22° Far East Film Festival


(26 giugno – 04 luglio 2020)

Premessa di archivio (per chi leggerà questo articolo tra molti anni). Il Far East Film Festival nel 2020 si sarebbe dovuto svolgere dal 24 aprile al 2 maggio. A causa dell’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia di Covid-19 ha cambiato date e forma. L’evento, in una sorta di rischiosa scommessa, ha lasciato la sede fisica ideale del Teatro Nuovo Giovanni da Udine per adottarne una virtuale all’interno del sito di MyMovies. Scommessa vinta, con un tale successo da creare un precedente che si presta ad una ripetizione anche quando potremo riaccomodarci nella comode poltroncine della sala.

Perché in realtà questa forma ha portato il cinema ad un pubblico nuovo che mai sarebbe probabilmente andato a Udine. Vedendo le foto pubblicate nei social network, molti utenti erano un pubblico giovane che si guardava i film nel microscopico schermo di un portatile, sdraiati a letto.

Insomma, un’esperienza antitetica a quella “sacra” della ideale visione in sala. Quindi si potrebbe affiancare una doppia forma festivaliera per venire incontro ad un pubblico pigro o non abituato alla magia del grande schermo o semplicemente ad un pubblico che non può spostarsi geograficamente. A questo parallelamente si alternerà quello esigente e amante del Festival  e del cinema, ed estatico nel godere dei film nella migliore forma possibile, di incontrare fisicamente gli ospiti, di vivere la città e l’evento, l’esperienza collettiva, le attività collaterali. 

La forma digitale del Festival viveva di più anime, uno spettatore poteva scegliere il classico palinsesto orario suggerito dagli organizzatori (come abbiamo fatto noi) per vivere romanticamente i tempi e le dinamiche dell’evento anche se in forma virtuale o gustarsi i film “on demand” secondo gusto e tempi, classificati per paesi e generi. Tre tipologie di accredito, da quello base ed estremamente conveniente che permetteva comunque di vedere tutti i film fino ad altre due fasce dotate di vari bonus. In parallelo su Facebook venivano forniti tutta una serie di contributi live in chiaro per tutti.

I film potevano essere commentati in chat dal vivo durante la visione (stesso servizio abbiamo fornito noi nei nostri vari social network, film dopo film) e votati, ai fini del conferimento dei noti premi del pubblico (v. sotto). Indicativamente ha funzionato tutto alla perfezione tranne un piccolo blocco di messa in onda sul finale di un film (I WeirDo), ma nulla di particolarmente problematico. Quindi totale successo.

Passiamo ai film. Alcuni titoli in meno rispetto alla media e qualche squilibrio nei numeri dei titoli scelti. Ad esempio risulta abbastanza impensabile la presenza di soli 4 film cinesi quando parliamo del paese in cui si stanno facendo i numeri, la storia e intorno a cui gira il cinema del presente. Ma pare siano sorti problemi relativi a timori di pirateria (fondati in effetti, vista la fuga diretta di alcuni titoli dal palinsesto al bittorrent). Quattro titoli, anche poco rappresentativi sono motivatamente pochi specie a fronte degli elevati coreani (10), giapponesi (9), hongkonghesi (6).

E a questo punto sembrano pochi i malesi visto che hanno il maggior rapporto numero di film/qualità. I due film di questo paese sono tra i migliori, se non i migliori, presenti al Festival. La Malesia è quindi la vincitrice morale del Far East Film, affermazione confermata dal secondo premio conquistato dal bel Victim(s). Tutto sommato la qualità media era alta, i premiati sono quasi incredibili, molto più sensati di altri anni, e i film totalmente scadenti davvero pochi il che la rende un’edizione particolarmente fortunata, nella comunque sfortuna degli eventi.

Ci siamo spesso trovati a citarne gli horror, ma per il semplice motivo che come non accadeva ormai da più di 10 anni di Festival, la selezione di titoli del genere era decisamente alta, tale da porli in diretta competizione con i film di ogni altro genere e tipologia.

Ma partiamo dal Giappone che rivelava un palinsesto vario e curioso. Ovviamente il titolo fondamentale era Labyrinth of Cinema, l’ultimo film del maestro Nobuhiko Obayashi che ci aveva lasciato l’anno precedente. Un monumentale inno al cinema, un testamento artistico invidiabile e un’ode appassionata e pacifista al Giappone, alla storia e al cinema. Commovente, tre ore di sconvolgente flusso visivo e sensoriale. 

Il Giappone si giocava anche un altro dei titoli migliori, One Night, nuova prova del talentuoso Kazuya Shiraishi, film che si brucia sul finale ma con un polso e un rigore cinerei. Il resto era il ritorno di Matsui Daigo con il divertente #Handballstrive, film barzelletta troppo lungo, l’ottima commedia sentimentale agrodolce A Beloved Wife, il curioso Romance Doll, Dance with Me, concept ottimo ma sviluppato in maniera narrativamente indifendibile, parallelo all’insipido delirio live action di Wotakoi: Love is Hard for Otaku. Poco memorabili Colorless, Minori, on the Brink e My Sweet Grappa Remedies.

Già da questi film si comincia ad evincere uno dei temi ricorrenti dei film in palinsesto che si muoveva coerente in un buon 80% dei titoli, ovvero la figura svilita dell’uomo. Belli o brutti, di un genere o di un altro, nella quasi totalità dei film in palinsesto l’uomo è raccontato come fallito, perdente, infantile, insicuro, aggressivo, violento, traditore, stupratore, marito violento, alcolizzato che picchia le donne e i figli, direttore di ufficio che abusa dei sottoposti; secco, schematico, senza sfumature. Ovviamente a lui si confrontano sempre donne belle, in carriera, di polso, intelligenti, mature, forti e dominanti. Tematica interessante e alla moda, ma che ripetuta così estenuantemente va a impoverire prepotentemente la varietà di temi e narrazioni. Fortunatamente nessuno di questi film ha vinto un premio a prova che il pubblico cerca prima di tutto grandi storie e narrazioni stratificate e complesse, non banali e retoriche.

Dalla Corea arrivava il (brutto) blockbuster Ashfall che garantisce comunque un paio di momenti ispirati, Beasts Clawing at Straws che su una macrostruttura perfetta somma microstrutture ridicole riuscendo comunque a fare breccia nel cuore di uno spettatore poco attento, il discutibile horror The Closet (il peggiore di quelli in palinsesto) pregiato da un buon cast, l’ottima commedia sentimentale “alcolica” Crazy Romance, il riuscito action Exit che purtroppo si perde solo sul finale, il dolce The House of Us, storia di ragazzini in un contesto problematico, il robusto film politico The Man Standing Next, il visivamente accecante Vertigo, Lucky Chan-sil e Kim Ji-young, Born 1982 che rientrano nel discorso fatto sopra ma nel peggiore dei modi.

Da Hong Kong arriva l’attesissimo ritorno di Johnnie To, Chasing Dream, purtroppo una delusione dolorosa, l’ultimo (?) buon capitolo della saga di Ip Man, e due dignitosi action d’antan, The White Storm 2 e Line Walker 2. Gli altri due film, My Prince Edward e Suk Suk, sono titoli messi lì per i temi trattati più che per le qualità intrinseche. Visto lo stato in cui versa il cinema di Hong Kong contemporaneo la selezione si rivela comunque ottima e ben calibrata.

Quella cinese, invece, oltre ad essere minuta è anche stranamente poco rappresentativa di quello che succede nel cinema del paese, nonostante la buona qualità media. The Captain è ottimo ma è un blockbuster abbastanza distante dalla normalità del cinema locale fatto principalmente di fantasy e oggetti ipereffettati, spesso poco dignitosi. Qualitativamente ottima scelta, certo. Better Days, il pluripremiato film vincitore del Festival è sicuramente un ottimo titolo, ma sembra più un film di Hong Kong che continentale. Changfeng Town è un oggetto stranissimo che sembra fatto apposta per un pubblico occidentale. Anche il gradevole An Insignificant Affair non sembra un film molto comune tra le centinaia prodotti ogni anno in Cina.

E veniamo al meglio: Malesia, Indonesia e Filippine. La Malesia scuote letteralmente il Festival del 2020; Soul è forse il film più affascinante dell’evento, una sorta di horror/fantasy brutale e immaginifico che gioca con i sensi. Stupendo. Victim(s) lavora invece con temi a continuo rischio retorica (giovani e bullismo) con un polso e un coraggio invidiabili portandosi a casa il secondo meritato premio.

Le Filippine portano a Udine quello che forse è il film preferito del direttore di Asian Feast, ovvero Edward, il coming-of-age più traumatizzante e coraggioso della storia. E Sunod, un horror non perfettamente riuscito ma con ottimi momenti e un buon substrato sociale sentito.

L’Indonesia era rappresentata da una doppietta firmata da Joko Anwar. Gundala è un’inusuale e riuscita nuova via di approccio ai supereroi di stampo americano (anche se ispirato a storici fumetti locali) mentre Impetigore è un altro horror, imperfetto, ma incredibilmente competitivo e con ottimi momenti.

Rimane Taiwan che ha mostrato l’ottimo stato di salute. I WeirDo è un po’ il titolo vincitore morale del Festival. Certo, è la classica storia che mette d’accordo tutti, girata con un iPhone, e satura di colori. E’ anche vero che si tratta di un film totalmente globalizzato e anonimo, tanto che più di una volta sembra di guardare un film coreano, giapponese o perfino occidentale. Ma funziona. We are Champions è uno dei titoli più trascurabili dell’annata mentre abbiamo gradito l’ennesimo horror; Detention, tratto da un acclamato videogioco indipendente sembra si un film giapponese dei ’90 ma funziona nell’alternare il genere e il racconto storico e politico, rivelandosi a tratti assolutamente disturbante.

Gli ultimi tre colpi sono per un documentario, i-Documentary of the Journalist, e le versioni restaurate del taiwanese Cheerful Wind di Hou Hsiao-hsien e il classicone coreano The President’s Last Bang di Im Sang-soo, speculare al recente The Man Standing Next anch’esso in palinsesto.

C’era spazio anche per una “retrospettiva” nell’edizione 2020, minuta ma senza dubbio interessante. Il FEFF ha portato in Italia il cinema di Watanabe Hirobumi (leggi la nostra intervista) in una sezione di quattro titoli nominata Comic Poet of the Everyday. Regista indipendente, chincaglieria d’autore con una “poetica” ripetitiva e senza dubbio riconoscibile, ha conquistato il pubblico con le sue opere senza compromessi che si amano o si odiano.

Nonostante tutto l’edizione 2020 del Far East Film Festival non si è rivelata minore come era ipotizzabile, ma anzi, forse è stata un’edizione qualitativamente più ricca rispetto ad altri anni, a confermare il talento e impegno degli organizzatori tutti (dai direttori ai referenti dei singoli paesi).

Fare una classifica organica e analitica a fronte di 50 titoli così diversi tra loro, tra paesi e generi, è impossibile. Citiamo qui di seguito solo i film personalmente preferiti dalla redazione di Asian Feast.

  1. Edward
  2. Soul
  3. Labyrinth of Cinema
  4. Victim(s)
  5. Detention
  6. One Night

 

Menzioniamo anche i premi ufficiali del Festival:

-Gelso d’Oro: Better Days
-Gelso d’Argento: Victim(s)
-Gelso di Cristallo: I WeirDo

-Gelso Nero (sorta di corrispettivo dei Black Dragon degli altri anni): Better Days
-Gelso Viola (premio di MyMovies): I WeirDo
-Gelso Bianco (miglior opera prima): Exit
-Menzione speciale: Beasts Clawing at Straws

 

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