68° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia


Venezia 68Venezia, 68° edizione

31 Agosto – 10 Settembre 2011 )

Per un anno che il Festival è stato (parzialmente) graziato da cataclismi meteorologici (se si esclude l’afa oltre il livello di guardia) va detto che l’organizzazione ha raggiunto il picco più basso da decenni a questa parte offrendo disservizi e ogni genere di elemento atto a rallentare e ledere il lavoro dei numerosi giornalisti accreditati (e non solo) presenti. Unito alla scarsissima qualità dei titoli (se si escludono due ottimi film minori di maestri storici, Polanski e Cronenberg) il Festival ha regalato una partenza con tre giorni artisticamente e logisticamente disastrosi, con una complessiva incapacità di gestire la situazione a fronte dell’arrivo al Lido di due divetti Hollywoodiani (George Clooney e Madonna) che hanno paralizzato la viabilità imponendo alle persone esenti da passerella di inventarsi e subire percorsi alternativi di rara efferatezza. Gli altri giornalisti erano lì, a commentare scarpe e abiti riempiendosi la bocca di “fashion” al chilo.
Fortunatamente dal terzo giorno in poi, a fronte di una maggiore e oleata raddrizzata organizzativa, è giunto anche il grande cinema regalando alla fine una delle edizioni a memoria più riuscite da parecchi anni a questa parte. Mai i premi della giuria sono stati così equilibrati ed equi; i furiosi ed estremi Shame (Steve McQueen), Alpis (Yorgos Lanthimos) e Faust(Aleksander Sokurov). Fuori dai premi altro cinema alto, Tinker, Tailor, Soldier, Spy (Tomas Alfreson), Poulet aux Prunes (Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud), Killer Joe (William Friedkin), Dark Horse(Todd Solondz), ¡Vivan Las Antipodas! (Victor Kossakovsky).
Stendendo un velo pietoso sullo sconfortante cinema italiano (e non per atteggiamento snob, bastava passare da una sala all’altra per notare la differenza tra quello che facciamo in casa e cosa si produce all’estero) passiamo al cinema asiatico.

Partiamo dal basso, anzi bassissimo, con il ritorno di Ching Siu-tung ad un blockbuster tratto da una leggenda classica portata più volte sullo schermo, The Sorcerer and the White Snake; è una caporetto, tra assenza di ritmo, effetti poco speciali, purtroppo non da visione pop ludica, ma da scarsa competitività e da evaporazione arida di ogni poetica e senso del meraviglioso.
Gli passeggiava a fianco un piccolo film invece, cino-francese, Love and Bruises di Lou Ye, solito polpettone venefico di ragazze che si emancipano col proprio corpo e di maschi insicuri e iperattivi; indifendibile.
Tolto il dente passiamo al grande cinema; A Simple Life, il nuovo film di Ann Hui è il suo migliore da almeno un decennio. Pur proseguendo la strada ormai collaudata negli ultimi 4-5 titoli, si lascia sedurre da un budget più elevato che permette di regalarsi una resa visiva degna del grande cinema. Attori in stato di grazia e delizioso senso del melodramma.
Life without Principle è il nuovo inaspettato Johnnie To, che elimina armi e ombre e regala un grigio dramma sociale legato al mondo della finanza. Un film che sarà il tempo a rivelare nella sua interezza.
Troviamo in concorso anche Sion Sono con Himizu, ennesimo lungo punto di domanda, a tratti intenso, “casualmente” inserito nel post terremoto e che si è giustamente e inaspettatamente portato a casa un premio per i due giovani attori.
Film a sorpresa in concorso è il cino-hongkonghese People Mountain People Sea, durissimo dramma sulla vendetta assolutamente traumatizzante. Un premio alla regia inaspettato e coraggioso come il film stesso.
Intorno al concorso però abbiamo trovato altre visioni interessanti, finanche illuminanti; The Sword Identity è –almeno nei propositi- il nuovo punto e a capo del genere wuxia. Riflessioni inedite, nuova identità visiva, un lavoro incredibile che merita il giusto riconoscimento.
Vince giustamente la sezione Orizzonti il nuovo film di Tsukamoto, Kotoko, una delle visioni più illuminanti dell’intero Festival; finalmente il regista torna ad una sorta di verginità e autoproduzione radicale, dimenticando per un attimo le patinate recenti regie monocrome prodotte dalle major e si lascia andare ad un film libero e imperfetto, uno dei suoi più frammentario e anarchico ma al contempo intenso, colorato, addirittura ironico e beffardo. Una grande e gradito ritorno. Nota di merito all’affascinante cortometraggio proiettato prima del film, Modern No.2 di Mirai Mizue.
Il primo giorno abbiamo visto l’atteso Warriors of the Rainbow: Seediq Bale, colossal taiwanese prodotto da John Woo e diretto dal regista del campione di incassi locale Cape N.7. Non tutto funziona in questo riassunto di due ore e mezza di un metraggio di praticamente il doppio, ma il film convince a fronte di una retorica arginata e tamponata da eccessi di violenza e sequenze disperate particolarmente ardite.
Ormai ospite fisso con i suoi deliri in 3D, il papà di The Grudge ci regalava un sequel diretto del suo precedente e deludente Shock Labyrinth, ovvero Tormented; il regista raddrizza il tiro e regala un’opera che, seppur risaputa e adagiata sui soliti giochi, riesce ad essere di onestissimo ed elevato intrattenimento.
Scavando ancora troviamo due prove indipendenti, il coreano Stateless Things e il Tailandese P-047 di un regista mainstream votato stavolta al low budget; il risultato di quest’ultimo è una sorta di riuscita versione più paranoica e morbosa del bel Ferro 3 di Kim Ki-duk.
In coda, la nuova mastodontica opera di Lav Diaz, Century of Birthing; 355 minuti di coerente estati cinematografica.
Lateralmente, invece, un omaggio al recentemente scomparso Mani Kaul con la proiezione del suo Duvidha.
Infine un film non asiatico ma che dell’Asia, o meglio, del Giappone, raccoglie le location, gli attori e gli umori, oltre agli co-sceneggiatori e consulenti Shinji Aoyama e Yuichi Tazawa; Cut di Amir Naderi, strampalata avventura che fonde yakuza e cinefilia acuta in un’opera robusta e paranoica, sicuramente riuscita.

In quanto alla mondanità, elevato il numero di ospiti giunti al Lido per il Festival; si va da Jet Li a Johnnie To, da Chingh Siu-tung a Tsukamoto, da Ann Hui a Deanie Yip (azzeccato il premio come miglior attrice) da Lau Ching-wan a Charlene Choi, da Eva Huang a Qin Hailu e una buona decina abbondante di altri nomi.
Ultimo record conquistato dall’Asia, ludico a dire il vero, è stato quello dei migliori pressbook presentati; particolare lode va a quello del film di Ching Siu-tung con la lussuosa cover di (finta) pelle di serpente in rilievo e quello di A Simple Life, un vero album fotografico con copertina rigida invecchiata di rarissimo pregio. Il “premio” al più inventivo e diegetico va invece al film di Johnnie To che in una “sensata” forma rettangolare allungata presenta da un lato le informazioni sul film, dall’altra una sorta di fac simile di un libretto di assegni.

(Tutte le foto sono di Senesi Michele)


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