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FAR EAST FILM 8

Il Reportage

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Un alieno giunge sulla terra, arriva ad Udine e trova il Far East Film Festival, guarda gli estremi e nota: Apertura con Imprint di Miike Takashi, chiusura con il concerto delle Mikabomb. Chissà che idea si farebbe l’alieno della razza umana.
In mezzo alle due fette di pane appena elencate c’era il ripieno. Sulla carta oro, alla prova del nove un po’ meno, ma questa è un’altra storia.
Far East Film Festival numero 8. Settantadue film, decine di ospiti, mostre, incontri, feste, musica, immagini, retrospettive da Hong Kong, Cina, Giappone, Corea del Sud, Thailandia, Filippine, Taiwan.
Scenografia decisamente più essenziale degli altri anni e nell’atrio ad accogliere il pubblico era presente una minuta mostra di scatti di Johnnie To dai suoi set. Di fianco, vari stands di gadget del festival e libri, riviste, DVD, poster sul/del cinema asiatico, sempre di più, di anno in anno.
Il mestiere del Far East Film Festival è un’avventura. Scoprire ogni anno e monitorare il cinema di mezzo mondo, dovendo dribblare film già opzionati da altri festival, scartando decine di scartine, facendo una cernita di una produzione massiccia ed enorme. Idem per gli ospiti e i loro vizi. E può apparire frustrante quanto gratificante il fatto che molti dei nomi “scoperti” dai ragazzi del FEF ora siano stati adottati da festival nominalmente “grandi” e che quindi debbano dare forfait al nostro festival udinese. Questo significa che c’è bisogno di un evidente flusso di fondi verso il festival per farlo crescere e donargli potenza e al contempo autonomia ampia di selezione.
Informale e assolutamente intoccabile come al solito l’ospitalità, oltre l’umano il contatto con gli ospiti, organizzato alla perfezione il festival, ormai una macchina perfettamente oleata.
La gestione delle feste notturne era “funny”. L’idea in sé era geniale, adottare una vecchia sala cinematografica dismessa del centro per creare un ambiente per i party della sera e darlo in mano ad un’”agenzia del divertimento”. Il risultato però era discutibile. Mancava l’intimità e la tranquillità lounge fusa al furore etilico degli scorsi anni, masse di Udinesi si sono convogliati a forza per partecipare alla festicciole forse truzze oltre il sopportabile. Il tutto è risultato un po’ dispersivo e poco coinvolgente.
Zone. Stando ai film e solo a quelli presentati al festival (ma il festival non è stato preciso specchio della realtà, forse anche per i motivi sopra elencati) ci si poteva fare la seguente idea. Molti i titoli importanti assenti, ma a sorpresa erano stati selezionati dei titoli assolutamente inaspettati che, a prescindere dalla qualità finale, hanno reso felice il pubblico presente.

Hong Kong: stando a quanto visto sembrerebbe che il cinema dell’ex colonia sia defunto (e non è così, ha solo la febbre). All’interno dei film selezionati si sono toccate due delle punte più basse del festival, con The House, brutta copia di qualsiasi horror esistente e Superkid, film per bambini che diverte per 4 minuti. Se i nomi grossi erano deludenti, dal Derek Yee fino al carrozzone di Dragon Squad erano i titoli più piccoli a nascondere sorprese come il piccolissimo Cocktail o il folgorante esordio di Lam Tze-chung, I’ll Call you. Grande successo per Isabella di Pang Ho-cheung, delusione per 2 Become 1, mentre hanno diviso il pubblico il febbricitante Shopaholics e Home Sweet Home. Evento senza precedenti, per festeggiare il suo venticinquesimo compleanno è stata la proiezione di The Imp, l’horror di Dennis Yu.

Cina: tra cinque anni il suo cinema conquisterà il mondo. Il cinema cinese è in uno sviluppo ultrarapido, si allentano le maglie della censura e vengono prodotti film intimi e ottimi nell’apparato tecnico. Praticamente il pubblico ha gradito un po’ tutta la rappresentanza con lode per Gimme Kudos e You and Me.

Giappone: Sulla carta tutti colpi grossi, nel confronto con il pubblico meno anche se i premi del pubblico sono andati a questa nazione. Deludono le Edogawarampate di Jissoji Akio anche se è innegabile l’interesse di questa miniretrospettiva sull’autore. Always – Sunset on Third Street e Linda Linda Linda, film carini carini (pure troppo) hanno acceso il pubblico, così come Nana (ispirato all’omonimo manga) che però è di una bruttezza inenarrabile. Come preventivato, la gente si è piegata in sala con applausi a scena aperta per l’irresistibile sciocchezzina Ski Jumping Pairs – Road to Torino mentre ha un po’ deluso l’attesissimo Tokyo Zombie. Insostenibile l’eterno polpettone fantasy in salsa digitale Shinobi, davvero dura arrivare alla fine. Comunque una cinematografia artisticamente e a livello di industria in ottima salute.

Corea del Sud: meritatissime tutte le lodi per Welcome to Dongmakgol. Ma oltre questo, il nulla? I film coreani presenti al festival sono tutti esteticamente bellissimi, stilosi, perfetti, ma vuoti, anzi vuotissimi e privi di ogni anima. D’altronde l’ennesimo Whispering Corridors, Voice è costruito meccanicamente sullo scheletro dell’immenso Memento Mori. Anche qui si è toccato uno dei punti più bassi del festival, con Vampire Cop Ricky, accozzaglia di roba oltre l’imbarazzante.

Thailandia: incapace di  prendersi sul serio la Thailandia produce solo film medi di intrattenimento e presi per quello che sono, assolutamente coinvolgenti. Fiumi di colori, verbosità sopra le righe, continua follia surreale pregna di ambiguità sessuali. Fa quasi tenerezza quindi trovare in mezzo a tanti fuochi d’artificio di tale specie un gioiellino intimo come Dear Dakanda, ottimo film penalizzato da un finale forse troppo “normale”. La Thailandia comunque sorprende per i suoi estremismi (l’ultragore di Art of the Devil 2) e un nuovo criticatissimo film di Yuthlert Sippapak che va assolutamente rivisto e pregiato del giusto riconoscimento.

Filippine: E’ sempre un piacere affogare nel nuovo cinema filippino, rappresentato quest’anno dal nuovo film di Joyce Bernal l’irresistibile ghost comedy D’Anothers, il fantasy di marzapane di Erik Matti Exodus: Tales from the Enchanted Kingdom e due operine in video di Rico Maria Ilarde, tra cui l’interessante Beneath the Cogon, dimostrazione di come il talento di un regista possa funzionare anche con un budget misero e un digitale povero.

Taiwan: Un solo rappresentate, l’inquietante horror patinato The Heirloom, dimostrazione di un tentativo tenace del paese di proporre un’alternativa al cinema dei “due autori” locali.

Poi uno zapping nella contemporaneità dei pink movie, ricollegandosi alla retrospettiva di alcuni anni fa, con la proiezione, tra le altre cose, del political-delirante The Glamorous Life of Sachiko Hanai.

Altra zona a tema, un mini focus su Jissoji akio e le sue opere ispirate agli scritti di Edogawa Rampo, visioni autoriali e pomposissime ma innegabilmente interessanti.

Infine la retrospettiva che sembrava quasi un proseguo ideale di quella dello scorso anno ma in chiave musicale. Il pubblico è sembrato un po’ scettico di fronte alle aspettative musical e ha disertato le sale in favore dei film più recenti. Male, visto che la rassegna era assolutamente folgorante a partire dagli stupefacenti film di propaganda al femminile Red Guards of Hong Lake e Third Sister Liu, al classico melodramma The Wild, Wild Rose, al grintoso straordinario Nikkatsu (sembrava di tornare indietro di un anno alla scorsa retrospettiva) The Guy who Started a Storm fino a tutte le opere di Inoue Umetsugu, presente al festival, a cui era dedicata una mini personale.

E poi oltre i film, tutto il resto.

Solito tram tram di giornalisti disadattati, le grandi perle di Miike, adorato a mò di divinità, gli incontri, e i momenti d’oro, quelli che valgono il festival, come quando durante il concerto di chiusura le Mikabomb hanno eseguito una cover di Linda Linda Linda al cospetto del regista del film omonimo, esaltando il pubblico.

Sicuramente un’edizione leggermente sottotono, anche se la selezione dei film era ottima. Evidentemente molti prodotti sulla carta positivi si sono rivelati leggere delusioni. Invitiamo di nuovo sponsor e chi di dovere a finanziare sempre di più questo festival. Il Far East Film Festival è ormai grandissimo, deve e può crescere ancora di più, quindi va totalmente sostenuto.

A cura di CZ:

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