61° Festival del film Locarno


2008-Festival Locarno Locarno (Svizzera), 61° edizione

( 06 agosto – 16 Agosto 2008)

Il clima che si è respirato a Locarno nel corso della sessantunesima edizione del Festival del film è stato quello a cui la città da sempre ci ha abituato: una location avvolgente che coinvolge lo spettatore, catapultandolo in una dimensione unica e a tratti quasi irreale. L’intera cittadina si tinge di giallo e nero, da tutti gli esercizi pubblici fanno capolino striscioni e addobbi leopardati, le vie del centro fanno la muta, abbandonando la loro usuale veste in favore di un più appropriato manto maculato. Il festival stesso, pur avendo come centro focale la Piazza Grande, si estende per tutto il territorio comunale, organizzando con perizia la programmazione su otto sale, permeando così con la sua concreta presenza non solo il cuore della città, ma anche le zone più esterne e periferiche. Per le strade si riversa una folla multicolore e multietnica, che parla un affascinante melange di lingue e dialetti; una babele del cinema. Non tutti i presenti sono incalliti fagocitatori di celluloide: abbondano anche i curiosi e la gente comune, oltre a giornalisti, artisti, professionisti del settore e cinefili di ogni sorta. Tutti però in questo frangente sono accomunati dalla passione per il cinema, e l’accogliente atmosfera dell’ospitale Locarno fa sentire a proprio agio ciascuno degli intervenuti. Nell’atmosfera aleggia un che di magico: prende consistenza l’illusione di una grande città leopardo, che vive e respira in simbiosi con il suo festival.

Per quel che riguarda la programmazione, purtroppo non si può certo dire che il cinema orientale sia stato il punto di forza di questa edizione: dei diciotto film in lizza per il Concorso internazionale, soltanto due erano produzioni targate estremo oriente. D’altronde anche gli organizzatori della manifestazione non hanno fatto mistero del fatto che l’Asia sia stata poco rappresentata all’interno del festival, giustificando quest’assenza con alcuni problemi dell’ultimo minuto, come la censura preventiva imposta dal governo cinese, che ha fatto in modo che alcune pellicole venissero bloccate senza poter uscire dal paese. A corredo di questa situazione però una buona notizia: durante la presentazione dei due film di Kitaro è stata annunciata per l’anno prossimo la volontà di mettere il cinema orientale in primo piano, per riscattarlo dalla condizione di scarsa rilevanza che ha assunto in questa edizione. Si tratterà forse di una retrospettiva in collaborazione con la Shochiku, grazie alla cui disponibilità quest’anno sono state realizzate, oltre all’evento Kitaro, anche le proiezioni in pellicola di due vere perle dell’animazione come Kumo to churippu e Momotaro, umi no shinpei? Gli organizzatori per adesso non hanno voluto scucirsi, invitando il pubblico degli appassionati a seguire la stampa del settore in attesa di ulteriori sviluppi.

CONCORSO INTERNAZIONALE

Le uniche due opere provenienti dall’estremo oriente in concorso nella sezione principale, il coreano Daytime Drinking e il cinese Feast of Villains, pur non essendo riuscite ad aggiudicarsi alcun premio, hanno meritato la menzione speciale della giuria e hanno saputo toccare, sebbene con modalità ed effetti diametralmente opposti, le corde emotive del pubblico. Si tratta infatti di due film davvero agli antipodi: il primo è una fresca commedia colma di trovate originali e innovative, interamente partorita dalla mente dell’esordiente Kim Young-soo, mentre il secondo narra la drammatica vicenda di un cittadino cinese qualsiasi, impotente pedina di un meccanismo spietato, un mondo privo di morale in cui soltanto i furbi e i malvagi, complici la corruzione, la letargia e l’esasperata burocratizzazione dell’apparato statale, emergono dal vacuo squallore esistenziale in cui versano gli abitanti delle metropoli cinesi.

Fra le altre opere selezionate per il Concorso Internazionale c’è stato spazio anche per la Turchia, che si è fatta notare soprattutto con la co-produzione The Market – A Tale of Trade, amara commedia sul mondo del commercio per la regia del britannico Ben Hopkins, che è valsa il pardo per la migliore interpretazione maschile al protagonista Tayanç Ayaydin. Di origine turca è anche Sonbahar (Autumn), opera a tratti lirica e poetica, che narra la vicenda di un prigioniero politico, scarcerato per motivi di salute dopo molti anni di carcere a regime speciale. Il film descrive la vita del protagonista ritornato nel suo paese d’origine, un povero villaggio di montagna, alternando agli sviluppi narrativi potenti ed evocativi scorci di natura dalla bellezza mozzafiato.

Fra i film non asiatici bisogna almeno segnalare il delicatissimo Kisses, felice pellicola irlandese che riesce a illustrare con tocco leggero l’avventura di Dylan e Kylie, una coppia di pre-adolescenti che fugge di casa, lasciandosi alle spalle situazioni familiari intrise di violenza e squallore, per cercare un alito di libertà fra i vicoli di Dublino. Purtroppo però la serenità e la spensieratezza dovranno talvolta lasciare il passo alla spietata crudezza della vita di strada nella periferia suburbana, insegnando ai ragazzi che il mondo idilliaco della fantasia e la dura concretezza della realtà sono due dimensioni a sé stanti, irriducibili l’un l’altra, che possono però coesistere in modo indipendente; nella prima si può trovare rifugio per distrarsi temporaneamente dall’oppressiva presenza della seconda. Sebbene l’opera sia stata ingiustamente ignorata dalla giuria, il pubblico in sala l’ha premiata con uno degli applausi a scena aperta più lunghi e coinvolgenti dell’intera manifestazione.

CINEASTI DEL PRESENTE

Come ogni anno la sezione Cineasti del Presente ospita opere insolite, caratterizzate da una tensione innovativa nell’ambito della sperimentazione di nuovi linguaggi, da un materiale narrativo inusuale o da un approccio che privilegi una diversa lettura del reale. È in questo ambito che incontriamo roba come, ad esempio, Filmefobia, divertente pellicola brasiliana a cavallo tra fiction e mockumentary, che narra le gesta di un regista esteta che, grazie all’utilizzo di fantasiosi e sadici marchingegni creati all’uopo, cerca di realizzare un film riprendendo le reazioni di alcuni individui messi di fronte alle loro fobie più profonde e irrazionali; a impreziosire il tutto la partecipazione di Zé do Caixão nelle vesti di esperto del terrore. Ci si inizia ad addentrare in territori orientaleggianti grazie a Kinogamma Part Two: Far East, seconda parte del dittico firmato dall’appariscente Siegfried, musicista, fotografo e viandante di formazione, che descrive l’estremo oriente grazie a questo poema visivo sulla falsariga della trilogia Qatsi di Godfrey Reggio.

Di passaporto giapponese è invece Shorei X, lungometraggio d’esordio di Kohki Yoshida, che forse qualcuno ricorderà come aiuto regista in Nightmare Detective. Purtroppo il giovane filmaker pare non aver imparato la lezione tsukamotiana e confeziona un film estremamente lento e poco originale, di cui non si sentiva affatto l’esigenza: francamente insostenibile. L’idea è quella di illustrare il difficile rapporto tra una madre malata di schizofrenia e il figlio che con lei convive. Si tratta di una relazione basata su incomunicabilità, monotonia, ripetitività ed esasperazione: degli ingredienti molto difficili da dosare. Nonostante gli sforzi e le buone intenzioni dell’autore il risultato è un mattone, un’opera indigesta, eccessiva nel suo testardo riproporre sempre la medesima struttura nonché le medesime situazioni, uno dei film meno interessanti dell’intera manifestazione.

Sempre nella sezione Cineasti del Presente, ma fuori concorso, troviamo Le Petit Chaperon Rouge, anomalo cortometraggio di produzione francese diretto da Shinji Aoyama, che dopo aver diretto in EM/Embalming il maestro Seijun Suzuki, si trova qui a lavorare con un mostro sacro del cinema italiano e d’oltralpe come Lou Castel.

ICI ET AILLEURS

Nella sezione dedicata ai fuori concorso troviamo diverse opere interessanti, alcune delle quali sono delle vere e proprie folgorazioni; prima di parlarne però passiamo brevemente in rassegna ciò che meno ci è piaciuto. La delusione più grande è stata Muallaf (The Convert), l’ultima fatica della cosiddetta regina del cinema malese Yasmin Ahmad: si tratta di un’opera doppiamente irritante, sia per il suo intento catechizzatore, sia per l’ingenuità con cui eccede nell’utilizzo di toni tragici e melodrammatici, arrivando a livelli patetici da drammone di Raffaello Matarazzo. I tempi però sono cambiati, e non è più possibile confezionare film in questo modo, con tanta superficialità: di certo il pubblico non seguirà partecipe e in balia di sconvolgimenti emotivi le innumerevoli sventure delle due giovani pie protagoniste, col fazzoletto in mano, le lacrime agli occhi e i nervi in tensione; se mai, si sentirà offeso dall’infantile ingenuità con cui evolve la trama, e dalla consequenziale semplicioneria presunta nello spettatore. L’unica cosa che il film riesce a indurre in chi lo guarda, più che sentimenti di pietà e carità cristiana, è, ogni qual volta le due ragazze siano inquadrate sullo schermo, un istintivo impulso a tastarsi i testicoli come gesto scaramantico, proprio come si fa con le suore o quando si incrocia un corteo funebre.

Decisamente più interessante, anche se non del tutto convincente, il progetto denominato Return, vale a dire l’edizione 2008 del Jeonju Digital Project. Nata da una costola del Festival Internazionale di Jeonju (Corea), l’iniziativa consiste nel produrre ogni anno tre cortometraggi digitali per la regia di tre diversi cineasti: per la prima volta l’onere della realizzazione è stato affidato a tre autori africani. Il risultato purtroppo si è rivelato piuttosto modesto: due delle tre opere che compongono il programma, pur non entusiasmando, sono ben costruite e illustrano in modo soddisfacente alcune peculiarità del contesto sociale di appartenenza dei loro autori; si tratta di Expectations, di Mahamat-Saleh Haroun, e di The Alphabet of My Mother, di Nacer Khemir. Lascia invece sconcertati The Birthday, il corto realizzato da Idrissa Ouédraogo, e pare impossibile che ci troviamo al cospetto dello stesso autore che nel 1990 vinse il Gran premio della giuria a Cannes. Il film è di fattura a dir poco amatoriale, pare che cameraman e regista abbiano a che fare con la macchina da presa per la prima volta in vita loro, risolvendo pressoché tutta l’opera con un lunghissimo ed insensato pianosequenza, che insegue gli attori da una stanza all’altra dell’appartamento che fa da location; la trama è degna della famosa telenovela piemontese portata alla ribalta anni fa dal programma Mai dire tv. Per fortuna gli spettatori hanno preferito ridere piuttosto che piangere.

Merita invece un plauso la proiezione speciale di Sono nato, ma… (Umarete wa mita keredo): l’accompagnamento musicale dal vivo, realizzato dal complesso jazz Afrogarage, ha ridato nuova vita al capolavoro di Ozu, entusiasmando tutti i presenti in sala, sia grandi che piccini (sul programma l’evento era indicato come proiezione per famiglie). Grazie alle sonorità orientaleggianti, ma soprattutto grazie allo strepitoso utilizzo dei vocalizzi fatto dalla cantante, il trio è riuscito a sonorizzare l’opera in modo innovativo, sottolineando con una componente acustica tanto insolita quanto incisiva tutti gli elementi del film che comportavano potenzialmente una controparte sonora, tanto i ripetuti passaggi del treno lungo le rotaie quanto il frenetico scalpiccio dei piedi dei piccoli protagonisti. Difficilmente capiterà di vedere nuovamente un film degli anni trenta assumere un tale livello di fruibilità nei confronti di un eterogeneo pubblico del ventunesimo secolo.

Grande successo di pubblico ha avuto l’evento Kitaro, intelligentemente collocato nella giornata di chiusura del festival. Nel giro di poche ore si sono susseguite le proiezioni dell’indiscusso campione d’incassi giapponese GeGeGe no Kitaro e del suo seguito, Kitaro and the Millenium Curse, presentato in anteprima europea a poco meno di un mese di distanza dall’uscita in sala in Giappone. Imperdibile il rappresentante della Shochiku, che ha introdotto le due pellicole davanti a centinaia di spettatori tenendo in mano un’action figure gigante del babbo di Kitaro e indossando una spettacolare riproduzione sintetica del giubbino magico del protagonista. Entrambe i film sono stati preceduti dalla proiezione del primo episodio delle due serie animate dedicate al personaggio prodotte dalla Toei nel 2007, una delle quali, Hakaba Kitaro, indirizzata ad un pubblico adulto, è di particolare interesse per le atmosfere cupe, con le quali ci riporta alle venature orrorifiche di cui erano ammantati i personaggi alle origini.

Sempre in collaborazione con la Shochiku era l’altro appuntamento col Giappone che ha caratterizzato l’ultima giornata del festival, ovvero la proiezione double feature dedicata all’animazione nipponica. Entrambe interessanti le pellicole mostrate: la prima, Kumo to churippu, di Kenzo Masaoka, è un cortometraggio molto raffinato, che mette in scena le avventure di una coccinella che sfugge dalle grinfie di un ragno. La seconda, Momotaro, umi no shinpei, pur essendo un film di propaganda, è realizzata con tale perizia e bravura da contenere la summa delle conoscenze e delle potenzialità coeve nel campo dell’animazione, assurgendo allo status di potenziale paradigma per le opere successivamente prodotte con tale tecnica:  un vero e proprio capolavoro del genere.

LEOPARDI DI DOMANI

Anche nella sezione internazionale del concorso dedicato ai cortometraggi troviamo una piccola rappresentanza asiatica; si tratta di due opere entrambe surreali e piuttosto sui generis. Il primo corto, Magellan, è di provenienza cinese e porta la firma del giovane e talentuoso Li Huajun, qui al suo esordio in 35 mm. La storia è quella di un uomo che vive a cavallo tra realtà e immaginazione a bordo di una nave di fattura artigianale, posizionata sulla sommità di un alto palazzo della metropoli. Mentre questo improbabile marinaio solca i mari della fantasia alla ricerca della nave di Magellano, assisteremo alla sua strana quotidianità: un’esistenza fatta di venti salmastri, bollettini di navigazione (riguardanti l’avvicinarsi di un altro Magellano, un uragano), studi sulla rotta e sedute al timone, nonostante lo sfondo su cui si staglia l’imbarcazione sia quello di una grande città e non di un arcipelago tropicale. La componente surreale ed onirica viene abilmente sorretta da un sapiente uso dei mezzi espressivi cinematografici: costantemente nelle orecchie abbiamo effetti sonori di risacca e mareggiata e la camera ondula sul suo asse come se fosse realmente posizionata su una barca in mezzo al mare; allo stesso modo la tempesta sbatacchia violentemente l’imbarcazione, la danneggia e la insidia, lasciando il giorno successivo evidenti tracce del suo passaggio. Tutto questo fa in modo che ciò che viene presentato come il mondo immaginario di un bizzarro sognatore acquisti una tangibilità concreta, divenendo al contempo reale e fantastico. Impreziosiscono l’opera alcune azzeccate sfumature di lirismo, come la sequenza in cui il protagonista, avvistato uno stormo di palloncini colorati nei pressi della sua nave, ne cattura uno e lo mette in una gabbietta, alla stregua del proverbiale pappagallo, fedele compagno d’avventure del navigato lupo di mare.

Di pari interesse ed originalità ma ancor più sopra le righe è il giapponese Babin, che grazie agli stimolanti spunti linguistici ed espressivi in esso contenuti ha suscitato le simpatie dei giurati, accaparrandosi ben due premi: il premio Cinema e gioventù 2008 e il premio Film und video untertitelung. La bizzarra opera di Isamu Hirabayashi ci mostra le vicende di uno strampalato personaggio: agghindato come un cantante della scena J-Rock, tra pose e atteggiamenti omosessualeggianti alla Gackto e acconciature alla Dragonball, il protagonista viene subito inquadrato per la sua eccentricità, determinata da elementi caratteristici davvero unici. Ad esempio, vive in mezzo a un bosco, interrato fino alla vita; passa il suo tempo a commentare a voce alta la propria immutabile esistenza, viene scosso da fremiti di piacere quando vede passare un prestante taglialegna o da stizzita insofferenza quando viene ripetutamente bistrattato da un ingenuo bimbo che svuota contro di lui la vescica. Questo improbabile personaggio non è altri che la personificazione di un albero, alla ricerca di una propria identità all’interno di un habitat naturale che si trasforma repentinamente e in modo inarrestabile. Una gradevolissima favola moderna con un finale amaro che offre qualche spunto di riflessione sui tempi che corrono.

PLAY FORWARD

La sezione dedicata a cinema sperimentale e videoarte è un po’ avida e quest’anno ci regala soltanto un paio di appuntamenti col Giappone. Il primo di essi è Aka Ana, per la regia del fotografo di punta dell’agenzia Magnum Antoine D’Agata. L’opera tenta di insinuarsi a fondo tra le pieghe di un erotismo laido e malato, indagando la dimensione della prostituzione nelle metropoli nipponiche. Avvicinandosi forzatamente all’estetica degli scatti di Araki (il confronto è inevitabile), la pellicola cerca di superare l’opera di quest’ultimo aggiungendo all’immagine la parola. Il risultato è purtroppo modesto: un’ora di riprese semipornografiche, sporche, poco luminose e poco nitide, alle quali si sommano monologhi piuttosto contorti e farraginosi, che pretenderebbero mettere a nudo l’anima delle prostitute che li pronunciano, ma che invece non fanno altro che trasmettere una sensazione di fondo di pretestuosità, artificiosità e mistificazione; un po’ come accadeva per i commenti che chiosavano i vecchi mondo-movies italiani degli anni settanta.

Di maggior interesse è stato invece Mitate – Resemble, evento realizzato in collaborazione con il collettivo Image forum: un florilegio di cortometraggi d’animazione di provenienza nipponica, per la maggior parte sperimentali, realizzati con una grande varietà di tecniche e stili. Fra le varie opere presentate alcune spiccano per la loro originalità e innovatività; è il caso ad esempio di Chainsaw maid, di Takena Nagao (tutti i suoi lavori sono visibili su youtube), corto al passo uno che ha strappato applausi a scena aperta alla platea. Uno splatterone eccessivo e sopra le righe, con zombi, budella, gore e sangue a fiotti, il tutto realizzato con coloratissima plastilina. L’effetto è eccezionale, ilarità incontenibile che coglie lo spettatore spiazzato dall’assurdità di ciò scorre davanti ai suoi occhi. Particolarmente incisive anche due opere di carattere più prettamente sperimentale: Chirico di Keiichi Tanaami è un fluido carosello di forme che si susseguono mutuandosi l’una dall’altra, a cavallo tra figurativo ed astratto, ispirandosi ai soggetti, allo stile e alle atmosfere metafisiche di Giorgio De Chirico; Film of the Sea, di Takashi Ishida è invece una grande opera d’arte pittorica in movimento. L’inquadratura fissa riprende la parete di fondo di una stanza, nella quale da un ampio rettangolo dipinto sullo sfondo sgorga, ritirandosi e ripresentandosi, talvolta calmo, talvolta prorompente, sbordando fuori dalla superficie sulle altre pareti e sul pavimento, un magnifico mare dalle mille sfumature d’azzurro; un’esperienza visiva che riempie gli occhi e impregna lo spirito.

JURY MEMBERS’ FILMS

L’ultima grande sorpresa di questa edizione del festival del film, presentata nella piccola sezione dedicata alle opere realizzate dai membri della giuria, porta la firma di Masahiro Kobayashi, che ha vinto lo scorso anno il concorso internazionale con The Rebirth, un’opera emblematicamente minimalista e intimista; si trattava di una pellicola imperniata sulla ripetitività di una vita monotona, impossibile da modificare, in cui i dialoghi asciuttissimi ridotti all’osso facevano da contraltare al profondo disagio e dolore interiore dei protagonisti. Il regista ha scelto di proiettare quest’anno la sua opera seconda, Bootleg Film, che lascia a bocca aperta per il cambio di registro rispetto al film che ha trionfato nel 2007; lo stupore deriva dall’inaspettata poliedricità dell’autore, capace di trovarsi perfettamente a suo agio tanto nel gestire i tempi e i ritmi di una irresistibile commedia nera, quanto nelle atmosfere rarefatte dell’incomunicabilità messa in scena in The Rebirth. Una dote questa che, insieme alle sequenze talvolta dichiaratamente surreali di cui Bootleg film è intriso, e alle frequenti citazioni al cinema postmoderno di Tarantino in esso presenti, fa di Kobayashi un regista a tutto tondo, capace di concepire e realizzare un cinema a 360 gradi, in cui opere alte si alternano ad altre di registro più scherzoso e divertito, che mantengono però secondo l’etica dell’autore una medesima dignità cinematografica (è stato il regista stesso a selezionare questa pellicola per rappresentarlo quest’anno al festival)

CONDIVIDI: