Beh, sembrava proprio che anche quest’anno
il Future Film Festival dovesse cominciare sotto la neve.
E invece - chissà come, visti gli anni scorsi - di
neve ce n’era ben poca, anche se il freddo si è
fatto sentire. Purtroppo mi sono perso quasi tutta la prima
giornata del festival a causa di impegni di lavoro, ovvero
il congresso della CGIL che guarda caso si è svolto
a Palazzo Re Enzo, proprio sotto il quartier generale del
festival. E per ogni secondo che sono riuscito a svicolarmi
dai numerosi impegni, ne ho approfittato e sono andato a sbirciare
il luogo, che più o meno è rimasto come l’anno
scorso, anche se quest’anno in bella mostra c’è
pure un succulento banco zeppo di libri e fumetti –
che ho subito contribuito ad alleggerire di una copia di Blankets
di Craig Thompson. Peccato solo che i libri costassero come
in negozio, senza alcuno sconto particolare per il festival,
sia per gli accreditati che per il pubblico normale, contrariamente
a quanto avevo sentito dire da qualche ben informato. Allora,
anche quest’anno il festival presenta diversi motivi
di interesse, in particolare la rassegna “Storie di
Fantasmi Giapponesi”, organizzata da Luca Della Casa
e Carlo Tagliazucca, è stata un’ottima occasione
per vedere film altrimenti irreperibili o per rivedere alcuni
classici del cinema giapponese su grande schermo. Al di là
delle specialità asiatiche, che tra anteprime e serie
animate offrono svariati motivi di interesse, è notevole
anche la rassegna su Jiri Trnka, pioniere cecoslovacco dell’animazione
in stop-motion (ma non solo), decisamente corposa ed interessante
– anche se con qualche sbavatura a livello tecnico.
Comunque…
Mercoledì 18 gennaio
Il mio primo giorno di festival comincia con Mirrormask
(USA, Gran Bretagna - 2005) di Dave McKean e sceneggiato da
Neil Gaiman, inserito all’ultimo momento nella programmazione
festivaliera (tanto che non è neppure presente sul
catalogo). Per McKean, celebre illustratore che già
ha collaborato più volte con Gaiman, si tratta del
suo primo lungometraggio, prodotto nientepopòdimenoche
dalla fondazione Jim Henson, che per l’animazione pupazzosa
ha sempre avuto un occhio di riguardo (e ci mancherebbe).
Il film è una fiaba in puro stile Neil Gaiman, e racconta
le vicende di una ragazzina che lavora in un circo e viene
catapultata in un mondo immaginario alla ricerca della Mirrormask,
un potente artefatto. Ora, immaginate le opere di McKean in
versione animata e vi farete un’idea di quanto questo
film sia visivamente splendido; decisamente appagante per
gli occhi, peccato per la storia un po’ troppo banalotta
(ormai Gaiman va col pilota automatico): comunque promosso.
Finito Mirrormask arriva il turno di Wallace
& Gromit – La Maledizione del Coniglio
Mannaro (Wallace & Gromit in The Curse of the
Were-Rabbit – Gran Bretagna – 2005) di Steve
Box e Nick Park che sfoderano un prodotto sorprendente sotto
tutti i punti di vista. Il film è divertente, e tanto,
dall’inizio alla fine: decisamente un passo avanti al
seppure pregevole Galline in Fuga che qualche momento di stanca
ce l’aveva, mentre in questo caso il ritmo è
incalzante. Anche dal punto di vista tecnico nulla da eccepire.
Finito il film, scappo a prendere il treno e corro a letto,
completamente distrutto.
Giovedì 19 gennaio
Oggi si parte con Jiri Trnka e il suo Staré povesti
ceské (Old Czech Legends) del 1952, una
serie di episodi riguardanti gli eroi della mitologia ceca.
Interessante, senza dubbio, peccato solo che i sottotitoli
c’entrassero poco o niente con quello che veniva proiettato
e che – come tutto il resto di Trnka che ho visto –
l’inquadratura fosse tagliata sia sopra che sotto, visto
che il cinema Capitol non è probabilmente attrezzato
a proiettare pellicole in quel formato. Un po’ di nervoso
mi è venuto, lo ammetto. E’ quindi il turno di
Cirkeline – Ost & Kærlighed (Circleen
– Mice and Romance) di Jannick Hastrup, animatore
danese a cui è stata dedicata un ampia retrospettiva
all’interno del festival. Il film è palesemente
destinato ai più piccoli, con una storia innocua e
banale e una realizzazione tecnica che sembra risalire agli
anni ’80: peccato che il film fosse del 2000, e io mi
sono abbastanza annoiato. Oggi è anche la giornata
in cui viene presentato McDull,
Prince de la Bun (Hong Kong, 2004) di Toe Yuen, seguito
di My Life as McDull (Hong Kong, 2001) che mi aveva
tanto entusiasmato. Fortunatamente – si fa per dire
– mi era già capitato di vedere McDull, Prince
de la Bun all’ultimo Far East Film Festival di
Udine, e così lo salto senza troppe paranoie, visto
che il seguito è decisamente inferiore rispetto al
primo McDull e vederlo una volta basta e avanza. Mentre aspetto
che cominci il primo film della rassegna sui fantasmi giapponesi,
mi intrufolo in sala al Capitol 1 per seguire l’incontro
con lo spagnolo Carlos Grangel, il character designer de La
Sposa Cadavere di Tim Burton. Niente di che, Grangel
mostra una serie di disegni preparatori e definitivi per il
film, e – sarà anche che l’argomento mi
interessa il giusto, nonostante La Sposa Cadavere
mi fosse piaciuto – la noia ha presto il sopravvento.
Fuggo verso le 18 e mi precipito in sala 4, dove sta per partire
la proiezione di Yotsuya Kaidan/The Yotsuya Ghost Story
(Giappone, 1949) di Kinoshita Keisuke, il secondo film della
rassegna sui fantasmi giapponesi ad essere proiettato al Festival
(il primo, Yokai Daisensou/Yokai Monsters 1: Spook Warfare
(Giappone,1969) di Kuroda Yoshiyuki è stato proiettato
la sera prima, ma io l’avevo già visto e non
avevo voglia di perdere il treno) che sulla carta sembrava
essere una classica storia di fantasmi…cosa che in realtà
è, Yotsuya Kaidan, anche se l’aspetto
fantastico/horror è praticamente assente. Ma il film
si rivela essere una bella sorpresa: un melodramma intenso,
giocato tutto sul rapporto tra i personaggi e nonostante lo
svolgimento pacato e la lunga durata (159 minuti) incredibilmente
non annoia; considerata poi la difficoltà nel reperire
in altro modo la pellicola (che come le altre sono state fornite
dalla Japan Foundation) mi posso ritenere pienamente soddisfatto.
Serata giapponese, questa, visto che subito dopo comincia
Kaidan Botan-doro/The Bride From Hell (Giappone,
1968) di Yamamoto Satsuo, il terzo film della rassegna sui
fantasmi giapponesi. Sempre ispirato ad una leggenda della
tradizione nipponica, questo film è – rispetto
al precedente – più smaccatamente horror: un
uomo si innamora di una fanciulla che in realtà è
un fantasma, e non riesce più a staccarsi da lei nonostante
gli venga sottratta energia vitale. Decisamente d’atmosfera,
il film riserva anche un paio di scene davvero raccapriccianti.
Peccato solo che mi perda gli ultimi minuti perché
devo scappare a prendere il solito treno.
Venerdì 20 gennaio
Purtroppo, in questa giornata non sono riuscito a presenziare
al Festival, a causa dei soliti impegni di lavoro. Comunque,
era forse la giornata che mi interessava di meno, anche se
mi è dispiaciuto non (ri)vedere quel capolavoro che
è Kwaidan (Giappone,1964) di Kobayashi Masaki
sul grande schermo: vista la ricchezza del film a livello
scenografico, sarebbe stata una bella esperienza (come poi
mi ha riferito chi l’ha visto, peraltro la qualità
della pellicola era molto buona). Anche Terkel (Terkel
i Knibe - Danimarca, 2004) di Kresten Vestbjerg Andersen,
Thorbjørn Christoffersen e Stefan Fjeldmark l’avrei
rivisto volentieri, una deliziosa commedia di animazione dai
contenuti decisamente adulti. Perlomeno oggi non sono dovuto
correre a prendere il treno.
Sabato 21 gennaio
Oggi è la giornata-evento di Inuyasha, con la proiezione
di svariati episodi dell’OAV (tra cui l’anteprima
della V serie), film Inuyashani e cosplay contest –
non ho capito bene se a tema o no. Comunque, visto che Inuyasha
non mi interessa, opto per una serie di corti di Trnka, ovvero
Zasadil dedek repu (A Grandpa Planted A Beet),
Román s basou (Story Of A Contrabass),
Ruka (The Hand), Dva mrazíci
(Two Frosts), O zlaté rybce (The
Golden Fish). E così rivedo il capolavoro dell’animatore
ceco, The Hand, su grande schermo e rimango come
sempre a bocca aperta davanti a questo strabiliante pezzo
di cinema, ancora così attuale; per il resto rimane
un po’ di rammarico per non aver gustato il resto dei
corti con la dovuta attenzione, a causa della mancanza di
sottotitoli che rendono alcune storie incomprensibili (The
Golden Fish su tutte) e dei soliti problemi tecnici.
Il resto del pomeriggio, pieno zeppo di eventi inuyashosi,
non presenta per me alcun motivo di interesse, e così
me ne vado a fare un lunghissimo e devastante pranzo a casa
di un amico, per tornare verso sera e vedermi Drengen
der ville gøre det umulige/The Boy who Wanted to be
a Bear (Danimarca, 2002) di Jannik Hastrup. Che dire,
probabilmente non è la mia tazza di te, ma io mi sono
annoiato a morte a vedere questa storia di un bambino eschimese
che viene rapito dagli orsi e cresciuto come uno di loro;
a molti comunque è piaciuto, per la delicatezza e il
garbo con il quale il regista mette in scena la vicenda. Appena
terminata la proiezione del film di Hastrup mi precipito fuori
dalla sala e mi metto in coda per assistere a Mind Game
(Giappone, 2004), lungometraggio di animazione di Yuasa Masaaki
che sulla carta promette assai bene. Peccato solo che, a differenza
di quanto scritto sul programma, gli organizzatori facessero
entrare per primi i possessori di biglietto (mentre in realtà
si sarebbe dovuto dare la precedenza agli accreditati) e poi
gli accreditati. Ovviamente la sala (la 3, una delle due più
piccole) era stracolma e quasi tutti gli accreditati sono
rimasti fuori, amen. Preso da un attimo di sconforto (e di
incazzatura) per il cambio improvviso di programma, mi fiondo
in sala 2 dove sta per cominciare Kairo/Pulse (Giappone,
2001) di Kurosawa Kiyoshi, facente parte della rassegna sui
fantasmi giapponesi. A me Kairo è sempre piaciuto,
sin dalla prima volta che l’ho visto sul DVD scrauso
hongkonghese, e rivederlo sul grande schermo è stata
un’ottima occasione che riconferma il film di Kurosawa
come uno dei migliori esempi della nuova ondata di horror
asiatici: atmosfera desolata, un senso di solitudine che entra
nel profondo dell’animo dello spettatore e non lo lascia
più andare fino alla fine, un uso dei suoni strabiliante
e una trama sufficientemente misteriosa (talvolta fin troppo)
che incuriosisce e stimola alla riflessione. Cure rimarrà
sempre il mio preferito di Kurosawa (anche perché,
viste le sue ultime fatiche, come il terribile Loft,
non ho più tanta fiducia in lui), ma Kairo
gli è molto vicino. Dopo una strana cenetta da Calderoni,
torno sul luogo del delitto per vedere il film che attendevo
di più in tutto il festival: Hausu/House (Giappone,1977)
di Obayashi Nobuiko, finalmente coi sottotitoli. Ora, questo
film è avanti anni luce rispetto ai prodotti coevi,
strampalato, delirante, divertente, veramente da non credere
ai propri occhi, e il pubblico partecipa attivamente a questa
incredibile proiezione; a suo modo un capolavoro, che aspetta
solo di essere editato in DVD come dio comanda. E alla fine
della proiezione sono talmente galvanizzato che non vado nemmeno
a prendere il treno, ma rimango a Bologna a ubriacarmi.
Domenica 22 gennaio
Bene, almeno quest’anno riesco ad arrivare in piedi
all’ultima giornata di Festival, evitando influenze
o altri acciacchi. In cielo splende un sole delizioso, la
voglia di entrare in una buia sala è poca, anche perché
le proposte della giornata sulla carta non è che mi
facciano impazzire. Così me la prendo comoda e aspetto
fino alle 16,00 prima di entrare a vedere il primo film della
giornata, ovvero Yotsuya Kaidan/The Yotsuya Ghost Story
(Giappone, 1959) di Misumi Kenji, regista di quasi tutti gli
episodi della violentissima serie di Lone Wolf & Cub.
Questo film è un remake del precedente Yotsuya
Kaidan/The Yotsuya Ghost Story di Keisuke, passato in
rassegna giovedì, e – conoscendo il regista –
mi aspettavo qualcosa di violento e decisamente più
genuinamente terrificante del predecessore. Beh, purtroppo
il film mi ha deluso non poco: a parte l’assenza di
sangue e budelle e la blanda virata horror, il film non scorre
come dovrebbe (e dire che questo remake dura la metà
dell’originale), i personaggi sono caratterizzati poco
e male e il tutto resta anonimo senza mai emozionare, peccato
davvero. Esco dalla sala un po’ amareggiato, e vado
a zonzo per Bologna nell’attesa che cominci la proiezione
di Yokai
Daisensou/The Great Yokai War del geniaccio Miike
Takashi, che già avevo visto al Festival di Venezia
nel 2005. Già mi era piaciuto alla prima visione, ma
non ero riuscito ad apprezzarlo appieno a causa di un bel
po’ di stanchezza che avevo accumulato: quale occasione
migliore per gustarmelo di nuovo? Niente, anche in versione
fantasy-per-famiglie Miike riesce a sorprendere: Yokai
Daisensou è una favola emozionante, vicina
ai lavori di Miyazaki per tematiche e ambientazioni, che riesce
comunque a mantenere l’impronta personale del regista
di Osaka, sia a livello stilistico che tematico. Un film costosissimo
per gli standard miikiani, che comunque dimostra come il budget
disponibile sia stato speso in maniera adeguata; una festa
per gli occhi, avvincente, con effetti speciali – sia
in CGI che non – che ben si amalgamano al resto, dando
una sensazione di “naturalezza” al tutto, come
se gli Yokai esistessero davvero, in un qualche angolo di
questo globo. Chissà. Fine del film, fine del Festival,
il treno mi aspetta e rischio di perdere la mia stazione perché
ho sonno…
A cura di Valerio Spisani
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