinema coreano contemporaneo, ma francamente sa molto di maniera. Tutto questo rende My Son un filmetto decisamente trascurabile.

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