26° Torino Film Festival


2008-Torino Film FestivalTorino, 26° edizione

( 21 Novembre – 29 Novembre 2008 )

Anche quest’anno il Torino Film Festival è riuscito a dare qualche motivo di interesse allo spettatore asianofilo, abbinando come solito ad una manciata di nomi grossi e di forte richiamo (su tutti Kim Ki-Duk col suo Bi-Mong/Dream) una serie di autori più o meno emergenti che a conti fatti si sono rivelati essere la parte più stuzzicante del programma. Tredici i film provenienti dall’estremo oriente, con in testa il Giappone che svetta coi suoi sette film: oltre ad Aruitemo Aruitemo (Still Walking) di Hirokazu Kore-eda (già vincitore della 16ma edizione del TFF con After Life) e al nuovo film del veterano Koji Wakamatsu – Jitsuroku Rengô Sekigun: Asama Sansô E No Michi (United Red Army) – quest’anno si è potuto vedere sul grande schermo l’opera omnia di Kohei Oguri, composta da cinque lungometraggi girati tra il 1981 e il 2005. Un film a testa per Malesia (Kurus – Days Of The Turquoise Sky di Woo Jing Min) e Filippine (Now Showing di Raya Martin), un’altra pellicola coreana (Bam Gua Nat – Night And Day di Hong Sangsoo) oltre al già citato Bi-Mong (che in realtà è una co-produzione tra Corea del Sud e Giappone) e due provenienti dalla Cina (Er Shi Si Cheng Ji – 24 City di Jia Zhang Ke e Dixia De Tiankong – The Shaft di Zhang Chi) chiudono il pacchetto di film provenienti dai confini più lontani dell’Asia, che se sul piano quantitativo potrebbe anche soddisfare, in termini qualitativi ha purtroppo riservato qualche delusione e ben poche sorprese. Uno dei lavori migliori della sezione asiatica è stato sicuramente Er Shi Si Cheng Ji/24 City di Jia Zhang Ke, situato nell’ambito delle pellicole fuori concorso, ennesima conferma della bontà di un regista (tra le altre cose vincitore nel 2006 del Leone D’Oro a Venezia per Sanxia Haoren/Still Life) che con questo suo ultimo lavoro continua a dipingere il suo gigantesco affresco rappresentante il popolo cinese alle prese con l’espansione economica dopo un secolo di socialismo, con tutto ciò che ne consegue. Jia abbatte i confini tra documentario e fiction e va ad intervistare otto personaggi che parlano delle loro esperienze di vita all’interno della fabbrica che dovrà, di lì a poco, lasciare spazio ad un lussuoso complesso residenziale (il cui nome è, appunto, 24 City), simbolo dell’esplosione del mercato cinese. Alcuni di essi, ovvero gli ex-dipendenti della fabbrica, parlano delle proprie esperienze in prima persona, a cui si vanno ad aggiungere le storie raccontate da attrici professioniste (tra cui Joan Chen) riguardanti alcune donne ex-dipendenti dello stabilimento: toccante, persino commovente a tratti. Dall’esordiente Zhang Chi arriva invece Dixia De Tiankong / The Shaft, uno dei film in concorso, che ruota attorno a tre personaggi legati tra loro da vincoli di parentela (fratello-sorella-padre) e che abitano in un villaggio nella parte occidentale della Cina, in cui buona parte della popolazione lavora nelle miniere adiacenti. Con un taglio smaccatamente neorealista – andandosi ad affiancare ad una cospicua fetta del cinema cinese degli ultimi anni, da Xiao Cheng Zhi Chun di Zhuangzhuang Tian a Tuya De Hun Shi di Wang Quanan (vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2007) – il regista porta sullo schermo storie di gente ordinaria che cerca di sfuggire alle grinfie del destino, di una vita fatta di semplicità e duro lavoro che preclude il perseguimento di qualsivoglia aspirazione. Un solco già tracciato da cui è difficile, se non impossibile, uscirne: questa è la cruda realtà, a cui bisogna rassegnarsi. Anche per il giapponese Aruitemo Aruitemo / Still Walking, il regista Hirokazu Kore-eda sceglie la strada del realismo, portando sullo schermo la storia – da lui scritta – di un fratello e una sorella che, con le rispettive famiglie, vanno a trovare dopo tanti anni gli anziani genitori, in occasione della commemorazione della morte del fratello maggiore Junpei, scomparso in mare quindici anni prima. In un arco temporale di sole 24 ore, con uno stile soffuso e delicato, il regista si sofferma in particolare sugli echi del drammatico evento avvenuto in passato, da cui non si riesce a sfuggire, e sul difficile rapporto tra i componenti della famiglia, in particolar modo tra il padre e il figlio più giovane, da sempre considerato inferiore a Junpei. Un film che richiede una particolare attenzione per poter essere apprezzato, privo di particolari picchi emotivi ma ricco di sfumature al limite del percettibile, da vedere esclusivamente quando si è ben riposati. Il malese Kurus / Days Of The Turquoise Sky di Woo Jing Min, girato in origine per la TV nazionale, è – a detta del regista stesso – ricco di elementi autobiografici: il protagonista Alì, giovane ragazzo di 15 anni che vive solo con un padre che ha il vizio del gioco, si innamora della sua professoressa di inglese, e quando viene a scoprire che il fidanzato di lei è in realtà un bugiardo mascalzone, fa di tutto per metterla all’erta. Una storia semplice, dai toni leggeri (si avvicina più alla commedia che al dramma), girata in un digitale povero con uno stile privo di estetismi, tutti elementi che fanno capire come questo sia un prodotto destinato al pubblico televisivo malese, che non ha certo voglia di complessità e fronzoli inutili. Presentato fuori concorso, Kurus è un film che si lascia guardare senza troppi sforzi e che riesce a strappare persino qualche sorriso, ma nulla di più.
Una delle vette più alte del Festival era rappresentata dal nuovo film di Wakamatsu, il durissimo United Red Army, carrellata sulle vicende di un gruppo rivoluzionario paramilitare degli anni ’70.
Non si può infine tacere sulla retrospettiva in 5 titoli dedicata all’opera di Kohei Oguri, complesso e calibrato regista giapponese con cadenza di ritmi produttivi praticamente Kubrickiana. Un’iniziativa che ha dato la possibilità di osservare le creazioni di un regista sicuramente e ingiustamente poco noto in occidente. I tasselli migliori della propria poetica sono fissati ai bordi della sua carriera; il film d’esordio, Muddy River è un’opera straordinaria e melodrammatica permeata del talento dei grandi maestri (a tratti sembra quasi un Imamura). Un grande bianco e nero, una storia di bambini, prostitute, di perdita in un Giappone post bellico di rara intensità. L’ultimo film invece, The Buried Forest, è una allucinata composizione contemplativa, acida e surreale che colpisce per la cura certosina nella maestosità grafica della messa in scena. Nel mezzo tre titoli di transizione (e)statici, dotati di un ritmo silente, a tratti quasi ostentatamente sotto eccessivo controllo. Un retrospettiva comunque preziosa e gratificante.

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