In pochi forse hanno davvero colto l’entità dell’evento, sicuramente gli studiosi old school, quelli che anno dopo anno, libro dopo libro, articolo dopo articolo, vedevano –da quasi 30 anni- delinearsi la figura di Patrick Tam come quella del regista più opaco dell’ex colonia. E questo può in parte giustificare l’aura sacrale che levitava intorno all’uomo e forse evocare come la suddetta invisibilità potesse essere l’unico motivo di interesse di un nome sopravvalutato. Invece, fortunatamente, le sue opere sono (ri)emerse, e a parlare -come dovrebbe essere- non è stato l’uomo, ma le sue creazioni. E’ quasi romantica l’evocazione dei racconti dei vari collezionisti e cacciatori d’arte nel tentativo, durato decenni, di recupero delle opere del regista, racconti fatti di viaggi in loco, duplicazioni, spedizioni, transcodifiche, caccia alla copia VHS di quarta generazione quasi visivamente impercettibile, senza sottotitoli (come nel caso di Love Massacre), in formati sbagliati. Negli ultimi anni qualcosa (poco) era stato rieditato in DVD, ma solo il “totale” può realmente costruire dignitosamente e rappresentare la statura artistica del regista Patrick Tam, pietra di volta della new wave hongkonghese, direttamente e artisticamente legato con evidenza a quella francese. Tutti i suoi lungometraggi finalmente proiettati dignitosamente in pellicola, e addirittura, operazione davvero d’oro, la presenza di una doppia versione del capolavoro Nomad più o meno addizionata di sequenze illuminanti, veri saggi di ritmo, linguaggio, montaggio. Insomma, la retrospettiva su Patrick Tam era un evento unico e irripetibile atteso dagli appassionati di cinema (di tutto il cinema, non solo quello di nemmeno mezzo globo, ovvero il “nostro”) del mondo intero, da quasi vent’anni.
E così, via allo straordinario My Heart is that Eternal Rose, uno dei noir melodrammatici balistici più riusciti del ventennio, l’”edito” Cherie, lo struggente Burning Snow, il pionieristico The Sword (rigenerante wuxia sperimentale che pochi fortunati avevano già avuto la fortuna di visionare 10 anni fa nel corso dell’edizione numero zero del Far East Film Festival), il seminale Final Victory, il maledetto Love Massacre accecante nelle riflessioni cromatiche annegate nel sangue (purtroppo colpevolmente censurato nelle sequenze più gore nella copia presente al festival) fino all’acclamato (agli Hong Kong Film Awards) ritorno del regista dopo decenni di esilio, After this our Exile (che si è aggiudicato -meritevolmente- il secondo premio del pubblico).
Come non bastasse, il Far East Film Festival è riuscito a proporre allo spettatore ulteriori sedici ore di lavori televisivi, ideali per contestualizzare l’opera del regista, un periodo storico, una new wave fino ad oggi ancora parzialmente eterea. E anche qui non sono mancate le sorprese tra cui almeno una decina di momenti –paradossalmente- di intenso e altissimo cinema.
A cura di CZ: