11° Far East Film Festival


Udine, 11° edizione

(24 Aprile – 02 Maggio 2009)

Una nuova edizione dopo un decennale, come dichiarato dallo stesso direttore del festival Sabrina Barracetti, è un po’ come ripartire da zero. E, in effetti, questo undicesimo appuntamento con il Far East Film Festival di Udine, uno dei maggiori eventi mondiali dedicati al cinema asiatico, si è presentato con una forma particolare, diversa dalle precedenti, sicuramente poco organica. Da un lato la retrospettiva, evento nell’evento che spesso si era rivelato come la zona più interessante e imperdibile del Festival, quest’anno si è evoluta come quattro appuntamenti mattutini votati ai soli lavori televisivi della veterana regista di Hong Kong, Ann Hui. Episodi di alterna preziosità e rarità che sommati al suo solo film in concorso, The Way we Are, ha probabilmente donato un’idea poco chiara, finanche fuorviante, a chi fosse a digiuno riguardo l’opera di questa grandissima autrice.
Sicuramente ha fornito episodi completivi della propria carriera che potevano mancare all’appassionato più esigente anche se, anche le sue opere televisive stanno finalmente ottenendo una media visibilità grazie a ristampe DVD.
Altri due elementi “anomali” si facevano notare; da un lato il numero elevato di film Indonesiani (ben 6) che da una parte mostrava l’estrema maturità, ricchezza e ricerca di migliorarsi e di progredire del cinema locale ma al contempo donava i titoli più deboli dell’intero Festival. Scelta decisamente e sempre apprezzata da Asian Feast quella di puntare su cinematografie minori e tutte da esplorare; certo che la selezione probabilmente non era del tutto accorta. Maggiore spazio, ad esempio, si poteva dare alla rinata corrente horror locale che sta facendo conoscere il cinema Indonesiano nel mondo. Sicuro che The Forbidden Door è stata una scelta vincente così come l’ovvio e mediocre Takut.
Dall’altra parte, la scelta evidentemente voluta e ricercata di un numero mediamente spropositato di film diretti da registe di sesso femminile, più di un quarto dei titoli in palinsesto. Anche in questo senso, se si dimostra l’estrema libertà in tema in Asia e il numero elevato di donne che hanno la possibilità di passare dietro la macchina da presa, dall’altra bisogna prendere atto che questi film erano mediamente i peggiori, con punte di bassissima qualità media. Non vorremmo apparire misogini ma la scelta in questione si è forse rivelata controproducente verso il cinema del “gentil sesso” e in parte verso la qualità della selezione del festival; non esiste cinema migliore maschile o cinema migliore femminile. Esiste solo buon cinema, ed quello che uno spettatore vorrebbe vedere.
Accantonate queste considerazioni parallele si può riflettere sui film in sé.
Un solo grande capolavoro per questa undicesima edizione, ma di quelli silenti che vanno assolutamente pregiati del giusto riconoscimento; My Dear Enemy, sussurrato dramma-road-movie-urbano-sentimentale rappresenta una forma pura e cristallina di cinema, perfetto, esente da ogni sovrastruttura, preziosamente intagliato. Essenza pura e nuda della settima arte.
Ai lati di questa gemma alcuni eventi; il premio oscar come miglior film straniero, lo struggente Departures, l’anteprima europea di Ong Bak 2 e Instant Swamp, la nuova folle e folgorante opera di Miki Satoshi, uno dei registi più liberi sulla piazza. Molto attesi anche Love Exposure, l’epopea storpia di quattro ore di Sono –Suicide Club– Sion e la mezza delusione dello Yattaman di Miike Takashi. Escludendo i punti bassi già citati, altri titoli si sono rivelati ottime visioni, dagli hongkonghesi All About Women, The Beast Stalker e Rule #1, ai cinesi If you Are the One e The Equation of Love and Death, il folle giapponese di mezzanotte Lalapipo, il colossal western coreano The Good, the Bad, the Weird, il capitolo 3.1 di una straordinaria saga horror-comedy thailandese Rathree Reborn, la riscoperta del classico coreano del terrore del 1965 A Bloodthirty Killer, fino ai 4 discontinui action thailandesi assemblati nella sottocategoria “Kicks of Fury – New Muay Thai Films”.
Soddisfacente anche l’horror Day, ovvero un intero palinsesto giornaliero dedicato al cinema della paura, appuntamento ormai fisso ed atteso, da anni.
La mattinata si apriva con un bel colpo, ovvero la proiezione di un vecchio classico riscoperto; A Bloodthirty Killer, sorta di risposta sudcoreana ai capolavori del giapponese Nakagawa Nobuo, è un’opera affascinante e complessa, fasciata da un bianco e nero che scolpisce corpi e architetture a tratti espressioniste e si muove tra estetica di matrice occidentale e visioni di evidente stampo locale (su tutte, la figura del bakeneko, ovvero il gatto fantasma). Un film del 1965 diretto dal maestro locale del genere Lee Yong-min, recentemente ristampato in DVD e quindi attualmente disponibile e recuperabile.
Si giunge poi ad un regista di Singapore di stanza ad Hong Kong e al suo Rule #1. Forse il migliore della giornata, un horror duro, violento e disperato, sferzato da derive action, a tratti terrorizzante e con un finale permeato di una rara dose di cattiveria. 
Sicuramente questo “horror day” presentava una buona rappresentanza di film del genere, trasversali tra i paesi, i temi e le sfumature interne, donando uno sguardo a 360° mediamente rappresentativo della vitalità e varietà dell’horror in Asia.
Alcuni anni fa il pubblico del Festival era stato accecato dalla potenza narrativa di Buppha Ratree, l’horror comedy thailandese di Yuthlert Sippapak, una rara opera capace di alternare sapientemente e con efficacia continue risate e salti sulla poltroncina. Dimenticandosi inspiegabilmente in toto del secondo capitolo, al festival era presente Rathree Reborn, capitolo 3.1 (con annuncio in coda del 3.2) della saga. La triste fantasmessa morta di parto del primo capitolo si reincarna in una bambina stuprata da un pedofilo e continua ad infestare la camera 609 e l’intero condominio di cui già aveva imbrattato di sangue le pareti. Altamente splatter, folle, delirante e comico, conferma la saga di Buppha Ratree come una delle poche epopee horror contemporanee da seguire con interesse. Tra esorcismi, spiriti guida, apparizioni, e vittime fatte a pezzi a colpi di rasoio, il regista trascina il suo reale circo di fenomeni da baraccone e divi televisivi all’interno di un gioco al rialzo, perennemente sconvolto da gag di puro terrore, battute mediamente riuscite e libertà narrativa cristallina. Senza dimenticare un costrutto melodrammatico che raggiunge il climax sul finale lasciando ben sperare per il successivo capitolo.
Takut è un film ad episodi prodotto da Yuzna che dalla Spagna sembra essere andato a fare le vacanze in Indonesia. Assolutamente trascurabile se non per l’ultimo cortometraggio diretto dai Mo Brothers, sanguigno e grottesco seppur poco originale, sorta di fusione tra Dumplings, Audition, Saw, Hostel e Untold Story, in cui una dolce ninfetta invita uomini nella propria villa per farli a pezzi a colpi di motosega e successivamente utilizzarli per succulente opere di grand gourmet. Il successo del corto è stato tale che ai due registi ne stanno producendo un’espansione intitolata Macabre che promette, dalle prime foto circolate nella rete, dei veri bagni di sangue.
Sempre dall’Indonesia giunge The Forbidden Door di Joko Anwar, un suntuoso horror mentale che non si pone problemi morali nel citare apertamente Lynch, Cronenberg, il Caligari, e altri maestri del genere. In effetti il film è una grande prova di forza del cinema Indonesiano contemporaneo, giunto ormai ad una ennesima grande maturazione e che produce decine di titoli del genere alternamente interessanti (al Festival era presente, fuori dall’horror day, anche lo psycho-thriller Fiction). The Forbidden Door è intenso e competente, ma l’estrema componente derivativa che lo permea lo rende a tratti una grossa incognita produttiva. Senza dubbio interessante.
Giungeva quindi il momento della Thailandia che come abbiamo detto più volte è ormai divenuta la patria assoluta del nuovo horror mondiale, giocandosela con una discontinua doppietta; prima 4bia, film ad episodi mediamente riuscito. Tra i nomi in campo, quello di Banjong Pisanthanakun e Parkpoom Wongpoom (registi di Shutter e Alone), Paween Purikitpanya (suo lo stupendo Body) e Youngyooth Thongkonthun (Iron Ladies, M.A.I.D.). 
Coming Soon invece è un’opera totalmente metacinematografica che narra di un film horror maledetto tratto da una storia vera, che sta per essere proiettato in tutte le sale thailandesi. Prima ancora dell’apertura delle porte dei cinema la pellicola in questione riuscirà a catapultare nella “nostra” realtà una vecchia assassina la cui tendenza è abbattere i viventi. Assolutamente discontinuo, a tratti troppo derivativo, questa sorta di proseguo ideale dell’interessante The Screen at Kamchanod assicura comunque un paio di colpi bene assestati e altrettanti salti sulla poltroncina.
Così terminava l’horror day del Far East Film Festival di Udine; ma si farebbe un torto a non citare altri titoli affini presenti al di fuori di questo evento tematico, satelliti sparsi tra i vari momenti della giornata.
Sicuramente va citato il thailandese Fireball che se anche sulla carta è un action marziale basato su uno sport inesistente legato esilmente al basket, contiene talmente tanta ultraviolenza annegata in una fotografia cupissima da sfociare nelle rive del genere di analisi.
Infine l’atteso nuovo parto di Sono Sion già autore di classici del calibro di Suicide Club e Noriko Dinner’s Table; Love Exposure, la sua nuova opera, è un’epopea estenuante di quattro ore che riflette, con uno stile barcollante, grottesco e appannato, su sesso, sangue, riti e sette, religione e eroi, passato cinefilo e presente. Un vero tour de force sensoriale estenuante, ironico e pungente, annegato dal sangue e scosso da sequenze d’azione applicate alla conquista del migliore upskirt del paese.
Con meno regia e meno voce off del precedente Noriko Dinner’s Table il film si rivela parzialmente un’incognita, mostrando il fianco all’organicità ma pungendo forse in libertà stilistica. Il ritmo è alterno e macroscopicamente sbilanciato, ma il risultato finale non può che rivelarsi come un’opera complessa da vedere e rivedere per tentare di penetrare, seppur parzialmente, la poetica dell’autore.
Passando alla mondanità, va notato come una evidente direzione presa dal CEC stia a fatica –all’interno delle zone del “popolo del nord”- cercando di rafforzarsi, ovvero quella di rendere il Festival un evento dell’intera città e non solo dei vari accreditati. Dopo le feste strabordate nei diversi pub e locali degli scorsi anni, a queste si sono aggiunti per l’edizione 2009 degli altri appuntamenti particolari; un’intera via mutata in mercatino di gadget e memorabilia in tema asiatico, il posizionamento di pittoreschi info point sparsi per la città, performance itineranti con notte gialla annessa. Un tentativo di invasione pacifica del tessuto urbano atto a risvegliare coscienze sopite e a coinvolgere i diffidenti abitanti di Udine. Concerto finale, anche quest’anno con band asiatica, la Yura Yura Teikoku e relativo party fino all’alba in quel del Teatro S. Giorgio. La modifica vagamente strutturale dell’interno del Teatro Nuovo Giovanni da Udine ha permesso, inoltre, di ampliare ancora una volta il mercatino dei gadget (prevalentemente libri e DVD). Sul fronte degli ospiti, va particolarmente menzionata la presenza della veterana Ann Hui (Boat People), degli attori Nick Cheung (Election 2) e dei registi Dante Lam (The Beast Stalker), Panna Rittikrai (Ong Bak 2), Prachya Pinkaew (Chocolate) e Kim Jee-woon (The Good, the Bad, the Weird)

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